Visualizzazione post con etichetta Maurizio Biancarelli. Mostra tutti i post
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Da ieri il vento spira forte da sud-ovest e spinge scie di nuvole soffici come zucchero filato dalle vette più alte verso  quote medie, là dove il fitto manto di boschi si interrompe per lasciare spazio a verdi radure rigogliose, frequentate da pochi animali domestici e da una ricca popolazione di ungulati: caprioli, cinghiali e qualche cervo. 
Decido di fotografare qui al tramonto, sperando che le nuvole vengano colorate da una bella luce calda. 
Il crinale, d’altra parte, è avvolto da una fitta coltre grigia e non lascia speranze per oggi. 
Nel tardo pomeriggio, in compagnia delle guide, ci dirigiamo speranzosi verso il luogo prescelto, ma il tempo sta cambiando, il vento, teso e forte fino a poco tempo prima, cala d’intensità: mentre ci avviciniamo, delle belle nuvole che strisciavano sopra i fianchi morbidi della montagna non v’è più traccia, il sole prevale e solo grandi cumuli bianchi restano sospesi, alti e immobili, nel cielo. Le mie previsioni si sono rivelate sbagliate, non sembra questo il posto giusto stasera.
Ma ormai è fatta, non c’è più tempo per cambiare e allora con i forestali Giulio e Paolo avanziamo sul sentiero che ci porterà verso un bel poggio erboso, un luogo panoramico, da dove la vista spazia sul paesaggio ampio, avvolto dalla luce del tardo pomeriggio. 
Pazienza per le nuvole sparite, speriamo comunque in un bel tramonto e poi ci sono pur sempre gli animali. Mentre camminiamo sorprendiamo un gruppo di una trentina di cinghiali, femmine adulte con i piccoli. Pascolavano nell’erba e sono fuggiti rapidi verso l’intrico della vegetazione al nostro avanzare, con i piccoli che si intravvedono appena correre saltellando, affannati, tra le alte erbe mentre cercano di seguire da vicino gli adulti. 
“Stasera spero di vedere un cervo” dice Giulio ed io replico che mi sarei accontentato di tre lupi, così, tanto per dire. 
L’aria è mite, calma ed è bello sedere e godersi tranquilli l’attesa dopo giorni e giorni di alzatacce e lunghe scarpinate su pendii ripidi. Per prudenza e abitudine parliamo a bassa voce, poi ognuno trova un posto preferito dove sedersi e aspettare. Siamo a poca distanza l’uno dall’altro, ho montato il teleobiettivo e lo tengo pronto, penso tra me e me che un capriolo ambientato in quel paesaggio non sarebbe niente male. Rilassato, aspetto e cerco di immaginare come apparirebbe  un capriolo se sbucasse nel posto giusto. 
Il tempo scorre e non succede niente di particolare, ogni tanto sento le voci basse di Giulio e Paolo che conversano, ma non posso vederli. 
Sono le otto passate quando, all’improvviso, Giulio striscia nell’erba alta verso di me e, eccitato, sibila a voce bassa e controllata: c’è un lupo! Indica il versante opposto e scompare. Mi alzo seguendo l’istinto, ma penso che stia scherzando, non ci penso proprio che possa essere accaduto davvero. 
I due lupi sono invece proprio lì, al centro della grande radura, uno ci guarda. Incredibile. 
Sono a duecento metri da noi, non certo vicinissimi per il mio corto tele, ma perfettamente visibili nella luce calda e limpida. Scatto istintivamente mentre i due predatori si spostano, si fermano, ci guardano di nuovo e poi, dopo attimi interminabili, corrono decisi al riparo della faggeta e scompaiono alla vista. 
L’eccitazione è quella delle grandi occasioni: ancora increduli, ci scambiamo sorrisi e sguardi soddisfatti mentre commentiamo l’accaduto. Paolo li ha visti per la prima volta, per me non è certo così, ma questo incontro durante una missione per L’Altroversante assume un valore particolare, lo considero un segnale positivo e un buon auspicio. 
E poi oggi è il 27 giugno, e domani il giorno del mio compleanno. Non potevo certo aspettarmi regalo migliore.








Luglio. Non c’è niente da fare, l’estate è in fondo alla mia lista delle stagioni. Amo l’inverno, ho dedicato un libro intero all’argomento, ma non è per presa di posizione che trovo l’estate poco interessante. Ci sono dei dati oggettivi, dei motivi incontestabili. Quando trovate cieli costantemente sereni, piatti, afa e foschia, tutti elementi che non aiutano certo a scattare foto mozzafiato, direi nemmeno decenti? 
E poi il caldo e la fatica della salita, i vestiti zuppi di sudore, che vanno subito cambiati quando arrivi in cima, per poi ritrovarseli  dopo poco esattamente come prima.
Ma l’Altroversante è un progetto ambizioso, le missioni in programma sono tante, e così è inevitabile che qualcuna debba essere fatta in questa stagione. Cerco di consolarmi così mentre guardo il cielo sereno, il velo denso di foschie che nasconde i profili dei monti verso la pianura padana dall’alto del crinale dell’Appennino Tosco-Emiliano, sul quale cammino in cerca di ispirazione. 
Ma la frustrazione strisciante non si placa.  La sensazione di trovarsi davanti ad un bel paesaggio di verdi pendii ripidi ricoperti di incredibili distese di mirtilli, ammantati da boschi rigogliosi, punteggiati da una varietà di laghi e laghetti lasciati in eredità da antichi ghiacciai e trovare il tutto sotto un cielo senza una nuvola, con una luce sempre troppo dura, eccessiva, sta facendomi perdere la fiducia. Sento la voglia di sfogarmi un po' e parlo di questo  con Roberto e Giuseppe mentre camminiamo sul crinale del Monte Prado. Sono le mie brave guide e assentono, ma senza troppa convinzione, si vede che godono del vento e della “splendida” giornata soleggiata, come  biasimarli?
Siamo arrivati in netto anticipo sul tramonto e così mentre loro si rilassano, lasciato lo zaino a terra, faccio un giro esplorativo per trovare l’angolo migliore per la sera. Qualche nuvoletta sparuta si vede sopra al profilo del Cusna, chissà che non regga fino al calare del sole e si tinga di rosa. 
Le ore passano, si fa sera e, inaspettata,  arriva la sorpresa:  il “marino”, così lo chiamano quassù, un vento da sud-sud-ovest aumenta d’intensità e nuvole sottili cominciano a formarsi sotto i nostri occhi sospinte a gran velocità lungo i pendii. Sono esili, sparute, poco più che sbuffi di vapore all’inizio, ma poi mano a mano che passa il tempo aumentano di volume, fino a diventare nebbia intensa che tutto copre, annullando il paesaggio. A questo punto il mio umore cambia, repentino, come il tempo. Siamo in prossimità del tramonto e, se la nebbia si attenuasse, le possibilità di una vera foto da Altroversante si farebbero concrete. Ora sono in attesa trepida e l’adrenalina comincia a scorrere quando vedo che la nebbia, a tratti, si dirada davvero. Il vento è forte, le raffiche improvvise e anche se il treppiede è ben piazzato, non si sa mai, meglio cercare di stabilizzarlo ancora di più. Chiedo a Roberto di aiutarmi a tenerlo fermo con le mani, e’ freddo e gli  presto volentieri i miei guanti. Il suo aiuto è prezioso e generoso, apprezzo assai la sua collaborazione. Con la coda dell’occhio mi accorgo che alle nostre spalle Giuseppe, sorridente, sta iniziando a scattare col telefonino.
Nel momento cruciale si creano varchi nella nebbia, il paesaggio appare e scompare, mentre il flusso delle nuvole cambia, mutevole come non mai. Ora appare nitida una cima, ora un’altra. Tutto è giallo e rosso, ogni foto diversa, mentre scatto veloce e i tempi lunghi d’esposizione sfumano le nuvole in movimento. Scatto e sono eccitato, controllo in fretta il monitor, scambio battute a voce alta con Roberto, anche lui coinvolto dallo spettacolo e dal mio entusiasmo, e mi chiedo, in gran segreto, se sia il caso di cambiare opinione sull’estate.



Percorrere in solitudine un bosco è sempre stata per me un’esperienza intima. Soprattutto quando gli elementi si scatenano e raffiche di vento impetuoso fanno ondeggiare rami e tronchi ammantati di nebbia. Allora è come se la foresta facesse sentire la sua voce profonda, un mugghiare, un lamento, a tratti un ringhio spaventoso, che sembra provenire dal passato remoto e ci ricorda che i nostri tempi e quelli della foresta sono distanti. Ma anche che possono ricongiungersi, entrare in contatto quando camminiamo tra gli alberi e ci inoltriamo in questo mondo di mezzo, sospeso, capace di trasportarci, come per incanto, dall’odierno al passato lontano.
Se ci soffermiamo a riflettere sul tempo degli alberi rimaniamo sconcertati: molte specie impiegano centinaia di anni a crescere, altre centinaia a vivere e ancora secoli a morire. Alcune, come le sequoie americane, i nostri stessi ulivi, i tassi superano indenni i millenni.
In una giornata di fine maggio il cielo prometteva pioggia, grandi nuvole avvolgevano la sommità del monte Coscerno in Valnerina e proprio queste condizioni speravo di trovare quando sono salito verso Macchia Cerasa o Bosco dei Cento Faggi come i locali la chiamano, una faggeta che ricopre i pendii ad alta quota di questa bella montagna solitaria. Sul suo margine esterno i venti furiosi delle tempeste hanno costretto i tronchi a crescere contorti e sinuosi, talvolta striscianti come enormi serpenti dall’aspetto inquietante: lisci, lucidi e di colore rossiccio quando sono bagnati dalla pioggia. 
Erano molti anni che non venivo quassù e ritrovare la faggeta, riconoscere alcuni degli alberi è stato come venire a trovare un vecchio, buon amico che non si vede da tanto tempo. Una sorta di tacito appuntamento, seguito da sollievo quando mi sono reso conto che non vi erano stati grossi cambiamenti, né alberi abbattuti.
Ho letto tutto quello che ho potuto sul bosco e sugli alberi e continuo a farlo volentieri ogni volta che mi si presenta l’occasione. Lo faccio per cercare di capire, di meglio penetrare il mistero del rapporto che con questo ambiente è possibile instaurare. Un rapporto le cui radici si spingono nel profondo e la cui essenza non è facile da chiarire.
Le foreste non sono un insieme di alberi, ma un mondo complesso, capace di stimolare, come pochi altri, la nostra mente. Da sempre sono stati essenziali per l’immaginazione, come dice Robert Macfarlane nel suo “Mondi selvaggi” e, oltre a suscitare in noi diversi modi di essere e di percepire, sanno stimolare gli spiriti in modo sempre diverso. Una foresta non è solo un organismo vivente che ospita tante forme di vita diverse, ma è anche depositaria del nostro immaginario collettivo. Abbiamo un bisogno assoluto, profondo di entrare in contatto con il bosco, ne va del nostro stesso benessere psicofisico.
L’uomo ha iniziato a tagliare e bruciare le foreste per ottenere legname e spazi aperti già nel Neolitico in Europa. Nel corso dei secoli, il rapporto con i boschi è stato altalenante, contraddittorio: sfruttamento delle risorse tout court e ammirazione e venerazione si sono alternati e intrecciati. Nel nostro tempo secolarizzato e pragmatico, lo sfruttamento non è certo terminato ed ha assunto le proporzioni che conosciamo.
Ogni volta che so di un albero o di una foresta abbattuta, penso con amarezza che, con loro, una parte del nostro essere è andata perduta. 






Il Monte Coscerno e il Monte Aspra, nella media Valnerina, sono due massicci calcarei di grande interesse paesaggistico e naturalistico. Negli anni novanta del secolo scorso sono stati proposti come parco regionale: le caratteristiche c’erano tutte, ma le resistenze dei cacciatori hanno fatto sì che, dopo anni di contrasti,  il progetto venisse rigettato e il parco non vedesse mai la luce. Una battaglia persa, purtroppo.
Penso questo mentre salgo lentamente il ripido pendio che conduce in vetta al Coscerno, dove ho in mente di fotografare una bella faggeta e le interessanti specie vegetali che in primavera  riempiono di colori le praterie sommitali. 
Sono molti anni che non vengo quassù, ma ricordo, per un lavoro fatto in passato, belle fioriture di varie specie montane, che, alla luce dell’alba e con la teoria di rilievi della Valnerina come sfondo, potrebbero dare risultati niente male. 
Siamo in aprile e potrebbe essere ancora presto, ma quest’anno l’andamento climatico sembra favorevole ad una primavera anticipata, per cui un tentativo vale la pena di farlo, anche se per niente garantito.
Salgo lentamente, un po' per il peso dello zaino e un po' perché osservo con attenzione: la zona è ricca di fauna e un incontro interessante non si può mai escludere.
L’Altroversante è un progetto dedicato al paesaggio, ma quale paesaggio non migliora se al suo interno si riesce a collocare l’immagine di uno degli animali che quel luogo hanno scelto come dimora? In questi casi non c’è bisogno di una foto a pieno formato, una piccola sagoma ben inserita nel suo contesto è quanto di meglio si possa desiderare.
Quando arrivo in cima il sole non è ancora sorto, tira vento e fa abbastanza fresco e i fiori che cercavo non ci sono. È ancora presto, bisogna aspettare e tornare fra alcuni giorni.
Ammetto di essere un po' deluso ma, tutto sommato, c’era anche da aspettarselo, non è ancora il momento  giusto a questa quota. 
Dopo aver fatto un tratto della cresta, penso di scendere lungo il versante meridionale, chissà che in basso non riesca a trovare qualcosa.
Un po' perché scendo parecchio di quota e un po' per l’esposizione più favorevole, ecco apparire davanti a me una bella distesa di asfodeli fioriti. Niente di particolarmente esaltante, ma qualche scatto vale la pena di farlo. Mi fermo.
La luce è ancora buona quando il giovane capriolo arriva, brucando e avanzando lentamente nel prato fiorito. Non si è accorto di me, chinato come sono a fotografare e allora approfitto dell’occasione: riesco a fare solo qualche scatto prima che il rumore dell’otturatore lo allarmi e lo metta in fuga. 
Non è molto, ma almeno questo viaggio-sopralluogo mi ha donato qualche istante di quella gioia elettrizzante che solo l’incontro con una creatura selvatica può regalare.




Il Corno Grande alla luce dell'alba, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga

Il grande altipiano carsico di Campo Imperatore nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga è uno dei luoghi più affascinanti e solitari dell’Appennino centrale. Lungo 27 chilometri, è situato ad un’altitudine media di 1800 metri. 
L’ aspetto brullo e austero e la lunga distesa di doline che le animano, attraversandole come onde in movimento, donano a queste terre alte un carattere speciale in ogni stagione. È però in inverno, quando le strade di accesso alla montagna sono chiuse e la neve e il ghiaccio diventano protagonisti assoluti della scena, che è più facile entrare in contatto e stabilire una forte empatia con uno degli ambienti  più evocativi della catena appenninica. 
La lunga sequenza di ondulazioni del terreno viene bruscamente interrotta in lontananza dai quasi tremila metri della cima più alpina di tutto l’Appennino, il Corno Grande. Il contrasto è forte e la verticalità di quella massa rocciosa domina il paesaggio e monopolizza lo sguardo per chilometri.
Nel corso degli anni ho visitato tante volte Campo Imperatore, in stagioni diverse, alla ricerca di quelle atmosfere particolari che la variabilità climatica quassù regala più spesso che altrove, ma i risultati fotografici ottenuti mi hanno sempre confermato che questo luogo, nonostante l’indubbia spettacolarità, non è tra i più facili da riprendere. Ottenere risultati che non siano quelli classici non è semplice e sono veramente poche le foto da me scattate che ritengo soddisfacenti. 
Nonostante questo, o forse proprio per questo, continuo a frequentare questa area montuosa di cui subisco il fascino sottile. In fin dei conti quello che è più importante è vivere l’esperienza, perdersi in quella vastità, provare la sensazione vivificante del freddo e del vento sulla pelle, ascoltare il silenzio che domina sovrano, camminare lentamente sulle creste ondulate delle doline per scoprire nuovi punti di vista. E osservare; chissà che da qualche parte non sbuchino anche loro, i lupi, come è successo anni fa, in pieno giorno. 
E allora eccomi qua, in questa rigida mattinata di fine marzo: prima dell’alba e nel crepuscolo rischiarato da una luna quasi piena, sono tornato a camminare sul “mio” altipiano. Ho trovato il punto di ripresa  giusto e ho aspettato il nascere del nuovo giorno, rabbrividendo di freddo durante l’attesa.
La luce è arrivata, rosa e puntuale ad illuminare quelle rocce note, e, anche se la foto nel monitor non è proprio quella che avevo in mente, non importa. Il primo tiepido sole già scalda mentre la neve, dura e compatta, scricchiola sotto gli scarponi. 
Torno sui miei passi  leggero e soddisfatto.



Uno stambecco si muove tra le rocce del Parco regionale delle Alpi Marittime
Dai miei appunti sulla missione nel Parco regionale delle Alpi Marittime:
“Uno stambecco cammina veloce tra le rocce del passo delle Fenestrelle: è una gradita sorpresa e ho appena il tempo di uno scatto al volo, mentre ancora ansimo per la fatica  della salita. Grossi nuvoloni neri si avvicinano dal versante opposto e non promettono niente di buono, ma creano quella strana atmosfera carica di attesa che ogni volta mi preoccupa e, allo stesso tempo, mi intriga, come se qualcosa di speciale aleggiasse nell’aria immobile e stesse sul punto di manifestarsi.”
Era la mia prima salita nel cuore di questo parco regionale che affascina per l’imponenza di vette dalla bellezza austera e che sorprende per la inaspettata ricchezza faunistica. 
Ricordo camosci e stambecchi che sbucavano all’improvviso dalle rocce, brigate chiassose di coturnici che si gettavano a capofitto nel vuoto da alte rupi, sibilando a poca distanza dalle nostre teste, la mia e quella di Augusto, la guida, tracciando line rette nell’aria, ad ali semichiuse,  sparate come proiettili. 
Nel crepuscolo di un giorno di pioggia e nebbia, decine di salamandre pezzate avevano invaso la strada ed erano così fitte da costringerci a procedere a passo d’uomo in un continuo slalom, attenti a non schiacciarle sotto le ruote. E poi l’ermellino, un folletto che saltellava tra le rocce vicino al rifugio Questa, marmotte dovunque, gipeto in volo e l’elenco potrebbe continuare, nonostante i pochi giorni in cui sono restato lì.
Una straordinaria varietà di forme di vita che arricchisce, qui come altrove, la biodiversità del nostro paese, impreziosisce gli ambienti naturali e aumenta il piacere di visitarli e di percorrerne i sentieri.
Nel corso degli ultimi decenni la situazione ambientale in Italia ha visto un miglioramento generale per l’istituzione di molte riserve e parchi. L’abbandono di aree marginali da parte dell’uomo e il conseguente ritorno del bosco e degli ungulati, insieme alla protezione accordata ai grandi predatori come l’orso e il lupo, hanno creato le condizioni giuste per il recupero di queste specie, il cui ruolo nel mantenimento dell’equilibrio naturale è riconosciuto dalla scienza.
Una ricchezza che pone il nostro paese ai primi posti in Europa e stimola un tipo di turismo, quello ambientale, in continuo aumento. Un patrimonio di inestimabile valore che tutti dobbiamo sentire nostro, apprezzare e difendere da ogni possibile minaccia, soprattutto in un periodo molto critico come l’attuale, per garantirci un futuro di pacifica convivenza con tutti gli esseri viventi.





Alba sul massiccio del Monte Cucco
Ho frequentato per anni, in ogni stagione, ad ogni ora del giorno e della notte, questo massiccio calcareo isolato, a cavallo tra Umbria e Marche, a poco più di mezz’ora da casa mia.
Il monte Cucco è un bel posto, ricco dal punto di vista naturalistico, con una delle grotte più profonde d’Italia, un canyon mozzafiato, faggete antiche con alberi imponenti.
Non mancano testimonianze della presenza umana nel corso dei secoli: abbazie ed eremi, come quello camaldolese di San Girolamo, un vero nido d’ aquila appoggiato a  spettacolari pareti calcaree a strapiombo sulla Forra del Rio Freddo. Un posto da brivido, unico.

Forra del Rio Freddo ed Eremo di San Girolamo
Il suo primo abitatore fu il Beato Tommaso da Costacciaro che vi dimorò per molti anni fino alla sua morte, avvenuta nel 1337. Fu costituito eremo nel lontano 1520, sotto Papa Leone X. Attraverso varie vicissitudini l’eremo è arrivato fino a noi e ora, restaurato, è di nuovo abitato dai frati e stupisce chi risale i sentieri della montagna con l’arditezza della sua collocazione. 
Una montagna appenninica dall’ altezza non certo vertiginosa il Monte Cucco, ma con tutte le carte in regola per essere preso in considerazione per l’Altroversante.
In un certo senso l’ho tenuta in serbo per il nostro progetto, pensando di mostrarla nelle sue diverse vesti, nel corso delle stagioni. La vicinanza e la conoscenza del luogo mi hanno consentito di realizzare un progetto di ampio respiro, che comprendesse le varie stagioni, le diverse atmosfere, i diversi umori di un paesaggio montano che considero un po' come il balcone di casa.
Nel monte Cucco  ci sono angoli speciali, veri e propri giardini segreti, che poi segreti non sono, quelli cioè a cui sono più affezionato per motivi vari. Uno è sicuramente il Bosco delle Cese. 
Non molto esteso, colpisce per la presenza di faggi secolari dai tronchi contorti, spesso cavi, un vero bosco degli elfi. Ha carattere e ammalia nonostante le sue dimensioni ridotte e la vicinanza alla strada che sale verso la vetta. Questi faggi dai tronchi impressionanti venivano un tempo capitozzati, cioè tagliati, meglio dire mutilati a circa due o tre metri di altezza; pratica invasiva e, per fortuna, da tempo abbandonata.


Il Bosco delle Cese

La buona estensione di faggete mature resta uno degli aspetti naturalistici più importanti del parco. 
Purtroppo la realizzazione di un insediamento turistico negli anni sessanta/settanta del secolo scorso, quelli dei tanti danni perpetrati all'ambiente sotto l'euforia del boom economico, ha rovinato una parte delle fustaie della Val di Ranco, ma nel resto della montagna la situazione è di solito migliore.
Da non dimenticare la presenza di spettacolari fenomeni di carsismo, come le note grotte a sviluppo verticale che scendono ramificandosi per oltre 900 metri nelle viscere della montagna e la forra del Rio Freddo, scavata dalle acque del torrente omonimo su imponenti pareti di calcare massiccio, che viste dal basso ti fanno sentire piccolo e indifeso.
Qui vegeta una flora interessante come la primula orecchia d’orso Primula auricula e l’alloro, Laurus nobilis allo stato spontaneo, un relitto del Terziario che sopravvive grazie al microclima favorevole del canyon.
La fauna appenninica nel parco è ben rappresentata, con la presenza ormai stabile del lupo.
Nel versante meridionale la Spaccatura delle Lecce, le sue ripide pareti su cui si abbarbicano scuri cespugli di leccio ed i boschi misti con ornielli, aceri, querce che la circondano sono mete che non dimentico di visitare in autunno, quando sento la voglia di tuffarmi nella pace senza tempo della stretta valle, e mi godo caldi contrasti di colore e  languide suggestioni autunnali che si rinnovano anno dopo anno.


La Spaccatura delle Lecce circondata da boschi misti in veste autunnale

Val di Ranco e le sue faggete in inverno, sullo sfondo il Monte Catria


L’ elemento che, da fotografo, più mi colpisce è l’estrema variabilità delle condizioni meteorologiche, che garantiscono possibilità infinite per scattare fotografie. Il monte Cucco svetta solitario  ed è  esposto ad ogni tipo di venti, che di volta in volta generano condizioni meteo diverse e molto variabili. 
D’inverno, quando soffia il grecale, le temperature cadono a picco e gelo e neve si abbattono in men che non si dica sulla montagna. È il momento giusto per foto invernali, con la calaverna che impreziosisce di ricami fiabeschi rocce, rami e tronchi dei faggi. 
In certi anni buoni, ormai sempre più rari, il fenomeno può essere veramente spettacolare, con il ghiaccio che raggiunge parecchi centimetri di spessore.
Anche in pieno inverno può comunque succedere l'esatto contrario quando, con l'aria mite portata dal vento di scirocco, in poco tempo scompare uno strato di neve consistente.
Tutta l’area collinare che circonda il Monte Cucco, sia dal lato marchigiano che da quello umbro, è scarsamente abitata ed ha mantenuto caratteristiche ambientali e paesaggistiche poco mutate da secoli. Siepi, querce camporili e boschetti ornano ancora piccoli appezzamenti coltivati, creando un ecosistema ricco di biodiversità, un ambiente secondario ormai sempre più raro che costituisce una sorta di porta d’ingresso al parco montano.

Vista sulle Marche dal Monte Cucco all'alba









ll grande tronco spezzato è lì, svettante nella radura da chissà quanto tempo. In fase di deperimento, marcio, la spessa corteccia ridotta a brandelli e pieno di fori grandi e piccoli, non è più alto di tre o quattro metri. La parte superiore di quello che un tempo doveva essere un faggio colossale è crollata e giace al suo fianco. 
La luce ora penetra senza ostacoli in questo angolo di foresta, non c’è più la grande chioma ombrosa a trattenerla e decine di minuscole piantine hanno iniziato una lotta silenziosa e senza quartiere per garantirsi un posto al sole e crescere. Alla fine solo una ce la farà, dominerà sulle altre e distenderà un ombrello di verdi foglie, richiudendo il vuoto della radura, che tornerà fresca e buia. 
Intanto fa un caldo piacevole in questa mattina di luglio, mi avvicino lentamente, scrutando senza troppe speranze, quando con grande sorpresa la vedo: una Rosalia alpina sta scendendo velocemente  il grande tronco, è bellissima nella sua livrea azzurrina ed è la prima volta che la incontro, una vera emozione. 
Avevo già visitato, senza successo, altre ceppaie in questo angolo di faggeta vetusta, una di quelle poche rimaste dove gli alberi sono lasciati liberi di completare il proprio ciclo vitale. Qui una grande abbondanza di legno morto, marcescente, garantisce la possibilità di vita ad uno degli insetti che meglio indicano lo stato di naturalità di una foresta, la Rosalia alpina appunto.
La gestione economica del bosco, l’eliminazione del legno morto, una risorsa alimentare  fondamentale per la foresta, hanno reso raro questo coleottero che non trova più condizioni adatte al suo sviluppo.
Quando mi sposto nell’altro lato del grande tronco rimango stupito: sono almeno otto gli insetti presenti, un andirivieni di maschi in cerca di femmine, di accoppiamenti, di lotte. Un mondo in silenzioso, frenetico tumulto che contrasta con l’oziosa quiete circostante. 
Ci sono anche femmine fecondate che stanno deponendo le uova e si spostano, con lenta determinazione, lungo il tronco in cerca degli anfratti più idonei per deporre il loro prezioso fardello.
Da quelle uova nasceranno le larve che se ne staranno per due o tre anni all’interno del legno morto nutrendosene, completeranno il loro sviluppo e solo allora, all’inizio dell’estate, usciranno all’aperto da un foro che loro stesse hanno scavato.
Il tempo scorre mentre, tra mille contorsioni e con la schiena e il collo doloranti, cerco di inquadrare gli insetti che, nelle loro faccende affaccendati, non collaborano e si spostano di continuo, costringendomi a vere e proprie acrobazie. Da parte mia cerco di essere discreto e mi mantengo a distanza di sicurezza, per non interferire con l’attività degli abitanti di questo affollato condominio.
Quando riemergo da questa immersione totale mi accorgo che sono le tre del pomeriggio. Ho saltato il pranzo e non me ne sono neanche accorto.


Nuvole leggere sospinte da venti impetuosi sfiorano le cime del Corno Stella, 3050 m, al tramonto

“Tu sei dell’Italia centrale”. Abbiamo scambiato solo quattro chiacchiere, ma Augusto Rivelli, guardaparco di questa imponente area protetta piemontese, che svetta a quattro passi in linea d’aria dal Mediterraneo, riconosce subito l’accento. Non potrebbe essere diversamente, visto che lui è di origini marchigiane. Le vicende della vita e la passione per la natura lo hanno condotto quassù, ormai da molti anni. 
Siamo nel bel centro faunistico "Uomini e lupi" di Entracque  e gli sto spiegando quali sono le mie esigenze di fotografo per organizzare le prime uscite.  Di solito, la reazione più immediata in questi casi è di stupore e incredulità. Quando dici che devi essere ogni giorno nel posto giusto ben prima dell’alba, non ti puoi aspettare un’accoglienza entusiastica.
Augusto però sembra accusare bene il colpo, forse perché anche lui si interessa di fotografia, e ci mettiamo rapidamente d’accordo per la prima partenza antelucana.
Trovarsi a fotografare un’area che non si conosce, per quanto uno cerchi di documentarsi prima della partenza, non è impresa facile e l’aiuto di chi ha conoscenza profonda del territorio è di fondamentale importanza se si vogliono ottenere risultati soddisfacenti in un tempo che è sempre troppo limitato. Poi, naturalmente, sono le condizioni atmosferiche a risultare determinanti, ma su quello c’è poco da fare, bisogna prendere quello che la natura offre.
Il giorno dopo, il Defender ci porterà fino ad un punto preciso in quota dal quale saliremo verso il Colle delle Fenestrelle, un bel posto con tanto di laghetto, vista mozzafiato sul gruppo del Gelas e camosci e stambecchi, frequentatori abituali di quelle rocce e pietraie. Ottime prospettive, direi.

Stambecco al Colle delle Fenestrelle
Il mattino ci accoglie pieno di promesse, cielo stellato e uno strato di nuvole basse a nascondere le valli, meglio proprio non si poteva chiedere. 
Arrivati in prossimità del traguardo, scendo dal fuoristrada e osservo i profili nitidi delle montagne che svettano austere da ogni lato. Si percepiscono appena nella luce incerta del primo crepuscolo, ma la loro mole possente incombe e ti fa sentire piccolo, incute timore.
Augusto mi prospetta due possibilità: una verso valle e l’altra in quota. D’istinto, scelgo di salire per essere al cospetto dell’ Argentera, il massiccio cristallino vero e proprio cuore del parco.
Parcheggiamo la vettura e rapido mi affretto verso il sentiero, mentre Augusto si attarda con la macchina. Non passa molto tempo e la prima luce dell’alba scaccia il blu del crepuscolo con una sottile striscia rossa a tingere le creste rocciose più alte, accarezzate appena da uno sbuffo di nuvole leggere. 

Prima luce sulla cima e sui versanti meridionali dell'Argentera, 3297 m
Come inizio non è male, questa missione sembra cominciare sotto buoni auspici. 
Ma non tutto fila liscio: mentre saliamo la mia coscia inizia a farmi male: è uno stiramento che porto da un po' di tempo e che mi rende dolorosa la salita. Avanzo cauto facendo attenzione ai movimenti, sono lento ma al colle alla fine arriviamo salutati dal sibilo delle coturnici che, ad ali ripiegate, ci volano sopra le teste come proiettili. 
Il tempo però cambia e, dopo uno spuntino, verso mezzogiorno siamo costretti a scendere da una fitta pioggerella e da neri nuvoloni che si addensano minacciosi verso il Gelas, impedendone del tutto la vista.

Nuvole temporalesche sulla cresta del Monte Barra
A questa prima esperienza ne sono seguite altre, alcune per la verità piuttosto umide per pioggia e nuvole dense che riducevano la vista a pochi metri, ma una con un’alba di quelle da ricordare. 

Rilievi orientali del Parco in un'alba spettacolare, ma che preannuncia maltempo in arrivo
Augusto è prodigo di buoni consigli e non tarda a darmi anche una dritta sul posto giusto dove mangiare una buona polenta alla maniera piemontese. L’indicazione si rivela quanto mai azzeccata: nel loro ristorante-rifugio Baita Monte Gelas  a San Giacomo, Renzo e sua moglie Michelle, i proprietari,  fanno le cose con passione e gustare la loro polenta accompagnata da pietanze diverse è stata una esperienza memorabile. Per non parlare dei dolci, tutti fatti in casa, che chiudono degnamente il pasto e tirano su glicemia e morale specie dopo una lunga, faticosa scarpinata in montagna.
La vallata stretta che conduce al piccolo borgo è molto bella: boscosa e attraversata da un torrente ricco, è ammantata di quell’atmosfera rustica e genuina che caratterizza un po' tutta l’area protetta, non ancora contaminata da un certo modello di turismo “industriale”. Un'anima amena e selvaggia che queste valli tortuose e segrete, piene di carattere, sembra abbiano tutta l'intenzione di mantenere in piena epoca di omologazione. Non a caso, dopo una vacanza quassù, i Savoia scelsero quest’area per la costruzione di alcune belle casine di caccia, ubicate vicino al borgo e utilizzate ora come colonie. 

Il rifugio del Valasco, ex casa di caccia dei Savoia
I Reali, colpiti dalla bellezza del luogo, scelsero anche la Piana di Valasco per costruire un’altra importante casa di caccia, questa utilizzata come rifugio. 
È proprio da qui, a 1760 m sul livello del mare che, insieme a Nanni Villani, responsabile della comunicazione e marketing del parco, siamo partiti per una lunga traversata che ci ha condotto nel cuore dell’area. 
Carico come al solito, con il dolore alla gamba tenuto a bada dagli antidolorifici, ho iniziato questo lungo percorso in ottima compagnia. Nanni conosce il parco a fondo, si appassiona quando parla della ricchezza geologica di questo ampia porzione di catena alpina, la più grande area protetta ricadente interamente nel Piemonte. 
Mi ha già accompagnato in precedenza in una escursione di un giorno verso il bel lago Vei del Bouc, ma so che i prossimi due giorni saranno molto più impegnativi. Nanni racconta del lungo iter, ancora in corso,  per arrivare ad avere il riconoscimento di Patrimonio Mondiale dall’Unesco, mi racconta delle vicissitudini storiche che hanno coinvolto nel corso del tempo queste cime e valloni mentre percorriamo le strade militari, ancora intatte per lunghi tratti, costruite a costo di sforzi inimmaginabili e con mezzi ridotti, veri capolavori di ingegneria.
La ricchezza di acque superficiali colpisce: laghi grandi e piccoli, sorgenti, torrenti spuntano dappertutto. La biodiversità è notevole, come ci si può aspettare da un luogo di transizione tra l’area alpina e quella mediterranea. Numerose le popolazioni di camoscio e stambecco, parecchie le coppie di aquila reale e notevole la presenza del gipeto, reintrodotto. Ma la stazione di Juniperus phoenicea presente nella riserva omonima ci fa capire come anche le essenze termofile riescano a trovare il proprio spazio in queste montagne ricche di vita. Anche gli endemismi sono ben rappresentati, uno per tutti la Sassifraga florulenta o sassifraga dell’Argentera, in questo periodo dell’anno purtroppo sfiorita.

L'autunno è già arrivato in quota. Paesaggio attorno al rifugio Questa

Con Nanni raggiungiamo il rifugio Questa nel primo pomeriggio giusto in tempo per ripararci da una pioggia torrenziale. Stanchi e infreddoliti siamo rifocillati a dovere da Flavio, un vero montanaro che gestisce il rifugio. 



Riflessi sul lago del Claus all'alba

Con Nanni al bivacco Guiglia
Il giorno dopo si riprende il cammino prima dell’alba. Facciamo subito una visita al bel lago del Claus, incastonato fra una varietà di rocce montonate, che ci regala belle possibilità fotografiche con i riflessi dorati delle montagne circostanti.
La via del ritorno è molto lunga e impegnativa e l’ultima sosta avviene presso i laghi di Fremamorta, zona di rara bellezza, dove decido di aspettare la luce del tramonto, costringendo Nanni a condividere prima l’attesa e poi una lunga, interminabile discesa verso la macchina attraverso un sentiero tortuoso e pieno di ciottoli che ci farà raggiungere la meta a notte fatta. 

Parete occidentale dell'Argentera e Cima Nasta al tramonto da uno dei laghi di Fremamorta








Geranium argenteum

Il Geranio argentino


Mi ha sempre affascinato la ricerca di specie botaniche montane. Spesso minute, in apparenza fragili e delicate, vivono in condizioni estreme, in luoghi difficili e inospitali: in mezzo alle pietraie, nelle fessure delle rocce, nelle forre umide, nelle vallette nivali, depressioni dove la neve resiste per gran parte dell’anno. 
La loro capacità di adattamento a freddo, vento, siccità ha del proverbiale: riescono a cavarsela e prosperare là dove le piante di valle fallirebbero miseramente. 
Per esempio riescono ad attivare la fotosintesi a temperature molto basse, di poco superiori allo zero, hanno apparati radicali molto sviluppati che si infiltrano in profondità attraverso rocce o ghiaioni fino a raggiungere il terreno, rivestono le foglie di una fitta peluria per limitare la traspirazione e resistere alla siccità estiva e alle abbondanti radiazioni ultraviolette delle alte quote o acquisiscono una forma a cuscinetto, per meglio resistere al vento e al peso della neve.
I loro fiori sono spesso grandi e dai colori intensi: gli insetti impollinatori sono scarsi lassù e non si può rischiare di passare inosservati.
Può capitare che in montagna la breve stagione vegetativa sia compromessa dal cattivo tempo, per questo la maggior parte delle piante di altitudine è specie perenne. Se un anno va male, pazienza, la pianta non fiorisce o non fruttifica ma non muore ed è pronta a riprovare l’anno successivo.
Questi straordinari esseri viventi raccontano di sé: non si muovono e non gridano, ma le loro storie mute non sono per questo meno intriganti e ci riconducono a tempi e climi assai lontani. 
Il geranio argentino, Geranium argenteum, è una vera rarità per l’Appennino centrale, risulta infatti presente solo sui Monti Sibillini, dove era stato rinvenuto per la prima volta nell’ottocento dal botanico, medico e naturalista Bertoloni e poi non più trovato per lunghissimo tempo. Sembrava estinto, ma negli anni passati è stato riscoperto e ora questa piccola, elegante pianta è tornata a impreziosire la flora delle montagne della Sibilla.
In Italia è rara dovunque anche se presente sporadicamente in Carnia, nel Bellunese, nel Bresciano, nelle Apuane e in alcune cime dell’Appennino settentrionale. 
È probabilmente una specie che aveva più vasta diffusione prima dell’ultima glaciazione, visto che attualmente vive solo nelle catene marginali delle Alpi e in poche aree dell’Appennino che non furono mai ricoperte dai ghiacciai del Quaternario.





Nuvole basse scivolano sui crinali degli Alburni
Dopo due giorni di caldo africano, con temperature da piena estate e cieli lattiginosi che non concedono la minima possibilità fotografica, il morale è così basso che la voglia di vedere un’altra parte del parco si fa impellente e sembra l’unica soluzione. Ammesso che nel frattempo il tempo si decida a cambiare.
Rapida consultazione con Bruno e poi, di comune accordo, si lascia la parte più interna e si va verso gli Alburni. Il viaggio nelle strette strade tortuose di montagna è lento ma piacevole, si scende di quota per poi risalire in direzione di  Petina e Sicignano, due paesi posti alle falde della imponente catena di queste sorprendenti montagne. 
La ricchezza di verde ci colpisce. Mentre guido un occhio va, come sempre, agli alberi che costeggiano la strada: aceri, faggi, carpini bianchi e persino tigli sbucano dai bordi della carreggiata e allungano le fronde regalando ombra e frescura e dandoci subito un indizio sulla ricca varietà di specie presenti. 
Commentiamo positivamente e l’umore è già salito rispetto ai giorni precedenti.
Appena arrivati scendiamo a Petina, prendiamo qualche provvista e utili informazioni per salire in montagna, godendoci il bel centro storico del piccolo paese. Rimaniamo poco però, la voglia di salire e fotografare è pressante.
La salita comincia con una stretta stradina asfaltata che serpeggia nel mezzo di un bel castagneto, presto sostituito da grandi faggi ricoperti di licheni. Rimaniamo impressionati dalla loro bellezza, e siamo sempre più spronati ad andare avanti ed esplorare. Nostra meta sono il vertiginoso pinnacolo calcareo del Figliolo e la vetta  rocciosa tondeggiante del Monte Alburno, la cima più elevata della catena.

Nel cuore della faggeta
Prima però dobbiamo trovare l’imbocco del sentiero, che poi si rivela una stradina sterrata e, subito dopo, un luogo idoneo per la sosta col camper. È quasi l’una e la fame si fa sentire. 
Scegliamo di fermarci in una bella, ampia radura, nella quale troneggia un osservatorio astronomico che non pare molto utilizzato e un’altra costruzione, meglio dire lo scheletro di una costruzione, mai ultimata. Inevitabile amara considerazione sull’inutile sperpero e sullo stravolgimento del paesaggio. Possibile che dappertutto si debba trovare qualcosa che non va? Frustrante, ma la bellezza intorno prevale e compensa, per fortuna, la bruttura e l’ottusità di certe azioni dell’uomo. 
Mangiamo e poi decidiamo che una sana pennichella è d’obbligo prima di iniziare la salita pomeridiana. 
Io dormo nel camper, Bruno sotto l’ombra di un pero selvatico di dimensioni mai viste, un vero gigante ricoperto di fiori candidi. E non è solo, intorno ne vediamo diversi altri. 
Facciamo considerazioni sulle straordinarie potenzialità di questo luogo, bellissimo (a parte lo scempio edilizio) e adatto alla presenza di tutta la fauna appenninica, orso 
compreso.
Lobaria pulmonaria
Dopo il risveglio e il caffè, a metà pomeriggio, inizia la salita verso le nostre mete.
C’è un fascino sottile nel percorrere itinerari ignoti, la mente corre più veloce dei passi cercando di immaginare lo spettacolo che ci apparirà quando saremo lassù, nel luogo prescelto. Sono sicuro che i miei pensieri e quelli di Bruno si assomigliano mentre avanziamo. 
Ogni tanto ci scambiamo qualche impressione, mi colpisce in particolare la presenza di aceri campestri che formano piccole boscaglie pure. I tronchi sono letteralmente invasi dal grande tallo del lichene Lobaria pulmonaria, un ottimo indicatore biologico. In regresso da tempo in tutta Europa a causa dell’inquinamento e della frammentazione delle foreste, la sua presenza massiccia in quest’area conforta sulla purezza dell’aria e sullo stato di naturalità dei boschi. Mi rallegro, è uno dei miei licheni preferiti e non ne ho mai visti in tale abbondanza.
Quando giungiamo alla nostra destinazione, una terrazza rocciosa in posizione strategica, la vista verso il Figliolo e il Monte Alburno ci riempie gli occhi ma il tempo è grigio e sta peggiorando: nuvole alte nel cielo e, a quote medie, altre nuvole che il vento spinge verso di noi. Per il  momento sono lontane, ma è facile prevedere quello che succederà a breve. 
Non passa molto e ci troviamo avvolti da una nebbia fitta, che va e viene. Aspettiamo nella speranza che la cortina si sollevi una volta per tutte, concedendoci di nuovo il panorama sospirato. Cerchiamo di ingannare il tempo con qualche chiacchiera, facendo qualche passo per scaldarci, quand’ecco che riceviamo una visita inaspettata: un forestale in servizio ci raggiunge sulla nostra postazione. È incuriosito dalla nostra presenza e da quello che facciamo; riceve tutte le informazioni e ci aggiorna a sua volta, raccontandoci storie sui luoghi. È interessato al progetto, vuole saperne di più e promette di seguirlo. Questo ci fa piacere.


Il Figliolo e, sullo sfondo, il Monte Alburno al tramonto
Il tempo ora passa in maniera più gradevole e, lentamente, arriviamo in prossimità del tramonto. 
Il nostro visitatore se ne è andato da un po' quando il cielo inizia piano piano a colorarsi e, dopo qualche minuto, fasci di luce rossa sbucano tra le nuvole. Dopo tanto grigio non crediamo ai nostri occhi, una vera e propria raggiera circonda la vetta del Monte Alburno, sembra un effetto speciale creato artificialmente, ma è la realtà e dura un tempo che sembra infinito, come nelle migliori occasioni. 
Nessuno ci crederà, penseranno a Photoshop, sono le inevitabili battute. 
Sotto, nel frattempo, uno spesso strato di nebbia aleggia sulla vallata e nasconde le luci di paesini lontani. Scattiamo sino alle soglie della notte e poi, con l’aiuto delle lampade frontali, torniamo al camper, soddisfatti e carichi di emozione. 
La giornata non poteva finire meglio e, anche se stanchi, siamo pronti per l'alba del giorno che verrà.

Un mare di nebbia indugia sulle vallate all'alba