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Nuvole basse scivolano sui crinali degli Alburni
Dopo due giorni di caldo africano, con temperature da piena estate e cieli lattiginosi che non concedono la minima possibilità fotografica, il morale è così basso che la voglia di vedere un’altra parte del parco si fa impellente e sembra l’unica soluzione. Ammesso che nel frattempo il tempo si decida a cambiare.
Rapida consultazione con Bruno e poi, di comune accordo, si lascia la parte più interna e si va verso gli Alburni. Il viaggio nelle strette strade tortuose di montagna è lento ma piacevole, si scende di quota per poi risalire in direzione di  Petina e Sicignano, due paesi posti alle falde della imponente catena di queste sorprendenti montagne. 
La ricchezza di verde ci colpisce. Mentre guido un occhio va, come sempre, agli alberi che costeggiano la strada: aceri, faggi, carpini bianchi e persino tigli sbucano dai bordi della carreggiata e allungano le fronde regalando ombra e frescura e dandoci subito un indizio sulla ricca varietà di specie presenti. 
Commentiamo positivamente e l’umore è già salito rispetto ai giorni precedenti.
Appena arrivati scendiamo a Petina, prendiamo qualche provvista e utili informazioni per salire in montagna, godendoci il bel centro storico del piccolo paese. Rimaniamo poco però, la voglia di salire e fotografare è pressante.
La salita comincia con una stretta stradina asfaltata che serpeggia nel mezzo di un bel castagneto, presto sostituito da grandi faggi ricoperti di licheni. Rimaniamo impressionati dalla loro bellezza, e siamo sempre più spronati ad andare avanti ed esplorare. Nostra meta sono il vertiginoso pinnacolo calcareo del Figliolo e la vetta  rocciosa tondeggiante del Monte Alburno, la cima più elevata della catena.

Nel cuore della faggeta
Prima però dobbiamo trovare l’imbocco del sentiero, che poi si rivela una stradina sterrata e, subito dopo, un luogo idoneo per la sosta col camper. È quasi l’una e la fame si fa sentire. 
Scegliamo di fermarci in una bella, ampia radura, nella quale troneggia un osservatorio astronomico che non pare molto utilizzato e un’altra costruzione, meglio dire lo scheletro di una costruzione, mai ultimata. Inevitabile amara considerazione sull’inutile sperpero e sullo stravolgimento del paesaggio. Possibile che dappertutto si debba trovare qualcosa che non va? Frustrante, ma la bellezza intorno prevale e compensa, per fortuna, la bruttura e l’ottusità di certe azioni dell’uomo. 
Mangiamo e poi decidiamo che una sana pennichella è d’obbligo prima di iniziare la salita pomeridiana. 
Io dormo nel camper, Bruno sotto l’ombra di un pero selvatico di dimensioni mai viste, un vero gigante ricoperto di fiori candidi. E non è solo, intorno ne vediamo diversi altri. 
Facciamo considerazioni sulle straordinarie potenzialità di questo luogo, bellissimo (a parte lo scempio edilizio) e adatto alla presenza di tutta la fauna appenninica, orso 
compreso.
Lobaria pulmonaria
Dopo il risveglio e il caffè, a metà pomeriggio, inizia la salita verso le nostre mete.
C’è un fascino sottile nel percorrere itinerari ignoti, la mente corre più veloce dei passi cercando di immaginare lo spettacolo che ci apparirà quando saremo lassù, nel luogo prescelto. Sono sicuro che i miei pensieri e quelli di Bruno si assomigliano mentre avanziamo. 
Ogni tanto ci scambiamo qualche impressione, mi colpisce in particolare la presenza di aceri campestri che formano piccole boscaglie pure. I tronchi sono letteralmente invasi dal grande tallo del lichene Lobaria pulmonaria, un ottimo indicatore biologico. In regresso da tempo in tutta Europa a causa dell’inquinamento e della frammentazione delle foreste, la sua presenza massiccia in quest’area conforta sulla purezza dell’aria e sullo stato di naturalità dei boschi. Mi rallegro, è uno dei miei licheni preferiti e non ne ho mai visti in tale abbondanza.
Quando giungiamo alla nostra destinazione, una terrazza rocciosa in posizione strategica, la vista verso il Figliolo e il Monte Alburno ci riempie gli occhi ma il tempo è grigio e sta peggiorando: nuvole alte nel cielo e, a quote medie, altre nuvole che il vento spinge verso di noi. Per il  momento sono lontane, ma è facile prevedere quello che succederà a breve. 
Non passa molto e ci troviamo avvolti da una nebbia fitta, che va e viene. Aspettiamo nella speranza che la cortina si sollevi una volta per tutte, concedendoci di nuovo il panorama sospirato. Cerchiamo di ingannare il tempo con qualche chiacchiera, facendo qualche passo per scaldarci, quand’ecco che riceviamo una visita inaspettata: un forestale in servizio ci raggiunge sulla nostra postazione. È incuriosito dalla nostra presenza e da quello che facciamo; riceve tutte le informazioni e ci aggiorna a sua volta, raccontandoci storie sui luoghi. È interessato al progetto, vuole saperne di più e promette di seguirlo. Questo ci fa piacere.


Il Figliolo e, sullo sfondo, il Monte Alburno al tramonto
Il tempo ora passa in maniera più gradevole e, lentamente, arriviamo in prossimità del tramonto. 
Il nostro visitatore se ne è andato da un po' quando il cielo inizia piano piano a colorarsi e, dopo qualche minuto, fasci di luce rossa sbucano tra le nuvole. Dopo tanto grigio non crediamo ai nostri occhi, una vera e propria raggiera circonda la vetta del Monte Alburno, sembra un effetto speciale creato artificialmente, ma è la realtà e dura un tempo che sembra infinito, come nelle migliori occasioni. 
Nessuno ci crederà, penseranno a Photoshop, sono le inevitabili battute. 
Sotto, nel frattempo, uno spesso strato di nebbia aleggia sulla vallata e nasconde le luci di paesini lontani. Scattiamo sino alle soglie della notte e poi, con l’aiuto delle lampade frontali, torniamo al camper, soddisfatti e carichi di emozione. 
La giornata non poteva finire meglio e, anche se stanchi, siamo pronti per l'alba del giorno che verrà.

Un mare di nebbia indugia sulle vallate all'alba
























«Chi non risica non rosica», afferma il noto proverbio. Fotografando la natura, quando si tratta di ricercare un soggetto elusivo o un punto di vista inusuale, si sa che un po' di rischio ci vuole sempre. Fa parte del mestiere e, diciamocelo, anche un po' del fascino di questa attività.
Ma il senso costante di pericolo che ho provato zompettando sulle pietre umide e scivolosissime delle forre o sulle balze di roccia del Parco Nazionale del Cilento – Vallo di Diano (PNCVD per brevità) in compagnia del mitico Maurizio Biancarelli era di un altro livello e la dice lunga sulla missione che abbiamo condotto di recente insieme. Una missione o, meglio, una piccola avventura, tutta fatta di superlativi.



Innanzitutto il PNCVD è un'area protetta grandissima (la seconda per estensione in Italia), di fronte alla quale è emersa subito la necessità di operare una dolorosa selezione dei siti da visitare per l'Altro Versante. “Spaccando” il Parco in tre parti, abbiamo scelto sei siti da fotografare, numero all'apparenza realistico in base ai giorni di viaggio a disposizione. Abbiamo iniziato dal suo cuore e in particolare dai dintorni di Laurino e Felitto, dove ci siamo dedicati alla splendida Valle Soprana, con le sue foreste e il misterioso inghiottitoio della Grava di Vesalo, per poi passare alle gole del fiume Calore.
Percorrendo una stradina che sale da Laurino siamo arrivati all'alba nel punto dove sapevamo fosse la Grava, ma senza le indicazioni di alcune persone del luogo, non l'avremmo mai trovata. Sembrava un bosco come altri (splendidi in quest'inizio di primavera!), lungo un torrente come altri (tutti incantevoli!), eppure eravamo ignari della sorpresa che ci attendeva.
Abbiamo localizzato la Grava di Vesalo dal rumore dell'acqua. Sbalorditi abbiamo ammirato prima dall'alto e poi da vicino questa grotta che scende verticalmente nel cuore della montagna per oltre cento metri in cui, con due (quelle visibili!) cascate, si gettano le acque del torrente: sembrava la porta di accesso a un mondo ipogeo, freddo e muscoso, attraverso cui si entra senza poter fare ritorno.
Una cosa era ammirare la Grava, un'altra fotografarla. Un piccolo balcone di roccia offriva l'unico punto di vista interessante dove tentare di rendere il senso del luogo. L'acqua precipitava in una piccola marmitta prima di sparire nel buco. C'era però poco più di un metro per fare manovra e le rocce erano ricoperte di materiale organico bagnato e scivoloso come sapone. Il secondo superlativo che mi veniva in mente per definire questa missione era "pericolosissima".



Il primo turno è stato di Maurizio, che non sembrava avere problemi nel lavorare sul margine dell'orrido e che era tutto contento perché aveva appena individuato una bellissima salamandra pezzata sulle sponde del torrente. 
Quando è toccato a me, ho tolto gli scarponi, poiché nonostante il gelo preferivo mantenere un contatto diretto con la roccia, e mi sono mosso con lentezza da gasteropodo. Avanzavo centimetro dopo centimetro fino ad arrivare a vedere il fondo del primo salto. Ho montato la macchina sul treppiedi, assicurandone la cinghia. Tutto era instabile e potevo cadere da un momento all'altro. La prospettiva di un salto di cento metri nell'acqua gelida e di un difficilissimo recupero da speleologi rafforzava la mia autodisciplina. Non c'era margine d'errore. Dopo una ventina di minuti e la consapevolezza che forse non valesse la pena di rischiare ulteriormente, abbiamo deciso di ritornare sui nostri passi.


Il Cilento è terra di notevole carsismo, ma anche di acque superficiali. Da qui nascono fiumi selvaggi come il Bussento, il Sammaro (di cui parleremo prossimamente) e il Calore.
Per alcuni, quest'ultimo nome è sinonimo di lontra e non è stato un caso che i nostri angeli custodi in questa missione cilentana siano stati proprio degli esperti di questo splendido animale. Romina Fusillo e Manlio Marcelli sono due vecchie conoscenze e due biologi romani che da tempo hanno scelto di vivere in Cilento per studiarne l'abbondante popolazione di lontra e che hanno fondato una società, la LUTRIA snc, che si occupa di ricerca e conservazione degli habitat fluviali, qui come nelle regioni circostanti. Grazie ai loro consigli e alle preziose indicazioni, io e Maurizio abbiamo potuto individuare i punti migliori dove fotografare le gole del Calore e dove tentare (invano) di osservare la lontra.
Pur conoscendo molte gole scavate da altri fiumi italiani ancora selvaggi, posso dire che nulla regge il confronto con la monumentale opera d'arte che le acque del Calore hanno intagliato nelle sponde calcaree. Chilometri di massi giganti, sponde accidentate che sembrano bocche di squali, placche di erosione che generano cascate e rapide, correntine e gorghi con cui giocano le acque assolutamente blu di questo bellissimo (terzo superlativo!) corso d'acqua. Le sue rive odorano di macchia mediterranea e degli spraint della lontra. I rospi si riproducono dove l'acqua è più calma e il merlo acquaiolo nidifica nei punti più inaccessibili, risalendone il corso con il volo teso e rapido, come abbiamo potuto osservare di persona durante le nostre esplorazioni. È una fonte di stimoli senza fine per il fotografo, che rischia seriamente di impazzire nel cercare di immortalarne tutti gli angoli.

Vorrei tanto proseguire in questo racconto continuando a snocciolarvi altri superlativi positivi, ma devo fermarmi qui. Questa missione in Cilento infatti è stata anche molto triste.
Risalendo il corso del Calore, a monte delle sue splendide gole e in particolare sotto il paesino di Valle dell'Angelo, io e Maurizio abbiamo assistito attoniti all'insospettabile stato di degrado che affligge questo fiume. Una vera e propria discarica a cielo aperto infatti sorge nei pressi del paese e i suoi rifiuti vengono portati via dalle acque del Calore. In questo tratto le sue sponde sono letteralmente ricoperte di immondizia, che va dai sacchetti di plastica alle reti dei letti.
Il morale dei giorni precedenti ovviamente è sceso rapidamente a zero, quando ci siamo resi conto che qui come altrove alla bellezza di un luogo spesso non risponde alcuna consapevolezza da parte di chi lo abita. Io e Maurizio abbiamo riflettuto sul significato di un progetto come il nostro. È il fatto di essere nel cuore di un Parco Nazionale di certo non aiuta a smorzare il dolore di questa amara esperienza.




Se c’è una cosa per cui io amo così tanto il lavoro per L’Altro Versante è la libertà di scegliere in autonomia le missioni e l’opportunità di scoprire posti assolutamente sconosciuti.
Voi, per caso, avevate mai sentito parlare della Cipresseta di Fontegreca? O, magari, del "Bosco dei Zappini”? No??! Beh, non allarmatevi. Non ne sapevo nulla nemmeno io fino a quando non mi sono messo a raccogliere informazioni sul misterioso massiccio del Matese in vista della mia missione AV.... 
Placidamente ingombrante tra due regioni e tre province, questa imponente montagna segna il passaggio dall’Appennino centro-settentrionale a quello meridionale. Siamo a meno di duecento chilometri da Roma, ma si capisce subito che è tutto un altro mondo. E’ un mondo italico, pre-romano, da Sanniti e Irpini. Un mondo di lupi, creste spazzate dai venti, pastori solitari e fredde faggete. Ma anche di macchia mediterranea e solarità tirrenica. L’Appennino che è già meridione e regno della luce, pur essendo ancora soggetto ai capricci dell’altitudine.

Tra i luoghi che ho scelto di visitare per primi per rappresentare il Matese, c'è la cipresseta di Fontegreca sul versante campano del Massiccio. Una sorprendente foresta spontanea di cipressi, che adorna la forra del torrente Sava appena fuori del piccolo borgo e di cui si ha conoscenza da almeno cinquecento anni! In tanti si sono chiesti da dove venissero questi alberi e numerosi studiosi si avvicendano qui addirittura dal Seicento. Se dico cipressi, mi raccomando, non pensate a quelli del Carducci a Bolgheri o delle scenografiche colline senesi o, tantomeno, agli alberi dei cimiteri! Pensate invece a dignitose conifere dalle bellissime fronde verde-smeraldo e il tronco color cappuccino. Gli “zappini”, come sono chiamati da queste parti, forse in ricordo del francese “sapin” (che però vuol dire abete...), crescono qui selvatici e silenziosi. Liberi di morire e, quando il vento, il peso dell’edera o dell’età li fa crollare, di ostruire il corso del Sava. Tanti tronchi coperti di verdi muschi, fluorescenti nelle giornate più umide, e che contrastano con l'azzurro intenso delle piscine e delle cascatelle del torrente. Scenari da Plitivice in miniatura ma che fanno dimenticare i recenti fatti di cronaca, per cui si è parlato di inquinamento del Sava da fanghi di depurazione: un vero scempio.


Superati i tavoli da picnic, le passerelle e qualche intervento di “valorizzazione turistica” non proprio leggero, la forra del Sava si restringe e diventa ripida e scivolosa; il cammino arduo e soggettivo. Ci si perde tra rocce aguzze, radici, ellebori e odore di resina. Il rombo del torrente sovrasta sempre il suono del nostro affanno, ma non il verso acuto del merlo acquaiolo. L’occhio cerca ardite composizioni e ordine in un sano caos. La cipresseta di Fontegreca si estende solamente per una settantina ettari e sarà sì un puntino sulla carta d'Italia, ma il suo rapporto selvaticità/dimensioni è  sorprendente.