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UN PAESE MILLE PAESAGGI - Le montagne d’Italia viste da L’Altro Versante in mostra a Trento, Palazzo delle Albere, dal 28 aprile al 20 agosto 2017.

Il 28 aprile 2017, nell'ambito del Trento Film Festival, si inaugura la mostra fotografica e cinematografica de L’Altro Versante, il primo progetto multimediale dedicato al paesaggio italiano.

Vi aspettiamo numerosi per incontrare gli autori nello splendido Palazzo delle Albere che ospiterà foto e video de L'Altro Versante fino al 20 agosto.











Da ieri il vento spira forte da sud-ovest e spinge scie di nuvole soffici come zucchero filato dalle vette più alte verso  quote medie, là dove il fitto manto di boschi si interrompe per lasciare spazio a verdi radure rigogliose, frequentate da pochi animali domestici e da una ricca popolazione di ungulati: caprioli, cinghiali e qualche cervo. 
Decido di fotografare qui al tramonto, sperando che le nuvole vengano colorate da una bella luce calda. 
Il crinale, d’altra parte, è avvolto da una fitta coltre grigia e non lascia speranze per oggi. 
Nel tardo pomeriggio, in compagnia delle guide, ci dirigiamo speranzosi verso il luogo prescelto, ma il tempo sta cambiando, il vento, teso e forte fino a poco tempo prima, cala d’intensità: mentre ci avviciniamo, delle belle nuvole che strisciavano sopra i fianchi morbidi della montagna non v’è più traccia, il sole prevale e solo grandi cumuli bianchi restano sospesi, alti e immobili, nel cielo. Le mie previsioni si sono rivelate sbagliate, non sembra questo il posto giusto stasera.
Ma ormai è fatta, non c’è più tempo per cambiare e allora con i forestali Giulio e Paolo avanziamo sul sentiero che ci porterà verso un bel poggio erboso, un luogo panoramico, da dove la vista spazia sul paesaggio ampio, avvolto dalla luce del tardo pomeriggio. 
Pazienza per le nuvole sparite, speriamo comunque in un bel tramonto e poi ci sono pur sempre gli animali. Mentre camminiamo sorprendiamo un gruppo di una trentina di cinghiali, femmine adulte con i piccoli. Pascolavano nell’erba e sono fuggiti rapidi verso l’intrico della vegetazione al nostro avanzare, con i piccoli che si intravvedono appena correre saltellando, affannati, tra le alte erbe mentre cercano di seguire da vicino gli adulti. 
“Stasera spero di vedere un cervo” dice Giulio ed io replico che mi sarei accontentato di tre lupi, così, tanto per dire. 
L’aria è mite, calma ed è bello sedere e godersi tranquilli l’attesa dopo giorni e giorni di alzatacce e lunghe scarpinate su pendii ripidi. Per prudenza e abitudine parliamo a bassa voce, poi ognuno trova un posto preferito dove sedersi e aspettare. Siamo a poca distanza l’uno dall’altro, ho montato il teleobiettivo e lo tengo pronto, penso tra me e me che un capriolo ambientato in quel paesaggio non sarebbe niente male. Rilassato, aspetto e cerco di immaginare come apparirebbe  un capriolo se sbucasse nel posto giusto. 
Il tempo scorre e non succede niente di particolare, ogni tanto sento le voci basse di Giulio e Paolo che conversano, ma non posso vederli. 
Sono le otto passate quando, all’improvviso, Giulio striscia nell’erba alta verso di me e, eccitato, sibila a voce bassa e controllata: c’è un lupo! Indica il versante opposto e scompare. Mi alzo seguendo l’istinto, ma penso che stia scherzando, non ci penso proprio che possa essere accaduto davvero. 
I due lupi sono invece proprio lì, al centro della grande radura, uno ci guarda. Incredibile. 
Sono a duecento metri da noi, non certo vicinissimi per il mio corto tele, ma perfettamente visibili nella luce calda e limpida. Scatto istintivamente mentre i due predatori si spostano, si fermano, ci guardano di nuovo e poi, dopo attimi interminabili, corrono decisi al riparo della faggeta e scompaiono alla vista. 
L’eccitazione è quella delle grandi occasioni: ancora increduli, ci scambiamo sorrisi e sguardi soddisfatti mentre commentiamo l’accaduto. Paolo li ha visti per la prima volta, per me non è certo così, ma questo incontro durante una missione per L’Altroversante assume un valore particolare, lo considero un segnale positivo e un buon auspicio. 
E poi oggi è il 27 giugno, e domani il giorno del mio compleanno. Non potevo certo aspettarmi regalo migliore.




La sveglia come al solito squilla presto, troppo presto. Un veloce caffè e si parte, ancora mezzi addormentati. Per una volta, tutti e tre insieme. Io, Luciano e Maurizio ci troviamo a camminare in fila indiana lungo la strada di montagna. Ad ogni tornante questa sembra diventare sempre più ripida e il ritmo affannato del respiro diventa quasi ipnotico, facendoci chiudere ognuno in sé stesso. Dopo due ore di passi ritmati, affanno e silenzio, siamo sull'altipiano. È ancora buio ma il cielo sereno e la poca nebbia fanno presagire un'alba cristallina e dalla luce piatta. Peccato, nonostante il grande sforzo non c'è proprio quell'atmosfera che cercavamo per questo angolo poco noto delle Dolomiti!

Il freddo è pungente e a terra un sottile strato di brina ricopre tutto. Aspettiamo la prima luce per scattare qualche immagine e io sospiro immaginando la piana davanti ai nostri occhi ricoperta di nebbia o neve: sarebbe stata una gran foto! Ma non ci si perde d'animo e tutti iniziamo a inquadrare il paesaggio davvero particolare di questa piana "appenninica" sbattuta nel cuore delle Alpi. Quando il sole sorge, il tepore dei suoi raggi è piacevole, ma la luce, ancora una volta, è piuttosto ovvia e poco attraente.

Io e Maurizio abbiamo un lungo viaggio che ci aspetta, per rientrare nelle rispettive regioni del Centro Italia, e iniziamo a pensare di mettere via l'attrezzatura e scendere all'auto. Eppure, insoddisfatti, continuiamo a scandire il paesaggio per cercare un'inquadratura che dia giustizia al luogo. E così, affetto per un attimo da "fotofobia", inizio a guardare con attenzione nelle zone in ombra, lontano dalla luce. Così mi accorgo di questa zona di doline carsiche che si estende alla base di un pendio montano. La luce rifratta e la brina che permane danno un tono azzurro alla scena, mentre la lingua di un ghiaione ha un colore più caldo. Inizio a scattare, stringendo l'inquadratura con l'obbiettivo più lungo che ho con me e le immagini iniziano a piacermi. Faccio appena in tempo a trovare la composizione giusta che il sole arriva anche qui e riempie il mio obbiettivo di luce e riflessi, facendo scomparire la fredda magia.





Luglio. Non c’è niente da fare, l’estate è in fondo alla mia lista delle stagioni. Amo l’inverno, ho dedicato un libro intero all’argomento, ma non è per presa di posizione che trovo l’estate poco interessante. Ci sono dei dati oggettivi, dei motivi incontestabili. Quando trovate cieli costantemente sereni, piatti, afa e foschia, tutti elementi che non aiutano certo a scattare foto mozzafiato, direi nemmeno decenti? 
E poi il caldo e la fatica della salita, i vestiti zuppi di sudore, che vanno subito cambiati quando arrivi in cima, per poi ritrovarseli  dopo poco esattamente come prima.
Ma l’Altroversante è un progetto ambizioso, le missioni in programma sono tante, e così è inevitabile che qualcuna debba essere fatta in questa stagione. Cerco di consolarmi così mentre guardo il cielo sereno, il velo denso di foschie che nasconde i profili dei monti verso la pianura padana dall’alto del crinale dell’Appennino Tosco-Emiliano, sul quale cammino in cerca di ispirazione. 
Ma la frustrazione strisciante non si placa.  La sensazione di trovarsi davanti ad un bel paesaggio di verdi pendii ripidi ricoperti di incredibili distese di mirtilli, ammantati da boschi rigogliosi, punteggiati da una varietà di laghi e laghetti lasciati in eredità da antichi ghiacciai e trovare il tutto sotto un cielo senza una nuvola, con una luce sempre troppo dura, eccessiva, sta facendomi perdere la fiducia. Sento la voglia di sfogarmi un po' e parlo di questo  con Roberto e Giuseppe mentre camminiamo sul crinale del Monte Prado. Sono le mie brave guide e assentono, ma senza troppa convinzione, si vede che godono del vento e della “splendida” giornata soleggiata, come  biasimarli?
Siamo arrivati in netto anticipo sul tramonto e così mentre loro si rilassano, lasciato lo zaino a terra, faccio un giro esplorativo per trovare l’angolo migliore per la sera. Qualche nuvoletta sparuta si vede sopra al profilo del Cusna, chissà che non regga fino al calare del sole e si tinga di rosa. 
Le ore passano, si fa sera e, inaspettata,  arriva la sorpresa:  il “marino”, così lo chiamano quassù, un vento da sud-sud-ovest aumenta d’intensità e nuvole sottili cominciano a formarsi sotto i nostri occhi sospinte a gran velocità lungo i pendii. Sono esili, sparute, poco più che sbuffi di vapore all’inizio, ma poi mano a mano che passa il tempo aumentano di volume, fino a diventare nebbia intensa che tutto copre, annullando il paesaggio. A questo punto il mio umore cambia, repentino, come il tempo. Siamo in prossimità del tramonto e, se la nebbia si attenuasse, le possibilità di una vera foto da Altroversante si farebbero concrete. Ora sono in attesa trepida e l’adrenalina comincia a scorrere quando vedo che la nebbia, a tratti, si dirada davvero. Il vento è forte, le raffiche improvvise e anche se il treppiede è ben piazzato, non si sa mai, meglio cercare di stabilizzarlo ancora di più. Chiedo a Roberto di aiutarmi a tenerlo fermo con le mani, e’ freddo e gli  presto volentieri i miei guanti. Il suo aiuto è prezioso e generoso, apprezzo assai la sua collaborazione. Con la coda dell’occhio mi accorgo che alle nostre spalle Giuseppe, sorridente, sta iniziando a scattare col telefonino.
Nel momento cruciale si creano varchi nella nebbia, il paesaggio appare e scompare, mentre il flusso delle nuvole cambia, mutevole come non mai. Ora appare nitida una cima, ora un’altra. Tutto è giallo e rosso, ogni foto diversa, mentre scatto veloce e i tempi lunghi d’esposizione sfumano le nuvole in movimento. Scatto e sono eccitato, controllo in fretta il monitor, scambio battute a voce alta con Roberto, anche lui coinvolto dallo spettacolo e dal mio entusiasmo, e mi chiedo, in gran segreto, se sia il caso di cambiare opinione sull’estate.


Giovanni, l'esperto e competente guardiaparco sta guidando la jeep su una strada di cava, di pendenza incredibile. L'auto avanza lentamente in mezzo alle nuvole. Tutto intorno è nebbia. Sono preoccupato di questo inizio missione nelle Alpi Apuane, in Toscana. Le previsioni per i giorni successivi non sono assolutamente confortanti. Poco prima della nostra destinazione, due ombre attraversano veloci la rotabile e si fermano un attimo ad osservarci.
Sono due mufloni, mamma con piccolo, che dopo pochi secondi spariscono nel bianco. Parcheggiamo e a piedi ci incamminiamo verso l'Antro del Corchia, il sistema carsico sotterraneo più esteso in Europa con più di 70 km di gallerie e pozzi, scoperti grazie ad anni di esplorazione geologica. Molto più facilmente, io e Giovanni, sfrutteremo il percorso turistico aperto dal Parco circa 5 anni fa e che si snoda nel cuore della montagna per circa 2 km. Avrò il privilegio di avere tutto il percorso appositamente aperto ad-hoc solo per me e per le immagini che andrò a realizzare per l'Altro Versante.

Non ci sono parole e immagini che possano descrivere quello che si può vedere al suo interno. Anche Giovanni pur essendo stato qui diverse volte, pare a momenti rapito dalla forza e dalla bellezza che stiamo incontrando. Usciamo dopo circa tre ore, per me di frenesia fotografica, per Giovanni di paziente attesa. Fuori la nebbia sta pian, piano dissolvendosi, lasciando posto alle ultime luci che finalmente mi fanno vedere la montagna "vuota" anche nel suo profilo esterno. Rifacciamo il percorso al contrario, in discesa, e ci dirigiamo verso un punto in cui le torri del Corchia, si dovrebbero incendiare incrociando gli ultimi raggi del sole. Giovanni, mentre faccio i primi scatti, mi dice che in quei frangenti somigliano un po' alle Dolomiti...





La Marmolada e il suo ghiacciaio  - Luglio 2015

"....Quest'anno la Marmolada è più debole del solito......vedete quelle enormi placche che spiccano, di ghiaccio vivo, quasi azzurro? non si dovrebbero vedere, la neve dovrebbe ammantarle anche in questa stagione..."

Accompagnato da queste parole e dal vento che soffia forte dalla vallata sottostante alla catena del Padon, volgo le spalle al gestore del Rifugio Viel del Pan e cerco di trovare qualche composizione interessante dell'imponente massiccio che ho dinanzi.
Il rifugio è un meraviglioso balcone panoramico sul ghiacciaio e si raggiunge in poco tempo e dislivello dal Passo Pordoi. Sono assieme a Maurizio Biancarelli e al fotografo trentino Daniele Lira che ci ha accompagnato in quasi tutte le missioni realizzate in Trentino.
Un giorno sostanzialmente di riposo, questo al rifugio, reduci da lunghi e faticosi trekking nel vicino gruppo del Catinaccio. Giornate più impegnative ci aspetteranno.
Questi momenti di contemplazione e riflessione sono impagabili: ci avvicinano alla Natura e alle forze che la dominano in modo lento, dandoci il tempo di pensare, ammirare, preoccuparci.
I ghiacciai stanno soffrendo, sono vistosamente ammalati, alcuni stanno scomparendo proprio sotto i nostri occhi. Come quello vicino della Fradusta, nel Gruppo delle Pale di San Martino. I glaciologi parlano sommessamente della sua ultima estate.
Non solo animali, ma anche ghiacciai, in estinzione. Purtroppo non sarà l'ultimo. Il temuto innalzamento del clima dovuto all'irresponsabile comportamento umano sta proprio causando questi devastanti effetti e poco importa ci siano gli ottimisti a dichiarare che le fasi di recessione dei ghiacci da sempre si ripetono e che presto ci sarà un'altra piccola era glaciale.
Nonostante le convinzioni opposte e discordanti, pessimiste e no, i dubbi rimangono.
Come fotografi, come semplici osservatori della Natura, non ci rimane altro che documentare, testimoniare ciò che fu e che forse in futuro, non riusciremo più a contemplare.


Sembra quasi un giocattolo di gomma o una caramella alla liquirizia… in realtà la piccola salamandra alpina (Salamandra atra) è uno dei gioielli più preziosi della nostra fauna di montagna. 
Come tutte le altre specie di anfibi, anche questa salamandra ha delle necessità ecologiche ben definite che ne limitano la distribuzione sull'arco alpino. Non si trova dappertutto, ma localmente può essere anche molto abbondante. Ghiaioni o sfasciumi di rocce, umidità, stillicidio e temperature fresche, sempre in ambienti montani e lontani dalla copertura arborea: questi gli ingredienti per la presenza di questo animale.

Durante la mia recente missione nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, in Veneto, durante un pomeriggio piovoso e molto umido, poco adatto a fotografare paesaggi, sono stato accompagnato dagli amici Bruno Boz (con famiglia) e Giacomo De Donà per cercare di incontrare o, meglio, per dare un appuntamento a questo animale meraviglioso. Abbiamo risalito una valle promettente, camminando parecchio di più di quanto previsto. Ben presto, tra maglia e schienale dello zaino, eravamo un bagno di sudore. Nonostante il desiderio di trovarla fosse grande, iniziavamo a chiederci se ne valesse la pena. Il sentiero stretto si snodava nel bosco con continui saliscendi e curve. Non sembrava avere fine: era come camminare sulla pelle di un serpente. La pioggia aveva gonfiato il fiume e invitato allo scoperto le salamandre pezzate, cugine pagliaccio della piccola atra. L'abbondanza di queste ultime una sorpresa per un "appenninico" come me. Dalle mie parti, rari incontri con le salamandre fanno ahimè sempre più notizia...

Arrivati nella zona in cui concentrare le ricerche, ci siamo sparpagliati sul versante più umido e fresco. Dopo una ventina di minuti di vane ricerche, il morale era già sceso e iniziavo a sentire tutta la stanchezza dei giorni precedenti. Più per puntiglio che altro, abbiamo deciso di proseguire ancora lungo il sentiero per qualche centinaio di metri.

Ecco che Giacomo, insieme al piccolo e attentissimo Matteo Boz, ci fanno cenno di raggiungerli: ne avevano trovata una! Montiamo le attrezzature per scattare qualche immagine mentre il cielo promette un altro scroscio di pioggia. Io provo a controllare più avanti ancora e, sotto una felce, belle in mostra ne trovo altre due. Iniziamo a guardarci intorno e ne contiamo a decine. Immobili o attive, sopra una pietra o nascoste dalla vegetazione. Una vera festa anfibia!

Difficile esporre per questi animali nero-inchiostro sulle rocce riflettenti. Provo di tutto: grandangolare spinto e macro. Alla fine, la foto che mi convince di più è questa: l'animale nel suo contesto di rocce e acqua. Elegantissimo. 

Nel frattempo le nuvole si sono spostate e il temporale si allontana. L'aria si fa più fresca e inizia a soffiare il vento. Le rocce si stanno asciugando e, come per magia, dove prima erano decine di salamandre, ora se ne contano giusto un paio. 
Questa è la vera magia della natura, quando concede i propri doni. E io sono felice di quel pomeriggio, perché l’Altro Versante non è solo un viaggio tra paesaggi mozzafiato e luci incredibili, ma anche un omaggio al piacere della ricerca e all'emozione della scoperta.

Nuvole leggere sospinte da venti impetuosi sfiorano le cime del Corno Stella, 3050 m, al tramonto

“Tu sei dell’Italia centrale”. Abbiamo scambiato solo quattro chiacchiere, ma Augusto Rivelli, guardaparco di questa imponente area protetta piemontese, che svetta a quattro passi in linea d’aria dal Mediterraneo, riconosce subito l’accento. Non potrebbe essere diversamente, visto che lui è di origini marchigiane. Le vicende della vita e la passione per la natura lo hanno condotto quassù, ormai da molti anni. 
Siamo nel bel centro faunistico "Uomini e lupi" di Entracque  e gli sto spiegando quali sono le mie esigenze di fotografo per organizzare le prime uscite.  Di solito, la reazione più immediata in questi casi è di stupore e incredulità. Quando dici che devi essere ogni giorno nel posto giusto ben prima dell’alba, non ti puoi aspettare un’accoglienza entusiastica.
Augusto però sembra accusare bene il colpo, forse perché anche lui si interessa di fotografia, e ci mettiamo rapidamente d’accordo per la prima partenza antelucana.
Trovarsi a fotografare un’area che non si conosce, per quanto uno cerchi di documentarsi prima della partenza, non è impresa facile e l’aiuto di chi ha conoscenza profonda del territorio è di fondamentale importanza se si vogliono ottenere risultati soddisfacenti in un tempo che è sempre troppo limitato. Poi, naturalmente, sono le condizioni atmosferiche a risultare determinanti, ma su quello c’è poco da fare, bisogna prendere quello che la natura offre.
Il giorno dopo, il Defender ci porterà fino ad un punto preciso in quota dal quale saliremo verso il Colle delle Fenestrelle, un bel posto con tanto di laghetto, vista mozzafiato sul gruppo del Gelas e camosci e stambecchi, frequentatori abituali di quelle rocce e pietraie. Ottime prospettive, direi.

Stambecco al Colle delle Fenestrelle
Il mattino ci accoglie pieno di promesse, cielo stellato e uno strato di nuvole basse a nascondere le valli, meglio proprio non si poteva chiedere. 
Arrivati in prossimità del traguardo, scendo dal fuoristrada e osservo i profili nitidi delle montagne che svettano austere da ogni lato. Si percepiscono appena nella luce incerta del primo crepuscolo, ma la loro mole possente incombe e ti fa sentire piccolo, incute timore.
Augusto mi prospetta due possibilità: una verso valle e l’altra in quota. D’istinto, scelgo di salire per essere al cospetto dell’ Argentera, il massiccio cristallino vero e proprio cuore del parco.
Parcheggiamo la vettura e rapido mi affretto verso il sentiero, mentre Augusto si attarda con la macchina. Non passa molto tempo e la prima luce dell’alba scaccia il blu del crepuscolo con una sottile striscia rossa a tingere le creste rocciose più alte, accarezzate appena da uno sbuffo di nuvole leggere. 

Prima luce sulla cima e sui versanti meridionali dell'Argentera, 3297 m
Come inizio non è male, questa missione sembra cominciare sotto buoni auspici. 
Ma non tutto fila liscio: mentre saliamo la mia coscia inizia a farmi male: è uno stiramento che porto da un po' di tempo e che mi rende dolorosa la salita. Avanzo cauto facendo attenzione ai movimenti, sono lento ma al colle alla fine arriviamo salutati dal sibilo delle coturnici che, ad ali ripiegate, ci volano sopra le teste come proiettili. 
Il tempo però cambia e, dopo uno spuntino, verso mezzogiorno siamo costretti a scendere da una fitta pioggerella e da neri nuvoloni che si addensano minacciosi verso il Gelas, impedendone del tutto la vista.

Nuvole temporalesche sulla cresta del Monte Barra
A questa prima esperienza ne sono seguite altre, alcune per la verità piuttosto umide per pioggia e nuvole dense che riducevano la vista a pochi metri, ma una con un’alba di quelle da ricordare. 

Rilievi orientali del Parco in un'alba spettacolare, ma che preannuncia maltempo in arrivo
Augusto è prodigo di buoni consigli e non tarda a darmi anche una dritta sul posto giusto dove mangiare una buona polenta alla maniera piemontese. L’indicazione si rivela quanto mai azzeccata: nel loro ristorante-rifugio Baita Monte Gelas  a San Giacomo, Renzo e sua moglie Michelle, i proprietari,  fanno le cose con passione e gustare la loro polenta accompagnata da pietanze diverse è stata una esperienza memorabile. Per non parlare dei dolci, tutti fatti in casa, che chiudono degnamente il pasto e tirano su glicemia e morale specie dopo una lunga, faticosa scarpinata in montagna.
La vallata stretta che conduce al piccolo borgo è molto bella: boscosa e attraversata da un torrente ricco, è ammantata di quell’atmosfera rustica e genuina che caratterizza un po' tutta l’area protetta, non ancora contaminata da un certo modello di turismo “industriale”. Un'anima amena e selvaggia che queste valli tortuose e segrete, piene di carattere, sembra abbiano tutta l'intenzione di mantenere in piena epoca di omologazione. Non a caso, dopo una vacanza quassù, i Savoia scelsero quest’area per la costruzione di alcune belle casine di caccia, ubicate vicino al borgo e utilizzate ora come colonie. 

Il rifugio del Valasco, ex casa di caccia dei Savoia
I Reali, colpiti dalla bellezza del luogo, scelsero anche la Piana di Valasco per costruire un’altra importante casa di caccia, questa utilizzata come rifugio. 
È proprio da qui, a 1760 m sul livello del mare che, insieme a Nanni Villani, responsabile della comunicazione e marketing del parco, siamo partiti per una lunga traversata che ci ha condotto nel cuore dell’area. 
Carico come al solito, con il dolore alla gamba tenuto a bada dagli antidolorifici, ho iniziato questo lungo percorso in ottima compagnia. Nanni conosce il parco a fondo, si appassiona quando parla della ricchezza geologica di questo ampia porzione di catena alpina, la più grande area protetta ricadente interamente nel Piemonte. 
Mi ha già accompagnato in precedenza in una escursione di un giorno verso il bel lago Vei del Bouc, ma so che i prossimi due giorni saranno molto più impegnativi. Nanni racconta del lungo iter, ancora in corso,  per arrivare ad avere il riconoscimento di Patrimonio Mondiale dall’Unesco, mi racconta delle vicissitudini storiche che hanno coinvolto nel corso del tempo queste cime e valloni mentre percorriamo le strade militari, ancora intatte per lunghi tratti, costruite a costo di sforzi inimmaginabili e con mezzi ridotti, veri capolavori di ingegneria.
La ricchezza di acque superficiali colpisce: laghi grandi e piccoli, sorgenti, torrenti spuntano dappertutto. La biodiversità è notevole, come ci si può aspettare da un luogo di transizione tra l’area alpina e quella mediterranea. Numerose le popolazioni di camoscio e stambecco, parecchie le coppie di aquila reale e notevole la presenza del gipeto, reintrodotto. Ma la stazione di Juniperus phoenicea presente nella riserva omonima ci fa capire come anche le essenze termofile riescano a trovare il proprio spazio in queste montagne ricche di vita. Anche gli endemismi sono ben rappresentati, uno per tutti la Sassifraga florulenta o sassifraga dell’Argentera, in questo periodo dell’anno purtroppo sfiorita.

L'autunno è già arrivato in quota. Paesaggio attorno al rifugio Questa

Con Nanni raggiungiamo il rifugio Questa nel primo pomeriggio giusto in tempo per ripararci da una pioggia torrenziale. Stanchi e infreddoliti siamo rifocillati a dovere da Flavio, un vero montanaro che gestisce il rifugio. 



Riflessi sul lago del Claus all'alba

Con Nanni al bivacco Guiglia
Il giorno dopo si riprende il cammino prima dell’alba. Facciamo subito una visita al bel lago del Claus, incastonato fra una varietà di rocce montonate, che ci regala belle possibilità fotografiche con i riflessi dorati delle montagne circostanti.
La via del ritorno è molto lunga e impegnativa e l’ultima sosta avviene presso i laghi di Fremamorta, zona di rara bellezza, dove decido di aspettare la luce del tramonto, costringendo Nanni a condividere prima l’attesa e poi una lunga, interminabile discesa verso la macchina attraverso un sentiero tortuoso e pieno di ciottoli che ci farà raggiungere la meta a notte fatta. 

Parete occidentale dell'Argentera e Cima Nasta al tramonto da uno dei laghi di Fremamorta






Nuvole cangianti nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi
Fioriture copiose nella nebbia della Busa delle Vette
Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.
Quanto tempo desideravo conoscerle.
Meglio.
Perchè Belluno e le sue montagne sono vicine. Perchè alcuni di questi luoghi li ho già frequentati in passato e mi avevano affascinato. Perchè nelle mie assidue frequentazioni nelle Dolomiti Friulane le avevo spesso vicine, separate alle volte da una profonda vallata. Altre, da una linea di creste a cui difficilmente sapevo dare il nome. Neanche quando, disponendo di ore davanti a me, in attesa di un tramonto estivo, mi sforzavo di interpretare una cartina che il più delle volte non mi era amica e difficilmente me ne svelava il nome.
Perchè le Bellunesi hanno da sempre il fascino di specie vegetali leggendarie. Un amante della flora dei ghiaioni non può non avere il desiderio di vedere almeno una volta nella vita il minuto, endemico e misterioso Alisso dell'Obir. Perchè le Dolomiti Bellunesi, sono anche molto lontane. Richiedono quasi sempre trekking importanti e faticosi. Ma alla luce della missione che ho vissuto per L'Altro Versante, credetemi, i perchè elencati diventano davvero esigui rispetto alla realtà e ripagano ampiamente gli sforzi fatti per superare i decisi dislivelli.
Fioriture di Anemone narcissiflora nella Busa delle Vette
Per questa nuova missione, il raro endemismo guida deciso la mia pianificazione. Non ci sono dubbi o esitazioni. Finalmente lo conoscerò.
Sono sicuro, sarà un incontro intenso e appagante.
L'Alisso fiorisce normalmente agli inizi di luglio. Purtroppo in quegli stessi giorni dovremo essere sulla catena del Lagorai. Ci tocca quindi anticipare la missione sperando che il gran caldo abbia riscaldato i ghiaioni in cui cresce e favorito una precoce fioritura. Le notizie che arrivano direttamente dal Parco, sono confortanti e confermano le nostre speranze.
Rifugio Dal Piaz
L'appuntamento è a Passo Croce d'Aune con alcune guardie del Parco e i gestori del Rifugio Dal Piaz, Mirco e Erika. L'immediata sintonia è quella che si forma tra persone che amano la montagna e la vivono "sul campo". La vegetazione in questo periodo è straripante. Geranei selvatici, anemoni narciso, diverse specie di orchidee, gigli bianchi di San Antonio e arancione di San Giovanni, una vera e propria tavolozza di colore che vivacizza il velo di nebbia posato sulle montagne circostanti. Lungo il tragitto che ci porta al rifugio, Mirco e Erika ci raccontano della loro coraggiosa decisione di lasciare i loro rispettivi sicuri lavori da dipendenti e prendere in gestione il rifugio. Di come l'importante dislivello limiti l'afflusso alla struttura, soprattutto fuori stagione. Di come il clima sia così difficile da queste parti, con nebbie quasi onnipresenti a limitare lo sguardo che altrimenti spazierebbe importante dall'Altopiano di Asiago alle Pale di San Martino, dal Lagorai alle Dolomiti Friulane e ancora fino alla laguna di Venezia.
Grande ammirazione per tutte quelle persone che, come loro, decidono,  tra mille difficoltà e ahimè burocrazia "all'italiana" di essere liberi e realizzare il loro sogno.
Arrivati al rifugio, rapidi, sistemiamo gli zaini e a tavola pianifichiamo le tre giornate che abbiamo davanti. Mirco, vista la scarsità di ospiti presenti e la quasi certezza che nel pomeriggio di un giorno infrasettimanale non ne giungeranno altri, si offre di portarci a scoprire, nebbia permettendo, alcuni angoli nascosti delle cime che circondano la Busa delle Vette, in particolare l'anfiteatro ghiaioso di Cima 12.
Alisso dell'Obir
Partendo dal rifugio in pochi metri si guadagna il Passo delle Vette Grandi (1.994 mt): da qui lo sguardo spazia sull'anfiteatro della Busa delle Vette, testimone antico di un importante ghiacciaio. Predomina il verde punteggiato dal giallo dei botton d'oro e dal bianco dell'Anemone narcissiflora. Quando la nebbia che s'insinua dalla Val Belluna permette di intravedere, sembra che il bianco dei ghiaioni sia discontinuo, macchiato ovunque da una miriade di occhietti gialli.
E' lui! lo percepisco al volo e ne ho la conferma immediata avvicinandomi.
Il nome Obir deriva dal tedesco Hoch Obir, una nota cima delle Alpi Karawanken in cui questa piccola piantina ha il suo areale principale, ovviamente assieme alle Prealpi bellunesi e a poche modeste aree delle Alpi Giulie, in Friuli. La nebbia impedisce di realizzare degli scatti ambientati così mi limito a realizzare delle immagini ravvicinate sperando di poter rimediare nei giorni successivi.
Sono ovviamente emozionato e i miei compagni rispettano tutto il tempo che mi prendo per fotografarle e osservarle finalmente dal vivo.
Nel frattempo la nebbia scende intensa nella Busa. Ricopre dolcemente ma decisamente dapprima il fondo dell'anfiteatro per poi alzarsi e privarci della suggestione delle montagne che ci circondano.

Formazioni rocciose immerse nella nebbia
Cima 12 (prima)
Mirco ci guida sicuro dapprima attraverso sentieri ben segnati, poi, abbandonandoli, per tracce su ghiaioni ripidi.
Nel silenzio ovattato incrinato solo dal rumore dei nostri passi sulle scaglie di pietra del ghiaione che stiamo percorrendo, all'improvviso un fischio sibilato.
Ci fermiamo, e a pochi passi da noi si staglia la forma scura e inconfondibile di un camoscio.
Poi l'ombra svanisce verso l'alto e viene rapidamente inghiottita dalla nebbia.
Rimane solo il silenzio e la speranza che raggiunta la cima riusciamo a oltrepassare questa cortina fumosa.
Cima 12 (dopo)
Il cielo sopra di noi sembra maggiormente azzurro. Forse è solo un'illusione. Forse no.
Dapprima si alza una leggera brezza, poi alcuni squarci azzurri nel cielo e finalmente qualche raggio di sole s'insinua e illumina i ghiaioni e le creste di Cima 12.
Non sono cime vistose ed eleganti. Ma sono suggestive soprattutto quando, abbandonata la cima, Mirco ci conduce verso delle formazioni rocciose particolari, lastre di montagna appoggiate una sopra l'altra, quasi fossero dei libri. La memoria scorre veloce verso altri luoghi che me le ricordano intensamente, altre emozioni vissute in alta quota. Ai libri di San Daniele sopra Casso nelle Dolomiti Friulane e al "giardino roccioso" del M.te San Fior, nell'altopiano di Asiago.
Sono le nove di sera e la luce diretta del sole è svanita ormai da tempo.
Le nuvole sono però leggermente tinte di un rosa pallido e la nebbia, mai del tutto sparita, rende suggestivo questo paesaggio, fatto di rocce spezzate e apparente disordine.

Nei pressi di Cima 12
Poi, in breve, dopo appena pochi scatti l'atmosfera svanisce e rimangono solo silenzio e nebbia.
Il giorno successivo ci alziamo presto, verso le 3.30.
Usciti dal rifugio, rivolgiamo lo sguardo verso il cielo e le vette circostanti e abbiamo subito forte la sensazione che sarà una giornata lunga e faticosa, ma intensa e appagante.

Alba sul Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi














Geranium argenteum

Il Geranio argentino


Mi ha sempre affascinato la ricerca di specie botaniche montane. Spesso minute, in apparenza fragili e delicate, vivono in condizioni estreme, in luoghi difficili e inospitali: in mezzo alle pietraie, nelle fessure delle rocce, nelle forre umide, nelle vallette nivali, depressioni dove la neve resiste per gran parte dell’anno. 
La loro capacità di adattamento a freddo, vento, siccità ha del proverbiale: riescono a cavarsela e prosperare là dove le piante di valle fallirebbero miseramente. 
Per esempio riescono ad attivare la fotosintesi a temperature molto basse, di poco superiori allo zero, hanno apparati radicali molto sviluppati che si infiltrano in profondità attraverso rocce o ghiaioni fino a raggiungere il terreno, rivestono le foglie di una fitta peluria per limitare la traspirazione e resistere alla siccità estiva e alle abbondanti radiazioni ultraviolette delle alte quote o acquisiscono una forma a cuscinetto, per meglio resistere al vento e al peso della neve.
I loro fiori sono spesso grandi e dai colori intensi: gli insetti impollinatori sono scarsi lassù e non si può rischiare di passare inosservati.
Può capitare che in montagna la breve stagione vegetativa sia compromessa dal cattivo tempo, per questo la maggior parte delle piante di altitudine è specie perenne. Se un anno va male, pazienza, la pianta non fiorisce o non fruttifica ma non muore ed è pronta a riprovare l’anno successivo.
Questi straordinari esseri viventi raccontano di sé: non si muovono e non gridano, ma le loro storie mute non sono per questo meno intriganti e ci riconducono a tempi e climi assai lontani. 
Il geranio argentino, Geranium argenteum, è una vera rarità per l’Appennino centrale, risulta infatti presente solo sui Monti Sibillini, dove era stato rinvenuto per la prima volta nell’ottocento dal botanico, medico e naturalista Bertoloni e poi non più trovato per lunghissimo tempo. Sembrava estinto, ma negli anni passati è stato riscoperto e ora questa piccola, elegante pianta è tornata a impreziosire la flora delle montagne della Sibilla.
In Italia è rara dovunque anche se presente sporadicamente in Carnia, nel Bellunese, nel Bresciano, nelle Apuane e in alcune cime dell’Appennino settentrionale. 
È probabilmente una specie che aveva più vasta diffusione prima dell’ultima glaciazione, visto che attualmente vive solo nelle catene marginali delle Alpi e in poche aree dell’Appennino che non furono mai ricoperte dai ghiacciai del Quaternario.




La nostra missione è fotografare luoghi poco conosciuti per valorizzarli. Fotografare luoghi celeberrimi, invece, perché? Noi de L'Altro Versante ci siamo chiesti più volte se per il nostro progetto avesse un senso fotografare nuovamente luoghi considerati come "icone" della montagna italiana. Ogni qual volta ne abbiamo discusso, immancabilmente il nome delle Tre Cime di Lavaredo veniva preso ad esempio. Alla fine ci siamo convinti che anche queste celebrità andassero in qualche modo riscoperte, ma come? Sotto una luce nuova? Cercando inquadrature particolari? In condizioni meteorologiche diverse?

Conosco la zona delle Tre Cime da tanto, tantissimo tempo. Ancora prima di essere un fotografo, infatti, la frequentavo come semplice appassionato di natura e trekker. Quante salite, quante notti passate nei diversi rifugi della zona: dal Comici al Carducci, dal Pian di Cengia al più conosciuto Locatelli! Poi, sono arrivate le prime immagini. Le Tre Cime illuminate al tramonto, un immancabile classico della fotografia di paesaggio. Sembra quasi che quei tre "fratelloni" di dolomia siano emersi in una posizione geografica e con un'inclinazione tali da essere baciati perfettamente dagli ultimi raggi del sole. Per curiosità, sono tornato a sfogliare i plasticoni dove sono archiviate le mie vecchie diapositive e ho contato almeno 200 immagini, che raccontano dei tramonti infuocati e delle cime perfettamente illuminate, contornate da nuvolette rosa, che ho potuto ammirare negli anni.
Torno sempre volentieri da queste parti, possibilmente fuori stagione. Maggio e giugno sono mesi bellissimi per visitarle: sui ghiaioni ci sono ancora i segni bianchi dell'inverno.
Fotografare questo affascinante luogo in modo diverso è però molto difficile. l primi due tentativi, infatti, sono falliti. Luce perfetta il primo giorno: immagini tuttavia uguali a quelle che compaiono nei magneti da frigorifero che si vedono giù, al Lago di Misurina. Il secondo tentativo è stato durante una giornata che promette bene, ovvero una di quelle in cui la variabilità del tempo lascia auspicare luci inattese. Ho atteso la fine di un temporale, con fulmini a ripetizione sul Lago di Misurina. Poi mi sono incamminato verso il Sasso di Sesto e ancora oltre, in una zona caratterizzata dai resti della Grande Guerra. Aspetto, aspetto, ancora e ancora, finché il cielo così promettente si è tinto di un grigio senza speranza.

La terza volta, invece, sono tornato in compagnia di un caro amico, la giornata era veramente splendida. Poi, come succede tantissime volte in montagna, all'improvviso densi nuvoloni neri si sono affacciati all'orizzonte. Provenivano dalla Val Pusteria, da Dobbiaco. Abbiamo deciso comunque di proseguire verso il punto di ripresa concordato. Nel cielo le nuvole correvano velocissime. Si alternavano quelle cariche di pioggia, di un plumbeo intenso, a quelle dall'aspetto più innocuo, bianche e cremose. Anche la luce sembrava impazzire: raggi di sole si insinuavano tra le nubi per colorare la dolomia. Non sapevamo più dove guardare né cosa inquadrare. La situazione era davvero interessante, ma i lampi dei fulmini, attorno a noi e le prime gocce di pioggia ci preoccupavano non poco. Il cielo ha cominciato a tingersi di giallo con venature magenta. Cercavamo di proteggere l'attrezzatura dalle raffiche di pioggia portate dal vento. Poi, tutto a un tratto, il cielo vivido di luce, si è spento. Il temporale si è spostato verso i Cadini di Misurina.

Forse nemmeno questa è ancora l'immagine che ho in mente per celebrare queste magnifiche montagne. Ci tornerò sicuramente per realizzarla, anche se forse, la foto perfetta non arriverà mai. Perché anche le montagne più famose d'Italia indossano ogni giorno una veste nuova e unica, che invita a riscoprirle ancora una volta.









Si dice che nella fotografia naturalistica, il tempismo sia tutto. Cogliere l'attimo saliente di un'azione, il momento giusto dell'anno per documentare un fenomeno biologico particolare o la luce più suggestiva per rendere magica una composizione... Non c'è niente di più vero, tutti gli sforzi per cercare e inquadrare un soggetto diventano vani, infatti, se non si sceglie la situazione adatta per valorizzare l'immagine.

Questo monito mi tornato in mente pochi giorni fa durante la mia ultima missione nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi in Veneto. Tra i siti selezionati per l'Altro Versante, ho visitato la bellissima località dei "Piani Eterni" tra Belluno e Feltre. Questo strano altopiano, quasi un cratere circondato da alte montagne, è un posto a sé. Un po' Canada, un po' Appennino, è un mare d'erba tra i mughi e gli affioramenti rocciosi. Come tutti i luoghi che si sviluppano in piano non è un sito facile da fotografare e, inoltre, un nome così importante, "Piani Eterni" richiede un minimo di attenzione in più per dare giustizia al "senso del luogo".

Dopo una lunga camminata per arrivare alla malga che ci avrebbe ospitato per tre giorni, mi sono messo ad esplorare i dintorni. Ero stato colpito dai campi carreggiati e dai massi erratici, testimoni silenziosi di un passato glaciale e turbolento, che caratterizzavano un lato dei Piani. Avevo provato varie inquadrature, ma quella che mi convinceva di più vedeva le rocce in primo piano condurre lo sguardo verso un grosso masso lasciato lì dalla forza dei ghiacciai. L'immagine non era male, ma l'afa di quella serata non aveva permesso un tramonto avvincente e così mi ero dovuto accontentare di una fotografia piuttosto standard, dai toni abbastanza piatti.

Due giorni dopo, all'alba, che a giugno, diventa una cosa tosta da gestire e vuol dire alzarsi prima delle quattro del mattino, la bruma riempiva la conca erbosa. Ancora prima di prendere il caffè sono uscito e ho ammirato una mezzaluna che brillava sopra i colori cilestrini di quello scenario mattutino.
È stato un attimo. Senza dire nulla agli altri, ho preso fotocamera, grandangolo e treppiedi e sono corso nella nebbia a ricercare quello stesso masso e un'inquadratura simile a quella scattata il primo giorno.

Stavolta le montagne erano di un blu intenso e i confini meno definiti e scontati. Mi sono concesso qualche scatto e via, poiché mi attendeva una lunga esplorazione su un'altra montagna. Non c'era stato molto tempo per sperimentare, ma almeno avevo messo da parte una fotografia che portasse in sé un minimo dell'"eternità" di quel posto così particolare.





















100 anni sembrano davvero tanti. Quattro lustri, tre generazioni. Un’infinità di tempo…
Eppure, quando, pochi giorni fa, ho messo piede per la prima volta sulla sommità del Monte Ortigara, nell’Altipiano di Asiago (o "dei 7 Comuni"), nelle Prealpi Vicentine, durante la mia missione per L’Altro Versante, ho capito che un secolo, in fondo, non è che un attimo… Esattamente 98 anni fa, questa montagna e le brulle cime circostanti sono state teatro di una delle battaglie più sanguinose e disastrose del Primo Conflitto Mondiale. Qui, infatti, tra soldati italiani e austriaci, hanno perso la vita in pochi giorni non meno di 20.000 uomini. La cima stessa dell’Ortigara (oggi 2105 m s.l.m.) si è “abbassata” di ben 8 metri a causa dei continui bombardamenti. Il tentativo mal gestito da parte dell’esercito italiano di recuperare terreno dopo la “spedizione punitiva” degli Austriaci si concluse con uno dei capitoli più nefasti della storia italiana del XX secolo. 
Ora, questa montagna e i suoi dintorni sono un monumento internazionale, un ecomuseo. Le tracce della guerra: schegge e proiettili, ma soprattutto trincee, cannoniere, baraccamenti sono ancora ben visibili nel paesaggio lunare di quest’altipiano carsico, che, ancora non sembra aver dimenticato l’orrore di quei giorni. 
Devo dire che da queste parti si percepisce una strana atmosfera, un’aria pesante, nonostante la bellezza degli scenari. Solo il vento, infatti, si fa sentire mentre spazza i brulli affioramenti rocciosi, circondati da fitte mughete e da qualche larice stentato. In lontananza, a fatica, ogni tanto si riesce a cogliere il canto del merlo dal collare e magari il fischio delle marmotte. Alcune di queste, pensate un po’, hanno scavato le loro tane nei rifugi della guerra. E, il loro andirivieni, insieme al rosa delle fioriture di rododendri smorza un poco il senso di tristezza che pervade questo luogo, che rimane tuttavia particolare e affascinante. Camminando tra le rocce, tornano costantemente in mente le parole commosse scritte dal grande Mario Rigoni Stern, vero “spirito del luogo”:

“Un giorno di maggio del 1920 tre ragazzi salirono verso l’Ortigara per il Sentiero del Civeron prima e per il Passo di Val Caldiera poi. Arrivati dove il sentiero lascia i precipizi della Valsugana per immettersi sull’Altipiano, davanti ai loro occhi si presentò una orrenda visione: tra le rocce giallastre e sbriciolate, tra lenzuola di neve sporca, tra reticolati aggrovigliati a perdita d’occhio, resti di trincee e di postazioni, caverne, brandelli di divise, elmetti sfondati, scarpe, armi rotte, gavette, zaini, maschere antigas, munizioni di ogni tipo, barattoli, casse, schegge di bombe d’ogni calibro, stavano sotto il cielo primaverile centinaia e centinaia di cadaveri in decomposizione, scheletri, teschi, membra umane, ossa. E non un filo d’erba, non un fiore, non il canto di un uccello”.

Da “Amore di confine”, “Il mortaio del primotenente Hans Stiegland”

Nell’esplorazione dell’enorme Altopiano di Asiago, sono stato guidato da due buoni amici, Bruno Boz, biologo e fotografo di Feltre, a cui va tutta la mia riconoscenza per avermi aiutato nell’organizzazione della mia prima missione nel “Nord Est” e Ivan Mosele, fotografo di Asiago nonché grandissimo appassionato e conoscitore della natura dell’Altopiano, che ci ha fatto da Cicerone nei due giorni trascorsi insieme. Senza il sostegno del Comune di Asiago, poi, che ha autorizzato a lavorare nella zona e ad accedervi in auto, saremmo riusciti a fare ben poco, a causa del grande carico di attrezzature e della vastità dell’area.
Quest’angolo di Altopiano infatti non è per niente facile da fotografare. Siamo saliti sull’Ortigara e Campigoletti purtroppo nei due dei giorni più afosi e umidi di questa strana primavera 2015. Il cielo perennemente coperto e la foschia all’orizzonte pertanto non facevano sperare molto. In quelle condizioni i pendii di queste montagne erano delle semplici bande monocromatiche, il paesaggio piatto e senza punti di riferimento. Questo è il rischio che si corre quando si ha poco tempo da dedicare a un luogo, in un progetto così ambizioso e vasto come L’Altro Versante. Sforzandomi di non cadere mai nella disperazione, ho cercato davvero a lungo un angolo “fotogenico”, guardandomi attorno per ore, prima di estrarre l’attrezzatura. Alla fine sono concentrato su uno strano “campo carreggiato”, tipico affioramento roccioso calcareo solcato nei millenni dalle intemperie, come ce ne sono tanti anche in Appennino eppure davvero peculiare per le forme tondeggianti e i piccoli larici che vi emergevano. Una volta individuato il luogo, la fortuna ha girato dalla nostra parte. Prima c’é stato l’emozionante incontro con un bellissimo maschio di pernice bianca (poco bianca, a dire il vero, in questi giorni di primavera), mirabilmente mimetizzato nell’ambiente e localizzabile solamente grazie al verso rauco e inconfondibile. È stato il secondo appuntamento della mia vita con questo meraviglioso tetraonide, che per un “appenninico” come me, è animale esotico tanto quanto un bue muschiato… Poi, al tramonto, finalmente si è aperto uno spiraglio in cielo e la luce radente del sole ha premiato la nostra pazienza, regalandoci alcuni istanti magici e l’opportunità, mi auguro, di aver reso un minimo di giustizia fotografica all’importanza di questo luogo.

L’indomani mattina, all’alba, invece, ci siamo dedicati all’esplorazione di un bosco bellissimo, sempre sull’Altopiano dei Sette Comuni/Asiago. Nonostante la luce scadente e il cielo che minacciava pioggia, sono rimasto senza parole al cospetto di abeti bianchi, larici e faggi dalle dimensioni davvero imponenti. Con il naso in su, ho ammirato l’altezza di questi patriarchi e cercato di trasmetterne in foto un po’ la bellezza, ma ci sarebbe voluta una bella nebbiolina per rendere omaggio all’aura di questo vero “bosco degli urogalli”. Ovunque, i buchi scavati dal picchio nero e visioni sfuggenti di cervi e caprioli. Ho scoperto una traccia di martora, l'escremento di un gallo cedrone e giuro di aver sentito anche l’astore che chiamava. Però, il vero gioiello di questi boschi non va cercato in alto, bensì guardando con attenzione in basso, nell'umida lettiera, tra verdi muschi e legno marcescente.
Ai piedi di questi alberi secolari, ahimè assurdamente minacciati da tagli e invasive operazioni di esbosco, vive uno degli animali più rari e belli della fauna italiana. Con un'areale grande poco più di venti chilometri quadrati, la Salamandra di Aurora (Salamandra atra aurorae) è un po' il Santo Graal dell'erpetologia europea. La storia racconta che lo studioso Pierluigi Trevisan, che per primo ha descritto questa (sotto)specie, abbia dedicato la scoperta alla sua moglie Aurora. Questo splendido anfibio dai toni dorati vive solo qui in tutto il mondo e il ridotto numero di esemplari impone il massimo riserbo sulla condivisione di siti e abitudini. Troppi malintenzionati ne sono alla ricerca per arricchire le proprie collezioni e il suo habitat è davvero fragile. Il futuro è incerto per questa salamandra, ma per fortuna, ci sono dei paladini che si battono per la sua salvaguardia. Tra questi, l'erpetologo Enrico Romanazzi, che si dedica con anima e corpo non solo allo studio attento e alla conservazione di questo animale, ma, cosa rara tra i biologi, si occupa con impegno anche di divulgazione e educazione dei bambini. Ho avuto il privilegio di accompagnare Enrico e Sara, la sua collega, durante uno dei loro regolari campionamenti avendo immediatamente l'impressione di trovarmi di fronte a due persone d'eccezione. I veri eroi, infatti, non hanno bisogno di urlare a gran voce le proprie idee o sbandierare i propri successi, ma si muovono nell'intricata realtà umana in silenzio e con abnegazione, lasciando che siano i fatti a parlare per loro.
Come con Bruno e Ivan, anche con Enrico e Sara, la passione comune ha fatto sì che l'amicizia scattasse all'istante. Poi, è bastato un semplice sorriso da bambino per dimostrare tutta la mia riconoscenza, quando finalmente il mio sguardo si è posato sulla livrea color crema di questo piccolo, grande gioiello dell'Altopiano. Uno dei tanti incontri meravigliosi e indimenticabili che stiamo collezionando lungo il cammino per arrivare a L'Altro Versante.