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La sveglia come al solito squilla presto, troppo presto. Un veloce caffè e si parte, ancora mezzi addormentati. Per una volta, tutti e tre insieme. Io, Luciano e Maurizio ci troviamo a camminare in fila indiana lungo la strada di montagna. Ad ogni tornante questa sembra diventare sempre più ripida e il ritmo affannato del respiro diventa quasi ipnotico, facendoci chiudere ognuno in sé stesso. Dopo due ore di passi ritmati, affanno e silenzio, siamo sull'altipiano. È ancora buio ma il cielo sereno e la poca nebbia fanno presagire un'alba cristallina e dalla luce piatta. Peccato, nonostante il grande sforzo non c'è proprio quell'atmosfera che cercavamo per questo angolo poco noto delle Dolomiti!

Il freddo è pungente e a terra un sottile strato di brina ricopre tutto. Aspettiamo la prima luce per scattare qualche immagine e io sospiro immaginando la piana davanti ai nostri occhi ricoperta di nebbia o neve: sarebbe stata una gran foto! Ma non ci si perde d'animo e tutti iniziamo a inquadrare il paesaggio davvero particolare di questa piana "appenninica" sbattuta nel cuore delle Alpi. Quando il sole sorge, il tepore dei suoi raggi è piacevole, ma la luce, ancora una volta, è piuttosto ovvia e poco attraente.

Io e Maurizio abbiamo un lungo viaggio che ci aspetta, per rientrare nelle rispettive regioni del Centro Italia, e iniziamo a pensare di mettere via l'attrezzatura e scendere all'auto. Eppure, insoddisfatti, continuiamo a scandire il paesaggio per cercare un'inquadratura che dia giustizia al luogo. E così, affetto per un attimo da "fotofobia", inizio a guardare con attenzione nelle zone in ombra, lontano dalla luce. Così mi accorgo di questa zona di doline carsiche che si estende alla base di un pendio montano. La luce rifratta e la brina che permane danno un tono azzurro alla scena, mentre la lingua di un ghiaione ha un colore più caldo. Inizio a scattare, stringendo l'inquadratura con l'obbiettivo più lungo che ho con me e le immagini iniziano a piacermi. Faccio appena in tempo a trovare la composizione giusta che il sole arriva anche qui e riempie il mio obbiettivo di luce e riflessi, facendo scomparire la fredda magia.

Torrioni di terra, sovrastati da massi di porfido, che svettano sopra gli alberi, sfidando le leggi della gravità. Le piramidi di Segonzano, nella Val di Cembra in Trentino, sono in assoluto uno dei luoghi più stupefacenti che io abbia avuto la fortuna di visitare in Italia. L'azione combinata dell'erosione dell'acqua su depositi morenici lasciati da antichi ghiacciai e il peso dei massi che ha compattato la terra sottostante è all'origine di queste bizzarre e affascinanti sculture naturali. Questa è la spiegazione geologica, ma certo non stupisce il fatto che fino a qualche decennio fa, le persone ne attribuissero la nascita al diavolo piuttosto: sembrava impossibile altrimenti spiegare l'esistenza di questi enormi funghi terrosi. 

Sebbene siano il vanto e il fiore all'occhiello del paese di Segonzano, che giustamente ne va fiero, queste piramidi stanno lentamente scomparendo. Il tempo che scorre, i capricci del clima, il recupero della vegetazione sono tra i tanti fattori che contribuiscono al loro degrado. Non c'è tempo da perdere, quindi, se volete vedere di persona queste meraviglie della natura italiana!

Consapevole di tutto questo, durante la mia seconda missione in Trentino, nell'Ottobre 2015, sono arrivato a Segonzano con il desiderio di creare un'immagine diversa, fresca e forte allo stesso tempo, che onorasse l'unicità di queste piramidi e facesse quasi percepire all'osservatore la vertigine di trovarsi al loro cospetto.

Muoversi in questa zona però non è affatto sicuro. Il terreno è franoso e assai instabile. È assolutamente vietato (e a ragione!) abbandonare le passerelle e le paratie costruite allo scopo di visitare l'area e che permettono di ammirare in sicurezza i torrioni, ma che non permettono di variare molto l'inquadratura e, se vogliamo, privano un po' dell'ebbrezza di guardare nel vuoto... Come risolvere tutto ciò? Devo ringraziare l'esperienza e l'intuito del caro Daniele Lira, fotografo trentino d'eccezione, alpinista e mia guida preziosa in questa missione. Egli mi ha proposto di assicurarmi con delle robuste corde d'arrampicata per permettermi di sporgermi nei pressi di una delle piramidi più famose per inserire nella composizione anche la voragine alla sua base. L'obbiettivo grandangolare utilizzato ovviamente ha accentuato questa prospettiva. Il tocco finale è stato fotografare nel momento esatto in cui i primi raggi del sole al mattino hanno raggiunto il vertice della piramide. 
Volevo una foto in cui i toni caldi dell'arenaria illuminata e del bosco autunnale contrastassero con la luce azzurra delle zone d'ombra. Essere al posto giusto nel momento giusto è una delle regole d'oro della fotografia e non ha nulla a che vedere con la fortuna: nei giorni precedenti avevo già esplorato a fondo l'area appuntando visivamente gli scorci più interessanti e l'orario migliore in cui effettuare poi le riprese.



Sono nella Sardegna occidentale e alla guida lungo la bellissima strada statale 292 tra Oristano e Bosa. Alla mia sinistra scorre veloce un mare splendido, selvaggio e giustamente celebre in tutto il Mondo per il suo azzurro intenso. A destra si intravedono aspri rilievi rocciosi, ma giusto appena: sono coperti da nuvole basse e nebbia. Ancora qualche chilometro e la strada poi abbandona la riva del mare e, superata Cuglieri, si inerpica velocemente verso gli ora imponenti e brulli bastioni di roccia che emergono dalla vegetazione sempreverde. Curva dopo curva, attraverso un bosco fitto e buio di lecci e agrifogli secolari ricoperti di muschi e licheni avvolto dalla nebbia: è un bosco meraviglioso, ma il Mediterraneo sembra già così lontano!


Arrivo al luogo dell’appuntamento che il cielo è ormai tutto coperto e tira un vento fortissimo. Ad attendermi presso la zona nota come Badde Urbara, dove mostruose antenne e ripetitori della RAI si stagliano contro un cielo altrimenti libero, l’amico Giuliano Schintu di Santu Lussurgiu, che mi accompagna alla scoperta del misterioso Montiferru. In realtà Giuliano è l’amico di un amico, il caro Michele Rundine, anch'egli di Santu Lussurgiu anche se oramai marchigiano d’adozione e impossibilitato ad accompagnarmi, poiché bloccato sul "continente". Anche Michele come me è fotografo di natura e membro dell’AFNI (Associazione Fotografi Naturalisti Italiani) ed è stato lui ha propormi le “sue" montagne come meta di una nuova missione per “L’Altro Versante”. La primissima in Sardegna! 

A dover di cronaca, questa poi non è nemmeno la mia prima escursione sul Montiferru, ma già la quarta da quando è iniziata la missione. In effetti, non è affatto un posto facile da fotografare. La vicinanza al mare e l’esposizione ai venti rendono il clima su queste montagne assolutamente imprevedibile. Lo raccontano i tanti alberi contorti, piegati dal Maestrale che qui ulula prepotente. O l’abbondanza di muschi e licheni, e di fitti cespugli di erica, pieni di polline che sembra polvere di cipria: elementi vegetali che tradiscono condizioni ambientali simili a quelli delle coste atlantiche. Infatti sembra di essere, non so, in Galizia, piuttosto che su un’isola mediterranea! 
Dal lato interno, la zona d'altronde ha un aspetto semi-desertico e in alcuni punti incendi e pascolo non hanno lasciato molta vegetazione. Qui sono stati effettuati abbondanti rimboschimenti con conifere improbabili a ricoprire quello che un tempo doveva ospitare la vegetazione originaria. Se però ci si dimentica di stradine, antenne e pinete il paesaggio è grandioso e selvaggio. Nonostante la fauna sia ancora abbastanza ricca, con martore, cervi, mufloni e falchi pellegrini, vien facile immaginare un tempo quando non mancavano voli di grifoni sulle falesie e avvoltoi monaci costruire il loro nido enorme sui lecci centenari. 

Ecco perché sono ancora qui sul Montiferru. Voglio ritentare la sorte, sperando finalmente in un tramonto che mi permetta di dare il giusto risalto alle sue guglie basaltiche, alle falesie scure e minacciose nate da colate laviche. Attendo una luce che renda duratura l’emozione così attesa di un'apparizione dei mufloni... Voglio onorare chi mi ha fatto conoscere questo posto. Ma la verità è che in fondo mi piace proprio il Montiferru, così indifferente e poco appariscente. Una montagna dal fascino che conquista piano piano. E così scopro di essermi innamorato del canto delle sue magnanine, dei profumi della sua macchia, delle forre profonde e buie, dei corvi imperiali che fanno acrobazie nel vento. 

Giuliano sale sulla mia auto e ci inoltriamo su una sterrata dal fondo piuttosto sconnesso, che ci porterà in una delle zone dove ho già individuato alcune inquadrature interessanti e dove voglio attendere di nuovo la fortuna. Insieme abbiamo girato già diverse località del massiccio: Michele Rundine ci aveva fornito una lista lunga e commossa dei luoghi da non perdere assolutamente. Ci sarebbero volute non una ma tre, quattro missioni per dare giustizia a così tanti posti meravigliosi. Dalle cascate di Sos Molinos al bosco di agrifogli di Silbanis. La veduta dalla Madonnina di Su Monte 'e s'ozzu e ancora lo sguardo che dalla cima di Monte Entu spazia sul mare sino a Capo Marargiu: che meraviglia! Ho anche avuto la fortuna di essere accompagnato da un'altra guida d'eccezione, il caro Gabriele Pinna, ornitologo e ambientalista oristanese della prima ora, con cui ho esplorato il versante meridionale del Montiferru. Con lui avrei voluto passare più tempo sul monte di Seneghe, percorrendo sentieri dimenticati per perdermi nei suoi boschi di leccio o tra le sughere secolari. Ogni giorno, avrei voluto attendere l’arrivo della sera nei pascoli alle falde delle montagne sperando di udire il richiamo d'amore delle ultime galline prataiole del nostro paese e, magari, ammirarne le parate nuziali. Ma anche se a noi tre fotografi de "L'Altro Versante" piace lavorare con lentezza, da "slow photography", il tempo è sempre tiranno.

Anche stasera il maltempo non sembra darci tregua. Dopo una breve, promettente schiarita, è tornata la nebbia e il Montiferru, con la sua cima più alta, il Monte Urtigu è di nuovo inghiottito nel suo mistero. La speranza di riuscire a scattare qualche buona fotografia svanisce rapidamente. Mi consolano dei simpatici venturoni con il loro verso a trombetta e una coppia di corvi imperiali incuriositi da queste due rare figure umane nel paesaggio desolato. Lentamente ripieghiamo verso l'auto e verso le nostre dimore. Pazienza, dovrò tornare ancora sul Montiferru perché sono ansioso di vedere finalmente il sole baciare finalmente questo bizzoso vulcano addormentato!



Come fotografo nato e cresciuto, fisicamente e culturalmente, in Italia, in qualche modo purtroppo 
mi sono dovuto abituare a trovare il bello anche in mezzo a degrado e distruzione ambientali. 
Qui da noi non credo ci sia rimasto più alcun habitat veramente al sicuro… Anche nel cuore delle aree protette o nelle zone più remote e di difficile accesso, l'uomo ha lasciato tracce sempre ben visibili e talvolta molto profonde. 
Strade, stradine, speculazioni e abusivismo edilizi, canalizzazioni, cementificazioni, introduzioni di specie alloctone, mega impianti energetici, discariche abusive… chi più ne ha più ne metta: la povera natura italiana tenta in tutti i modi di cancellare con la sua prorompente vitalità le ferite che gli abbiamo inferto, gli innumerevoli sfregi sul suo volto incantevole, ma le cicatrici sono indelebili. Credo sappiate tutti bene che cosa intendo: per noi italiani è divenuto fisiologico vivere in un ambiente compromesso. 

E la missione di un progetto come L’Altro Versante, di noi tre “fotografi in cerca del vero paesaggio italiano”, è in fondo proprio quella di ricercare, quasi con il lanternino, quanto di selvaggio ancora (r)esista in Italia. Ci sono sensibilità, passione e buona volontà dietro il nostro lavoro e spesso, per fortuna, restiamo commossi da quanta bellezza si trovi ancora dalle nostre parti. Eppure, spesso si tratta di piccoli, commoventi fazzoletti di integrità in un mare di antropizzazione. Altre volte, invece, il troppo diventa davvero troppo... 

Quel mattino ero partito da casa con le migliori intenzioni per svolgere una breve missione nel Lazio meridionale
e, più precisamente, nelle Gole del Melfa, in Provincia di Frosinone, che appartengono al massiccio del Monte Cairo. Facendo delle ricerche in merito (anche se si trova ben poco), avevo letto di fitti boschi mediterranei e imponenti pareti calcaree a far da sfondo alle acque blu-turchese di un fiume speciale. Sembravano proprio gli ingredienti giusti per scovare un “altro versante” davvero poco noto e sorprendente. L’idea era di percorrere all’alba e dopo un forte temporale, il “Tracciolino”, antica strada
che per una quindicina di km tra Roccasecca e Castelvieri si snoda lungo un canyon selvaggio e profondo scavato dalle acque del fiume Melfa, appunto, e mette in comunicazione la Val Comino con la pianura. Il Melfa, fiume che nasce nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, è bellissimo, celeberrimo tra gli amanti della canoa e sarebbe uno dei corsi d'acqua più interessanti d’Italia se non fosse che 1) il regime è spesso irrisorio poiché le sue acque sono captate da un bacino idroelettrico - per soli scopi preventivi e praticamente in disuso -
a monte e 2) gran parte della sua destra orografica, che segue la strada appunto, viene utilizzata - come ho avuto la sfortuna di scoprire proprio quel mattino - come un’immensa, imbarazzante, vergognosa discarica abusiva. Infatti, quando la nebbia della notte si è finalmente sollevata, oltre a rivelare una valle altrimenti meravigliosa, sono rimasto sgomento di fronte a tanta inciviltà.  Intendiamoci, non sto parlando qui di qualche busta di plastica, un paio di scarpe o un materasso, ma di centinaia di copertoni di automobile, reti di letto, lavatrici, frigoriferi… Roba di una scala inaudita! Migliaia di rifiuti che sono stati fatti rotolare lungo la scarpata arrivando anche sin nel letto tormentato fiume. Poco riesce a coprire la lussureggiante vegetazione: l'integrità di questa valle è compromessa per sempre. Una grande rabbia e profonda tristezza mi hanno pervaso. Con quale coraggio deturpare così un luogo così bello? E con quale coscienza dormono la notte le persone che hanno riempito di rifiuti il Melfa??? Povere aquile reali che che incredibilmente ancora abitano questa valle! Cosa devono vedere ogni giorno... 

Come detto, la valle è stupenda e ho comunque tentato di fotografarla, componendo le immagini in diversi modi per evitare di inquadrare la sporcizia, ma la sofferenza era troppa e mi sembrava tutta, solo una grande ipocrisia. Non ce la facevo proprio a continuare. Non sentivo più alcun legame emotivo con il luogo, così ho deciso di interrompere (per la prima volta!) la missione e dopo qualche veloce e annoiato scatto di documentazione dei rifiuti (che comunque noi di AV vogliamo segnalare alle autorità dei comuni di zona) me ne sono tornato a casa. Si potrebbero fare appelli al senso di civiltà, all'amore per la propria terra o ai più giovani, ma a volte è dura vivere in questo Paese amandone la natura. Un grande amore sì, ma che fa tanto soffrire.






















Come mia prima missione per "l'Altro Versante" prevista nel 2016 ho scelto di esplorare la Val Camonica, in Lombardia, per concentrarmi sulle sue montagne e soprattutto sulle sue celebri incisioni rupestri. 


Alcune migliaia di meravigliose incisioni, infatti, databili tra i 7000 e i 2000 anni di età decorano molti dei lucidi massi di verrucano lombardo che affiorano qua e là dal terreno in questa enclave delle Alpi Centrali. Figure astratte o nettamente antropomorfe, misteriose geometrie, momenti della vita quotidiana e sacra della popolazione che ha abitato queste zone per millenni e tante scene di caccia e rappresentazioni della fauna locale sono di fatto gli elementi più ricorrenti in questa straordinaria galleria all'aperto di arte rupestre. E' ovvio che l'occhio del naturalista viene immediatamente rapito dalla bellezza, dall'immediatezza e la fantasia delle rappresentazioni animali. I cervi, sopratutto, sembrano occupare un posto di prim'ordine nell'immaginario di questi artisti preistorici. Le linee poco profonde, graffiate o martellate sulla roccia, sono pressoché invisibili all'ombra e restano silenti per gran parte della giornata. Quando però sono raggiunte dalla luce giusta, e vengono appena colpite di taglio da questa è come se si accendessero... I contrasti si fanno più forti e le ombre più nette: le figure sembrano saltare fuori dalla roccia e assumere un volume proprio. C'é da restare sgomenti di fronte a cotanta "maraviglia". Esempi superbi di queste raffigurazioni si trovano soprattutto nei dintorni della cittadina di Capo di Ponte (BS) graziosamente incastrata nella valle del fiume Oglio, tra i monti "sacri" del Pizzo Badile e della Concarena. Ai piedi della severa parete calcarea di quest'ultima il Parco Nazionale di Naquane e quello dei Massi di Cemmo. Proprio su questi ultimi due si rinvengono alcune delle rappresentazioni zoomorfe più impressionanti. Serie ripetute di cervi, stambecchi, cinghiali di squisita fattura decorano una faccia di un masso gigantesco che si pensa sia precipitato tanto tempo fa dalla falesia soprastante.

La luce per riuscire a fotografare questi animali silenziosi però è una chimera. Per non più di quindici, venti minuti al giorno il sole sembra colpire questo lato del masso ad un angolo tale da poter mettere in risalto le figure animali. Ma il risultato sembra piuttosto scadente. Per non parlare del contesto: pali, recinzioni, lampioni e case non aiutano certo ad evocare la potenza assoluta di questi segni sulla roccia e l'importanza del paesaggio in cui sono state collocate. E, poi, la sacra Concarena, montagna "femmina" per i Camuni, nonostante la sua mole impressionante, svanisce nella foschia delle ore diurne. Come fare allora? Come riuscire a mettere in risalto queste figure, dando anche giustizia al contesto ambientale in cui sono state concepite e, soprattutto, al modo in cui forse andrebbero osservate?

Beh, c'è voluta un po' di fantasia e pazienza, una scaletta di legno, un buon treppiedi, un'obbiettivo decentrabile, una lampada a LED con una gelatina calda, l'ora blu, venti secondi di esposizione e... un'autorizzazione straordinaria della Sovrintendenza Archeologica della Regione Lombardia che ci ha concesso di lavorare anche dopo l'orario di chiusura! Fatti tutti i preparativi, in collaborazione con l'Agenzia Turistica Culturale di Capo di Ponte e l'aiuto di un grande fotografo e amico, Andrea Zampatti, compagno di avventure in questa missione, nonché "coautore" di queste foto, ho provato ad immedesimarmi nei contemporanei di questo artista e di ereditarne la visione, immaginando come sarebbe potuto apparire questo masso straordinario alla luce di un focolare, una notte di inverno di tanti tanti anni fa...






Rujoch, Kreuzspitz, Fregasoga, Sasso Rotto, Slimberg… tanti, troppi nomi, sì evocativi ma che si affollano rapidamente nella mia testa man mano che essi vengono snocciolati dalla mia guida, il grande Daniele Lira, fotografo e alpinista trentino. Ho già paura di dimenticarli mentre questi mi indica con la mano le cime che coronano un paesaggio incantato. Le montagne sono già azzurre di neve, in contrasto con il giallo-oro dei larici. Più in basso, sui versanti boscati delle valli, anche i colori vivaci dei sorbi, castagni e ciliegi portano i vessilli dell’autunno, tradendo il verde austero dei pecci. Qua e là radure verdissime circondano masi e malghe di montagne. Un’armonia di luci e colori di rara bellezza. Siamo sull’uscio della Malga Pez e davanti a noi si apre la splendida Valle dei Mocheni, terra incognita di una comunità alloglotta che parla una lingua di origini germaniche e conserva tradizioni e folklore unici ed antichissimi. Con noi anche Marco Rossitti, il regista de L’Altro Versante TV ed il cine-operatore Giulio Squarci. Anche se un'aria nebbiosa permea la valle, le previsioni meteo sono ottimistiche e non vediamo l'ora di esplorare i dintorni.
  

Dopo la missione primaverile, noi di AV siamo infatti voluti tornare nel massiccio del Lagorai, stavolta in veste autunnale, per scoprirne la porzione occidentale a partire dai dintorni di Baselga di Piné. Obiettivi di questa nuova missione trentina l'Altopiano di Piné, la Valle dei Mocheni, appunto, e le piramidi di terra di Segonzano. Anche questa volta siamo ospiti di Trentino Marketing e dell'APT di Baselga di Piné.

 

Le piramidi di terra di Segonzano sono degli improbabili funghi di argilla. Colonne di terra che emergono dal bosco. Come sottili funghi sbeffeggiano la gravità trattenendo dei grossi massi in cima. Sembrano di origine extraterrestri ma non sono stati gli alieni a crearle. I ghiacciai, ritirandosi infatti hanno lasciato dietro di se abbondanti depositi morenici. Questi, in seguito, erosi dall'acqua e dalle intemperie hanno dato vita a queste strutture bizzare all'apparenza fragili, in constante deterioramento. Non è facile fotografare le piramidi di terra. Sporgendosi dai parapetti del percorso turistico si rischia davvero di brutto, camminando sui bordi franosi. Mentre rimanendo indietro si perdono le dimensioni delle piramidi. Difficile decidersi... La soluzione viene da Daniele che, esperta guida alpina, si offre di assicurarmi con delle corde permettendomi di muovermi con maggiore serenità per effettuare gli scatti. E la prospettiva del picchio muraiolo porta parecchi vantaggi.

Dopo le immagini a “bassa quota” decidiamo di onorare le cime di queste montagne e salire sopra i 2,000 metri. Saliremo al tramonto al lago Erdemolo, per fotografare la catena del Sasso Rotto e l'alta valle dei Mocheni. Mentre, l'indomani entreremo nella misteriosa Val Mattio, al cospetto del Kreuzspitz.


Il cammino per il lago Erdemolo è dolce e si svolge nella cornice straordinaria del lariceto autunnale. I colori vanno dal verde chiaro al rosso spento, passando per tutte le tonalità immaginabili di oro. Mi piace come gli alberi staccano contro il blu dei versanti innevati e ormai in ombra. Dopo due ore di sudato cammino, finalmente siamo in cresta. Davanti a noi splendida la catena del Brenta e tanti altri massicci montuosi. Mi concentro sul di un larice secolare cresciuto abbarbicato su delle rocce e aspetto che il sole vi tramonti dietro. Cerco di dare giustizia a questo monumento della natura, scattando centinaia di immagini che mi appaiono ieratiche ed evocative. Siamo fortunati perché c'è ancora tanta luce sia diretta che in controluce. L'ultima mezz'ora del giorno è la più intensa, come sempre, e rapidamente accumuliamo tante immagini nelle schede di memoria. In particolare, ricordo bellissimi colori vermigli su Monte Baldo e il Bondone a distanza, nonché i larici sotto di noi che si accendono di "luce propria".


L'indomani siamo diretti alla val Mattio, accessibile dopo una lunga sterrata in auto. Risaliamo a piedi al cospetto del monte Fregasoga già illuminato mentre incrociamo tante tracce di animali impresse sulla neve. Queste tradiscono un intenso “traffico” notturno di lepri, caprioli, volpi, martore. Fa freddo e l'erba è ben ricoperta di brina, mentre i ruscelli hanno le rive gelate. 
Fa piacere uscire dalla volta degli alberi e scaldarsi al sole. La testata della valle Mattio sotto il Kreuzspitz o Monte Croce in questa mattina limpida ricorda i paesaggi dell’ovest americano. Scene tratte da film come “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo" con Robert Redford, o qualcosa di John Ford. Mi piacerebbe avere una capanna e un camino acceso dove trascorrere l'inverno in solitudine, immerso tra libri e odore di abeti. C'è grande silenzio nella valle, interrotto a tratti dai versi rauchi delle nocciolaie e quelli metallici delle cince bigie alpestri. 

Ancora una volta si ritorna a casa con la sensazione di aver visto troppo poco di questa terra straordinaria. Forte è il desiderio di tornare ancora, ma ci sono così tante missioni da svolgere per questo progetto! Forse per completare davvero l'Altro Versante non basterebbero due vite, altro che tre anni! 


Sembra quasi un giocattolo di gomma o una caramella alla liquirizia… in realtà la piccola salamandra alpina (Salamandra atra) è uno dei gioielli più preziosi della nostra fauna di montagna. 
Come tutte le altre specie di anfibi, anche questa salamandra ha delle necessità ecologiche ben definite che ne limitano la distribuzione sull'arco alpino. Non si trova dappertutto, ma localmente può essere anche molto abbondante. Ghiaioni o sfasciumi di rocce, umidità, stillicidio e temperature fresche, sempre in ambienti montani e lontani dalla copertura arborea: questi gli ingredienti per la presenza di questo animale.

Durante la mia recente missione nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, in Veneto, durante un pomeriggio piovoso e molto umido, poco adatto a fotografare paesaggi, sono stato accompagnato dagli amici Bruno Boz (con famiglia) e Giacomo De Donà per cercare di incontrare o, meglio, per dare un appuntamento a questo animale meraviglioso. Abbiamo risalito una valle promettente, camminando parecchio di più di quanto previsto. Ben presto, tra maglia e schienale dello zaino, eravamo un bagno di sudore. Nonostante il desiderio di trovarla fosse grande, iniziavamo a chiederci se ne valesse la pena. Il sentiero stretto si snodava nel bosco con continui saliscendi e curve. Non sembrava avere fine: era come camminare sulla pelle di un serpente. La pioggia aveva gonfiato il fiume e invitato allo scoperto le salamandre pezzate, cugine pagliaccio della piccola atra. L'abbondanza di queste ultime una sorpresa per un "appenninico" come me. Dalle mie parti, rari incontri con le salamandre fanno ahimè sempre più notizia...

Arrivati nella zona in cui concentrare le ricerche, ci siamo sparpagliati sul versante più umido e fresco. Dopo una ventina di minuti di vane ricerche, il morale era già sceso e iniziavo a sentire tutta la stanchezza dei giorni precedenti. Più per puntiglio che altro, abbiamo deciso di proseguire ancora lungo il sentiero per qualche centinaio di metri.

Ecco che Giacomo, insieme al piccolo e attentissimo Matteo Boz, ci fanno cenno di raggiungerli: ne avevano trovata una! Montiamo le attrezzature per scattare qualche immagine mentre il cielo promette un altro scroscio di pioggia. Io provo a controllare più avanti ancora e, sotto una felce, belle in mostra ne trovo altre due. Iniziamo a guardarci intorno e ne contiamo a decine. Immobili o attive, sopra una pietra o nascoste dalla vegetazione. Una vera festa anfibia!

Difficile esporre per questi animali nero-inchiostro sulle rocce riflettenti. Provo di tutto: grandangolare spinto e macro. Alla fine, la foto che mi convince di più è questa: l'animale nel suo contesto di rocce e acqua. Elegantissimo. 

Nel frattempo le nuvole si sono spostate e il temporale si allontana. L'aria si fa più fresca e inizia a soffiare il vento. Le rocce si stanno asciugando e, come per magia, dove prima erano decine di salamandre, ora se ne contano giusto un paio. 
Questa è la vera magia della natura, quando concede i propri doni. E io sono felice di quel pomeriggio, perché l’Altro Versante non è solo un viaggio tra paesaggi mozzafiato e luci incredibili, ma anche un omaggio al piacere della ricerca e all'emozione della scoperta.


















Ci sono dei momenti in cui, esplorando per la prima volta un luogo ignoto, pensi di aver già visto ed ammirato tutto il possibile. Inebriato, sazio di emozioni e bellezza, sei allora lì col bisogno di digerire, di voler metabolizzare tutti gli input di un'esperienza, quando zac! inaspettata, arriva a colpirti in pieno la vera "maraviglia"...

Ecco come mi sono sentito, quando in chiusura della mia ultima ed intensa missione per L'Altro Versante nello straordinario Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi in Veneto, sono stato accompagnato dall'amico, guida e fotografo, Giacomo De Donà a visitare la Valle del Mis e i Cadini del Brenton: piccolo regno d'acqua, incastonato nel cuore del Parco Nazionale.
Lasciata Belluno alla volta dei misteriosi Monti del Sole (una wilderness di roccia, camosci e zecche praticamente inesplorata), superiamo l'abitato di Sospirolo e alla nostra destra appare abbagliante l'azzurro del lago del Mis. Ma per quanto piacevole alla vista, non è questo bacino artificiale la meta della nostra uscita di quella sera. 

Il nostro primo obbiettivo, infatti è la cascata de "La Soffia", vicino l'omonima locanda. Già al parcheggio, il rumore dell'acqua si fa sentire. Dopo qualche decina di metri ci affacciamo sul buio inghiottitoio, che come le fauci di un animale preistorico, ingoiano lo scrosciante getto d'acqua. Le cascate sono sempre fotogeniche, ma mi piace molto il monocromatismo minerale di questo scorcio.

Le potenzialità della zona, però, iniziano a rivelarsi quando mi affaccio dal ponte sul ruscello che esce dall'orrido della cascata e ammiro le acque turchese che attraversano due pendii verdeggianti. Le fotografie si scattano quasi da sole. Stupendo.


Dopo un inizio così promettente, facciamo allora praticamente di corsa (e spaventando un camoscio finito chissacome così in basso) la breve salita per il primo dei "Cadini" del Brenton, una serie di spettacolari marmitte e cisterne, tra di loro collegate, scavate in migliaia di anni dall'acqua di un limpido ruscello. Partendo dall'altro seguiamo lentamente il sentiero in discesa.
I suoni sono esclusivamente liquidi. Armonie di gorgoglii e fragori che arrivano direttamente al cuore, ripulendo l'animo di tossine e facendoti sentire in pace con te stesso e il mondo attorno. I colori coprono tutte le variazioni possibili di verde e di azzurro. Turchese, cobalto, smeraldo: sembra il caveau di una gioielleria. Il sole è già dietro le montagne circostanti e il cielo velato è perfetto per dare giustizia ai toni incredibili e freddi di questa microscopica "Plitvice di casa nostra". 
Cala la luce e i tempi di posa si allungano enormemente. Tra una composizione e l'altra, c'è il tempo di guardarsi attorno, di godere di piccoli dettagli, di scambiare qualche battuta col compagno. E' bello rallentare un po' quando si è sempre di corsa. Il ritmo pian piano si adegua a quello dell'acqua. Forse, il dono più bello di questo angolo sorprendente e magico di cui, a causa della mia ignoranza, mai avrei sospettato l'esistenza. 
Scatto l'ultima foto che è praticamente buio. Nonostante la bellissima giornata e le tante immagini, sono rapito da questo luogo speciale e già consapevole di voler tornare a visitarlo.

Se è così bello in una livida serata di giugno, provo solo ad immaginare cosa possa diventare con le nebbie e i colori autunnali a incorniciare queste gemme d'acqua cristallina!






Quando il mio amico Bruno Boz, biologo e fotografo naturalista di Feltre, mi aveva parlato delle “sue” Dolomiti (delle Vette Feltrine e del gruppo del Cimonega... dei Piani Eterni e dei Monti del Sole: in due parole, del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi) e di quanto queste fossero selvagge e sconosciute, mi aveva profondamente colpito, accendendo in me una grande curiosità e la voglia di andarle a visitare. Bruno mi aveva raccontato infatti di pareti giganti e dislivelli pazzeschi, foreste di larici secolari e gole molto profonde dove scorrevano fiumi meravigliosi, dalle acque pulitissime. Montagne ricche di fauna e di specie endemiche o rare altrove, eppure poco frequentate dal turismo di massa, che invece ha colonizzato gran parte delle arcinote
Dolomiti considerate D.O.C. della parte settentrionale della Provincia di Belluno. Era deciso: avrei visitato il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi nel 2015 con L’Altro Versante!

E così, prima che arrivasse la scorsa primavera, con Bruno abbiamo pianificato una prima breve missione, quasi una ricognizione, da effettuarsi nei primi giorni di Giugno. Sapevamo già che una non sarebbe stata sufficiente. Abbiamo scelto di iniziare dalla zona dei Piani Eterni e poi di fare una visita (aggiungerei “doverosa”) alle valli dei fiumi Mis e Ardo.


I Piani Eterni, altopiano dal nome piuttosto “importante”, si sviluppano a a circa 1700 metri di quota. Si tratta di una vasta conca di origine carsica circondata da alte montagne. Un mare di erba color smeraldo e fischi di marmotte delimitato da un piano sollevato con affioramenti calcarei e “campi carreggiati” a sud (qui ci sono tantissime cavità e grotte: gli speleologi sono già scesi oltre 1000 metri sottoterra!) e ripide montagne di strano calcare rossastro a nord. Larici e abeti a sud, aquile e camosci a nord. In mezzo due malghe, Erera e Brendol, e una bellissima stalla del Settecento restaurata di recente.

Tutto stupendo, sì, ma prima di arrivare ad ammirare i Piani Eterni, uno deve ben faticare gli oltre mille metri di dislivello che attendono l'escursionista che parte dalla Val Canzoi. Niente di difficile, capiamoci, si tratta solo una lunga e tortuosa strada, a tratti asfaltata, che si inerpica (un po' noiosamente devo aggiungere) su uno dei pendii della valle del limpido torrente Caorame e sopra il lago artificiale della Stua.
Io e (l'altro) Bruno eravamo pronti ad affrontarla a ogni costo, ma, per fortuna, grazie alla generosa collaborazione del Parco Nazionale e del Corpo Forestale, oltre all'ospitalità in quota è stato anche offerto un passaggio in auto, non a noi... ma ai nostri zaini pesantissimi. Il mattino che siamo partiti, ho quindi fatto conoscenza con Enrico Vettorazzo del Parco Nazionale e con due simpaticissimi forestali, il comandante Dalla Rosa e la guardia Fritz. Last but not least, ad accompagnarci c'era anche l'amico Giacomo De Donà, giovane guida del Parco nonché fotografo dotatissimo e con “il cuore al posto giusto”. Così siamo partiti, zaini, bottiglie di vino e pacchi di pasta in fuoristrada con i forestali. Noi quattro invece a piedi, consapevoli della fatica che ci attendeva, ma anche felici di camminare, una tantum, senza alcun peso sulle spalle.

Anche se la salita è stata lunga, nonostante le piacevoli conversazioni e gli incontri con tante specie, ve la faccio comunque breve. Quasi alla fine, staccandoci dalla strada e prendendo il sentiero del Porzil, ci siamo presto trovati nel bosco, odore di muschi e occhi attenti a francolini e galli cedroni... Nessun animale si è rivelato al nostro sguardo, ma l'attenzione è stata premiata da una rarità, la Cortusa di Mattioli, una bella primulacea scovata da Enrico. Ancora qualche centinaio di metri e siamo tornati a vedere la luce. Tanta. Un mare di luce! Quello è stato il primo impatto con i Piani Eterni: la luce che in montagne e valli così ripide e profonde è rarità riempie questa terrazza naturale che sa tanto di piccolo Paradiso.


La malga Brendol, gestita dai Forestali, è semplicemente stupenda, la base ideale per esplorare nei giorni successivi i dintorni dei Piani Eterni. La giornata è ancora lunga e così, una volta cambiate le magliette, decidiamo di proseguire poco oltre e andare a vedere se in uno stagno a breve distanza ci sia qualche anfibio interessante. Veniamo ripagati da una coppia di rospi smeraldini in accoppiamento, che, a questa altitudine, fa notizia. Anche se una missione per AV si concentra al 90% sui paesaggi, io, da biologo, non riesco a contenere la mia curiosità e continue domande sulle tante specie animali che sembrano frequentare la zona. Quando rientriamo alla malga, gli amici forestali ci accolgono con un piatto di pasta fumante e un buon rosso: il Paradiso, davvero. Dopo pranzo il cielo minaccia pioggia e si sentono i primi tuoni. Non c'è altro da fare, se non sdraiarsi un attimo in branda e recuperare un po' di forze, ascoltando assai piacevolmente il temporale che infuria fuori dalla finestra.

Dopo un paio d'ore, la pioggia ha smesso, ma l'aria è rimasta molto carica di umidità e il cielo pieno di foschia. Non sarà il tramonto che attendevo, meglio quindi ripiegare su dettagli e sugli abitanti dell'altopiano. Mi avvicino a una marmotta tra i ranuncoli, strisciando malvolentieri nell'erba bagnata. Poi, con Bruno e Giacomo, cerchiamo timidi marassi tra le rocce e i cespugli di mugo fino al tramonto. Qualche scatto poco efficace al paesaggio (ci sarà da rifarsi nei giorni successivi!) ed è già ora di cena. Tra un boccone e l'altro, abbiamo ammirato un branco di cerve fuori dalla finestra che scendevano a brucare nella piana insieme a una fitta nebbiolina. All'ora blu, la magia si è compiuta. Seppure io non riuscissi più a vederle, le cerve sono rimaste impressionate sul sensore della mia reflex insieme all'azzurro intenso della luce che svaniva. Ero soddisfatto di quanto mostrava il display della mia macchina: ancora una volta avevo potuto assistere a quell'attimo fugace di eternità che rende questo nostro lavoro così affascinante.



Si dice che nella fotografia naturalistica, il tempismo sia tutto. Cogliere l'attimo saliente di un'azione, il momento giusto dell'anno per documentare un fenomeno biologico particolare o la luce più suggestiva per rendere magica una composizione... Non c'è niente di più vero, tutti gli sforzi per cercare e inquadrare un soggetto diventano vani, infatti, se non si sceglie la situazione adatta per valorizzare l'immagine.

Questo monito mi tornato in mente pochi giorni fa durante la mia ultima missione nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi in Veneto. Tra i siti selezionati per l'Altro Versante, ho visitato la bellissima località dei "Piani Eterni" tra Belluno e Feltre. Questo strano altopiano, quasi un cratere circondato da alte montagne, è un posto a sé. Un po' Canada, un po' Appennino, è un mare d'erba tra i mughi e gli affioramenti rocciosi. Come tutti i luoghi che si sviluppano in piano non è un sito facile da fotografare e, inoltre, un nome così importante, "Piani Eterni" richiede un minimo di attenzione in più per dare giustizia al "senso del luogo".

Dopo una lunga camminata per arrivare alla malga che ci avrebbe ospitato per tre giorni, mi sono messo ad esplorare i dintorni. Ero stato colpito dai campi carreggiati e dai massi erratici, testimoni silenziosi di un passato glaciale e turbolento, che caratterizzavano un lato dei Piani. Avevo provato varie inquadrature, ma quella che mi convinceva di più vedeva le rocce in primo piano condurre lo sguardo verso un grosso masso lasciato lì dalla forza dei ghiacciai. L'immagine non era male, ma l'afa di quella serata non aveva permesso un tramonto avvincente e così mi ero dovuto accontentare di una fotografia piuttosto standard, dai toni abbastanza piatti.

Due giorni dopo, all'alba, che a giugno, diventa una cosa tosta da gestire e vuol dire alzarsi prima delle quattro del mattino, la bruma riempiva la conca erbosa. Ancora prima di prendere il caffè sono uscito e ho ammirato una mezzaluna che brillava sopra i colori cilestrini di quello scenario mattutino.
È stato un attimo. Senza dire nulla agli altri, ho preso fotocamera, grandangolo e treppiedi e sono corso nella nebbia a ricercare quello stesso masso e un'inquadratura simile a quella scattata il primo giorno.

Stavolta le montagne erano di un blu intenso e i confini meno definiti e scontati. Mi sono concesso qualche scatto e via, poiché mi attendeva una lunga esplorazione su un'altra montagna. Non c'era stato molto tempo per sperimentare, ma almeno avevo messo da parte una fotografia che portasse in sé un minimo dell'"eternità" di quel posto così particolare.





















100 anni sembrano davvero tanti. Quattro lustri, tre generazioni. Un’infinità di tempo…
Eppure, quando, pochi giorni fa, ho messo piede per la prima volta sulla sommità del Monte Ortigara, nell’Altipiano di Asiago (o "dei 7 Comuni"), nelle Prealpi Vicentine, durante la mia missione per L’Altro Versante, ho capito che un secolo, in fondo, non è che un attimo… Esattamente 98 anni fa, questa montagna e le brulle cime circostanti sono state teatro di una delle battaglie più sanguinose e disastrose del Primo Conflitto Mondiale. Qui, infatti, tra soldati italiani e austriaci, hanno perso la vita in pochi giorni non meno di 20.000 uomini. La cima stessa dell’Ortigara (oggi 2105 m s.l.m.) si è “abbassata” di ben 8 metri a causa dei continui bombardamenti. Il tentativo mal gestito da parte dell’esercito italiano di recuperare terreno dopo la “spedizione punitiva” degli Austriaci si concluse con uno dei capitoli più nefasti della storia italiana del XX secolo. 
Ora, questa montagna e i suoi dintorni sono un monumento internazionale, un ecomuseo. Le tracce della guerra: schegge e proiettili, ma soprattutto trincee, cannoniere, baraccamenti sono ancora ben visibili nel paesaggio lunare di quest’altipiano carsico, che, ancora non sembra aver dimenticato l’orrore di quei giorni. 
Devo dire che da queste parti si percepisce una strana atmosfera, un’aria pesante, nonostante la bellezza degli scenari. Solo il vento, infatti, si fa sentire mentre spazza i brulli affioramenti rocciosi, circondati da fitte mughete e da qualche larice stentato. In lontananza, a fatica, ogni tanto si riesce a cogliere il canto del merlo dal collare e magari il fischio delle marmotte. Alcune di queste, pensate un po’, hanno scavato le loro tane nei rifugi della guerra. E, il loro andirivieni, insieme al rosa delle fioriture di rododendri smorza un poco il senso di tristezza che pervade questo luogo, che rimane tuttavia particolare e affascinante. Camminando tra le rocce, tornano costantemente in mente le parole commosse scritte dal grande Mario Rigoni Stern, vero “spirito del luogo”:

“Un giorno di maggio del 1920 tre ragazzi salirono verso l’Ortigara per il Sentiero del Civeron prima e per il Passo di Val Caldiera poi. Arrivati dove il sentiero lascia i precipizi della Valsugana per immettersi sull’Altipiano, davanti ai loro occhi si presentò una orrenda visione: tra le rocce giallastre e sbriciolate, tra lenzuola di neve sporca, tra reticolati aggrovigliati a perdita d’occhio, resti di trincee e di postazioni, caverne, brandelli di divise, elmetti sfondati, scarpe, armi rotte, gavette, zaini, maschere antigas, munizioni di ogni tipo, barattoli, casse, schegge di bombe d’ogni calibro, stavano sotto il cielo primaverile centinaia e centinaia di cadaveri in decomposizione, scheletri, teschi, membra umane, ossa. E non un filo d’erba, non un fiore, non il canto di un uccello”.

Da “Amore di confine”, “Il mortaio del primotenente Hans Stiegland”

Nell’esplorazione dell’enorme Altopiano di Asiago, sono stato guidato da due buoni amici, Bruno Boz, biologo e fotografo di Feltre, a cui va tutta la mia riconoscenza per avermi aiutato nell’organizzazione della mia prima missione nel “Nord Est” e Ivan Mosele, fotografo di Asiago nonché grandissimo appassionato e conoscitore della natura dell’Altopiano, che ci ha fatto da Cicerone nei due giorni trascorsi insieme. Senza il sostegno del Comune di Asiago, poi, che ha autorizzato a lavorare nella zona e ad accedervi in auto, saremmo riusciti a fare ben poco, a causa del grande carico di attrezzature e della vastità dell’area.
Quest’angolo di Altopiano infatti non è per niente facile da fotografare. Siamo saliti sull’Ortigara e Campigoletti purtroppo nei due dei giorni più afosi e umidi di questa strana primavera 2015. Il cielo perennemente coperto e la foschia all’orizzonte pertanto non facevano sperare molto. In quelle condizioni i pendii di queste montagne erano delle semplici bande monocromatiche, il paesaggio piatto e senza punti di riferimento. Questo è il rischio che si corre quando si ha poco tempo da dedicare a un luogo, in un progetto così ambizioso e vasto come L’Altro Versante. Sforzandomi di non cadere mai nella disperazione, ho cercato davvero a lungo un angolo “fotogenico”, guardandomi attorno per ore, prima di estrarre l’attrezzatura. Alla fine sono concentrato su uno strano “campo carreggiato”, tipico affioramento roccioso calcareo solcato nei millenni dalle intemperie, come ce ne sono tanti anche in Appennino eppure davvero peculiare per le forme tondeggianti e i piccoli larici che vi emergevano. Una volta individuato il luogo, la fortuna ha girato dalla nostra parte. Prima c’é stato l’emozionante incontro con un bellissimo maschio di pernice bianca (poco bianca, a dire il vero, in questi giorni di primavera), mirabilmente mimetizzato nell’ambiente e localizzabile solamente grazie al verso rauco e inconfondibile. È stato il secondo appuntamento della mia vita con questo meraviglioso tetraonide, che per un “appenninico” come me, è animale esotico tanto quanto un bue muschiato… Poi, al tramonto, finalmente si è aperto uno spiraglio in cielo e la luce radente del sole ha premiato la nostra pazienza, regalandoci alcuni istanti magici e l’opportunità, mi auguro, di aver reso un minimo di giustizia fotografica all’importanza di questo luogo.

L’indomani mattina, all’alba, invece, ci siamo dedicati all’esplorazione di un bosco bellissimo, sempre sull’Altopiano dei Sette Comuni/Asiago. Nonostante la luce scadente e il cielo che minacciava pioggia, sono rimasto senza parole al cospetto di abeti bianchi, larici e faggi dalle dimensioni davvero imponenti. Con il naso in su, ho ammirato l’altezza di questi patriarchi e cercato di trasmetterne in foto un po’ la bellezza, ma ci sarebbe voluta una bella nebbiolina per rendere omaggio all’aura di questo vero “bosco degli urogalli”. Ovunque, i buchi scavati dal picchio nero e visioni sfuggenti di cervi e caprioli. Ho scoperto una traccia di martora, l'escremento di un gallo cedrone e giuro di aver sentito anche l’astore che chiamava. Però, il vero gioiello di questi boschi non va cercato in alto, bensì guardando con attenzione in basso, nell'umida lettiera, tra verdi muschi e legno marcescente.
Ai piedi di questi alberi secolari, ahimè assurdamente minacciati da tagli e invasive operazioni di esbosco, vive uno degli animali più rari e belli della fauna italiana. Con un'areale grande poco più di venti chilometri quadrati, la Salamandra di Aurora (Salamandra atra aurorae) è un po' il Santo Graal dell'erpetologia europea. La storia racconta che lo studioso Pierluigi Trevisan, che per primo ha descritto questa (sotto)specie, abbia dedicato la scoperta alla sua moglie Aurora. Questo splendido anfibio dai toni dorati vive solo qui in tutto il mondo e il ridotto numero di esemplari impone il massimo riserbo sulla condivisione di siti e abitudini. Troppi malintenzionati ne sono alla ricerca per arricchire le proprie collezioni e il suo habitat è davvero fragile. Il futuro è incerto per questa salamandra, ma per fortuna, ci sono dei paladini che si battono per la sua salvaguardia. Tra questi, l'erpetologo Enrico Romanazzi, che si dedica con anima e corpo non solo allo studio attento e alla conservazione di questo animale, ma, cosa rara tra i biologi, si occupa con impegno anche di divulgazione e educazione dei bambini. Ho avuto il privilegio di accompagnare Enrico e Sara, la sua collega, durante uno dei loro regolari campionamenti avendo immediatamente l'impressione di trovarmi di fronte a due persone d'eccezione. I veri eroi, infatti, non hanno bisogno di urlare a gran voce le proprie idee o sbandierare i propri successi, ma si muovono nell'intricata realtà umana in silenzio e con abnegazione, lasciando che siano i fatti a parlare per loro.
Come con Bruno e Ivan, anche con Enrico e Sara, la passione comune ha fatto sì che l'amicizia scattasse all'istante. Poi, è bastato un semplice sorriso da bambino per dimostrare tutta la mia riconoscenza, quando finalmente il mio sguardo si è posato sulla livrea color crema di questo piccolo, grande gioiello dell'Altopiano. Uno dei tanti incontri meravigliosi e indimenticabili che stiamo collezionando lungo il cammino per arrivare a L'Altro Versante.

 




















«Chi non risica non rosica», afferma il noto proverbio. Fotografando la natura, quando si tratta di ricercare un soggetto elusivo o un punto di vista inusuale, si sa che un po' di rischio ci vuole sempre. Fa parte del mestiere e, diciamocelo, anche un po' del fascino di questa attività.
Ma il senso costante di pericolo che ho provato zompettando sulle pietre umide e scivolosissime delle forre o sulle balze di roccia del Parco Nazionale del Cilento – Vallo di Diano (PNCVD per brevità) in compagnia del mitico Maurizio Biancarelli era di un altro livello e la dice lunga sulla missione che abbiamo condotto di recente insieme. Una missione o, meglio, una piccola avventura, tutta fatta di superlativi.



Innanzitutto il PNCVD è un'area protetta grandissima (la seconda per estensione in Italia), di fronte alla quale è emersa subito la necessità di operare una dolorosa selezione dei siti da visitare per l'Altro Versante. “Spaccando” il Parco in tre parti, abbiamo scelto sei siti da fotografare, numero all'apparenza realistico in base ai giorni di viaggio a disposizione. Abbiamo iniziato dal suo cuore e in particolare dai dintorni di Laurino e Felitto, dove ci siamo dedicati alla splendida Valle Soprana, con le sue foreste e il misterioso inghiottitoio della Grava di Vesalo, per poi passare alle gole del fiume Calore.
Percorrendo una stradina che sale da Laurino siamo arrivati all'alba nel punto dove sapevamo fosse la Grava, ma senza le indicazioni di alcune persone del luogo, non l'avremmo mai trovata. Sembrava un bosco come altri (splendidi in quest'inizio di primavera!), lungo un torrente come altri (tutti incantevoli!), eppure eravamo ignari della sorpresa che ci attendeva.
Abbiamo localizzato la Grava di Vesalo dal rumore dell'acqua. Sbalorditi abbiamo ammirato prima dall'alto e poi da vicino questa grotta che scende verticalmente nel cuore della montagna per oltre cento metri in cui, con due (quelle visibili!) cascate, si gettano le acque del torrente: sembrava la porta di accesso a un mondo ipogeo, freddo e muscoso, attraverso cui si entra senza poter fare ritorno.
Una cosa era ammirare la Grava, un'altra fotografarla. Un piccolo balcone di roccia offriva l'unico punto di vista interessante dove tentare di rendere il senso del luogo. L'acqua precipitava in una piccola marmitta prima di sparire nel buco. C'era però poco più di un metro per fare manovra e le rocce erano ricoperte di materiale organico bagnato e scivoloso come sapone. Il secondo superlativo che mi veniva in mente per definire questa missione era "pericolosissima".



Il primo turno è stato di Maurizio, che non sembrava avere problemi nel lavorare sul margine dell'orrido e che era tutto contento perché aveva appena individuato una bellissima salamandra pezzata sulle sponde del torrente. 
Quando è toccato a me, ho tolto gli scarponi, poiché nonostante il gelo preferivo mantenere un contatto diretto con la roccia, e mi sono mosso con lentezza da gasteropodo. Avanzavo centimetro dopo centimetro fino ad arrivare a vedere il fondo del primo salto. Ho montato la macchina sul treppiedi, assicurandone la cinghia. Tutto era instabile e potevo cadere da un momento all'altro. La prospettiva di un salto di cento metri nell'acqua gelida e di un difficilissimo recupero da speleologi rafforzava la mia autodisciplina. Non c'era margine d'errore. Dopo una ventina di minuti e la consapevolezza che forse non valesse la pena di rischiare ulteriormente, abbiamo deciso di ritornare sui nostri passi.


Il Cilento è terra di notevole carsismo, ma anche di acque superficiali. Da qui nascono fiumi selvaggi come il Bussento, il Sammaro (di cui parleremo prossimamente) e il Calore.
Per alcuni, quest'ultimo nome è sinonimo di lontra e non è stato un caso che i nostri angeli custodi in questa missione cilentana siano stati proprio degli esperti di questo splendido animale. Romina Fusillo e Manlio Marcelli sono due vecchie conoscenze e due biologi romani che da tempo hanno scelto di vivere in Cilento per studiarne l'abbondante popolazione di lontra e che hanno fondato una società, la LUTRIA snc, che si occupa di ricerca e conservazione degli habitat fluviali, qui come nelle regioni circostanti. Grazie ai loro consigli e alle preziose indicazioni, io e Maurizio abbiamo potuto individuare i punti migliori dove fotografare le gole del Calore e dove tentare (invano) di osservare la lontra.
Pur conoscendo molte gole scavate da altri fiumi italiani ancora selvaggi, posso dire che nulla regge il confronto con la monumentale opera d'arte che le acque del Calore hanno intagliato nelle sponde calcaree. Chilometri di massi giganti, sponde accidentate che sembrano bocche di squali, placche di erosione che generano cascate e rapide, correntine e gorghi con cui giocano le acque assolutamente blu di questo bellissimo (terzo superlativo!) corso d'acqua. Le sue rive odorano di macchia mediterranea e degli spraint della lontra. I rospi si riproducono dove l'acqua è più calma e il merlo acquaiolo nidifica nei punti più inaccessibili, risalendone il corso con il volo teso e rapido, come abbiamo potuto osservare di persona durante le nostre esplorazioni. È una fonte di stimoli senza fine per il fotografo, che rischia seriamente di impazzire nel cercare di immortalarne tutti gli angoli.

Vorrei tanto proseguire in questo racconto continuando a snocciolarvi altri superlativi positivi, ma devo fermarmi qui. Questa missione in Cilento infatti è stata anche molto triste.
Risalendo il corso del Calore, a monte delle sue splendide gole e in particolare sotto il paesino di Valle dell'Angelo, io e Maurizio abbiamo assistito attoniti all'insospettabile stato di degrado che affligge questo fiume. Una vera e propria discarica a cielo aperto infatti sorge nei pressi del paese e i suoi rifiuti vengono portati via dalle acque del Calore. In questo tratto le sue sponde sono letteralmente ricoperte di immondizia, che va dai sacchetti di plastica alle reti dei letti.
Il morale dei giorni precedenti ovviamente è sceso rapidamente a zero, quando ci siamo resi conto che qui come altrove alla bellezza di un luogo spesso non risponde alcuna consapevolezza da parte di chi lo abita. Io e Maurizio abbiamo riflettuto sul significato di un progetto come il nostro. È il fatto di essere nel cuore di un Parco Nazionale di certo non aiuta a smorzare il dolore di questa amara esperienza.