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Ci sono dei momenti in cui, esplorando per la prima volta un luogo ignoto, pensi di aver già visto ed ammirato tutto il possibile. Inebriato, sazio di emozioni e bellezza, sei allora lì col bisogno di digerire, di voler metabolizzare tutti gli input di un'esperienza, quando zac! inaspettata, arriva a colpirti in pieno la vera "maraviglia"...

Ecco come mi sono sentito, quando in chiusura della mia ultima ed intensa missione per L'Altro Versante nello straordinario Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi in Veneto, sono stato accompagnato dall'amico, guida e fotografo, Giacomo De Donà a visitare la Valle del Mis e i Cadini del Brenton: piccolo regno d'acqua, incastonato nel cuore del Parco Nazionale.
Lasciata Belluno alla volta dei misteriosi Monti del Sole (una wilderness di roccia, camosci e zecche praticamente inesplorata), superiamo l'abitato di Sospirolo e alla nostra destra appare abbagliante l'azzurro del lago del Mis. Ma per quanto piacevole alla vista, non è questo bacino artificiale la meta della nostra uscita di quella sera. 

Il nostro primo obbiettivo, infatti è la cascata de "La Soffia", vicino l'omonima locanda. Già al parcheggio, il rumore dell'acqua si fa sentire. Dopo qualche decina di metri ci affacciamo sul buio inghiottitoio, che come le fauci di un animale preistorico, ingoiano lo scrosciante getto d'acqua. Le cascate sono sempre fotogeniche, ma mi piace molto il monocromatismo minerale di questo scorcio.

Le potenzialità della zona, però, iniziano a rivelarsi quando mi affaccio dal ponte sul ruscello che esce dall'orrido della cascata e ammiro le acque turchese che attraversano due pendii verdeggianti. Le fotografie si scattano quasi da sole. Stupendo.


Dopo un inizio così promettente, facciamo allora praticamente di corsa (e spaventando un camoscio finito chissacome così in basso) la breve salita per il primo dei "Cadini" del Brenton, una serie di spettacolari marmitte e cisterne, tra di loro collegate, scavate in migliaia di anni dall'acqua di un limpido ruscello. Partendo dall'altro seguiamo lentamente il sentiero in discesa.
I suoni sono esclusivamente liquidi. Armonie di gorgoglii e fragori che arrivano direttamente al cuore, ripulendo l'animo di tossine e facendoti sentire in pace con te stesso e il mondo attorno. I colori coprono tutte le variazioni possibili di verde e di azzurro. Turchese, cobalto, smeraldo: sembra il caveau di una gioielleria. Il sole è già dietro le montagne circostanti e il cielo velato è perfetto per dare giustizia ai toni incredibili e freddi di questa microscopica "Plitvice di casa nostra". 
Cala la luce e i tempi di posa si allungano enormemente. Tra una composizione e l'altra, c'è il tempo di guardarsi attorno, di godere di piccoli dettagli, di scambiare qualche battuta col compagno. E' bello rallentare un po' quando si è sempre di corsa. Il ritmo pian piano si adegua a quello dell'acqua. Forse, il dono più bello di questo angolo sorprendente e magico di cui, a causa della mia ignoranza, mai avrei sospettato l'esistenza. 
Scatto l'ultima foto che è praticamente buio. Nonostante la bellissima giornata e le tante immagini, sono rapito da questo luogo speciale e già consapevole di voler tornare a visitarlo.

Se è così bello in una livida serata di giugno, provo solo ad immaginare cosa possa diventare con le nebbie e i colori autunnali a incorniciare queste gemme d'acqua cristallina!






Quando il mio amico Bruno Boz, biologo e fotografo naturalista di Feltre, mi aveva parlato delle “sue” Dolomiti (delle Vette Feltrine e del gruppo del Cimonega... dei Piani Eterni e dei Monti del Sole: in due parole, del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi) e di quanto queste fossero selvagge e sconosciute, mi aveva profondamente colpito, accendendo in me una grande curiosità e la voglia di andarle a visitare. Bruno mi aveva raccontato infatti di pareti giganti e dislivelli pazzeschi, foreste di larici secolari e gole molto profonde dove scorrevano fiumi meravigliosi, dalle acque pulitissime. Montagne ricche di fauna e di specie endemiche o rare altrove, eppure poco frequentate dal turismo di massa, che invece ha colonizzato gran parte delle arcinote
Dolomiti considerate D.O.C. della parte settentrionale della Provincia di Belluno. Era deciso: avrei visitato il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi nel 2015 con L’Altro Versante!

E così, prima che arrivasse la scorsa primavera, con Bruno abbiamo pianificato una prima breve missione, quasi una ricognizione, da effettuarsi nei primi giorni di Giugno. Sapevamo già che una non sarebbe stata sufficiente. Abbiamo scelto di iniziare dalla zona dei Piani Eterni e poi di fare una visita (aggiungerei “doverosa”) alle valli dei fiumi Mis e Ardo.


I Piani Eterni, altopiano dal nome piuttosto “importante”, si sviluppano a a circa 1700 metri di quota. Si tratta di una vasta conca di origine carsica circondata da alte montagne. Un mare di erba color smeraldo e fischi di marmotte delimitato da un piano sollevato con affioramenti calcarei e “campi carreggiati” a sud (qui ci sono tantissime cavità e grotte: gli speleologi sono già scesi oltre 1000 metri sottoterra!) e ripide montagne di strano calcare rossastro a nord. Larici e abeti a sud, aquile e camosci a nord. In mezzo due malghe, Erera e Brendol, e una bellissima stalla del Settecento restaurata di recente.

Tutto stupendo, sì, ma prima di arrivare ad ammirare i Piani Eterni, uno deve ben faticare gli oltre mille metri di dislivello che attendono l'escursionista che parte dalla Val Canzoi. Niente di difficile, capiamoci, si tratta solo una lunga e tortuosa strada, a tratti asfaltata, che si inerpica (un po' noiosamente devo aggiungere) su uno dei pendii della valle del limpido torrente Caorame e sopra il lago artificiale della Stua.
Io e (l'altro) Bruno eravamo pronti ad affrontarla a ogni costo, ma, per fortuna, grazie alla generosa collaborazione del Parco Nazionale e del Corpo Forestale, oltre all'ospitalità in quota è stato anche offerto un passaggio in auto, non a noi... ma ai nostri zaini pesantissimi. Il mattino che siamo partiti, ho quindi fatto conoscenza con Enrico Vettorazzo del Parco Nazionale e con due simpaticissimi forestali, il comandante Dalla Rosa e la guardia Fritz. Last but not least, ad accompagnarci c'era anche l'amico Giacomo De Donà, giovane guida del Parco nonché fotografo dotatissimo e con “il cuore al posto giusto”. Così siamo partiti, zaini, bottiglie di vino e pacchi di pasta in fuoristrada con i forestali. Noi quattro invece a piedi, consapevoli della fatica che ci attendeva, ma anche felici di camminare, una tantum, senza alcun peso sulle spalle.

Anche se la salita è stata lunga, nonostante le piacevoli conversazioni e gli incontri con tante specie, ve la faccio comunque breve. Quasi alla fine, staccandoci dalla strada e prendendo il sentiero del Porzil, ci siamo presto trovati nel bosco, odore di muschi e occhi attenti a francolini e galli cedroni... Nessun animale si è rivelato al nostro sguardo, ma l'attenzione è stata premiata da una rarità, la Cortusa di Mattioli, una bella primulacea scovata da Enrico. Ancora qualche centinaio di metri e siamo tornati a vedere la luce. Tanta. Un mare di luce! Quello è stato il primo impatto con i Piani Eterni: la luce che in montagne e valli così ripide e profonde è rarità riempie questa terrazza naturale che sa tanto di piccolo Paradiso.


La malga Brendol, gestita dai Forestali, è semplicemente stupenda, la base ideale per esplorare nei giorni successivi i dintorni dei Piani Eterni. La giornata è ancora lunga e così, una volta cambiate le magliette, decidiamo di proseguire poco oltre e andare a vedere se in uno stagno a breve distanza ci sia qualche anfibio interessante. Veniamo ripagati da una coppia di rospi smeraldini in accoppiamento, che, a questa altitudine, fa notizia. Anche se una missione per AV si concentra al 90% sui paesaggi, io, da biologo, non riesco a contenere la mia curiosità e continue domande sulle tante specie animali che sembrano frequentare la zona. Quando rientriamo alla malga, gli amici forestali ci accolgono con un piatto di pasta fumante e un buon rosso: il Paradiso, davvero. Dopo pranzo il cielo minaccia pioggia e si sentono i primi tuoni. Non c'è altro da fare, se non sdraiarsi un attimo in branda e recuperare un po' di forze, ascoltando assai piacevolmente il temporale che infuria fuori dalla finestra.

Dopo un paio d'ore, la pioggia ha smesso, ma l'aria è rimasta molto carica di umidità e il cielo pieno di foschia. Non sarà il tramonto che attendevo, meglio quindi ripiegare su dettagli e sugli abitanti dell'altopiano. Mi avvicino a una marmotta tra i ranuncoli, strisciando malvolentieri nell'erba bagnata. Poi, con Bruno e Giacomo, cerchiamo timidi marassi tra le rocce e i cespugli di mugo fino al tramonto. Qualche scatto poco efficace al paesaggio (ci sarà da rifarsi nei giorni successivi!) ed è già ora di cena. Tra un boccone e l'altro, abbiamo ammirato un branco di cerve fuori dalla finestra che scendevano a brucare nella piana insieme a una fitta nebbiolina. All'ora blu, la magia si è compiuta. Seppure io non riuscissi più a vederle, le cerve sono rimaste impressionate sul sensore della mia reflex insieme all'azzurro intenso della luce che svaniva. Ero soddisfatto di quanto mostrava il display della mia macchina: ancora una volta avevo potuto assistere a quell'attimo fugace di eternità che rende questo nostro lavoro così affascinante.




Altre storie erano pronte per essere svelate. Ma questa che vi sto raccontando porta con sè i primi tepori della bella stagione, albe bagnate di rugiada, intensi profumi primaverili.
E non parlo a caso di profumo.
Assieme al caro amico e collega Bruno (D'Amicis) visiteremo durante il mese di giugno, il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Un territorio montuoso straordinariamente ricco di biodiversità. Davvero impegnativo e difficile però. Pochi gli accessi, tanti i metri di dislivello da percorrere per arrivare nei posti interessanti da riprendere.
Mi sarebbe piaciuto "introdurre" questo fantastico Parco, riprendendo le montagne da lontano. Un modo di raccontare a cui spesso ricorro. Con la cartina alla mano cerco i luoghi più interessanti da cui potenzialmente poterle riprendere.
Conosco molto bene un fantastico balcone panoramico da cui le Bellunesi si mostrano in tutta la loro grandiosità: dal Monte Borgà o ancora più in là, dagli strani e suggestivi Libri di San Daniele, nel cuore delle "mie" Dolomiti Friulane. Andare lassù, in questi giorni, in questa stagione non è proprio il massimo. Non ci sono punti di appoggio e il dislivello da affrontare è davvero esageratamente impegnativo per il mio stato di attuale di forma e per gli impegni futuri che dovrò affrontare per l'Altro Versante durante questa lunga estate. La mia ricerca alla fine approda nel paesino bellunese di Lentiai, pochi chilometri da Belluno. Da tempo avevo in mente di recarmi, proprio in questa stagione, nei pascoli sommitali, poco sopra il borgo, in località Pian di Coltura.
Qui a metà maggio si può assistere ad una delle più intense fioriture di narcisi osservabile in Italia.
Un'occasione ghiotta per far scoprire un posto non molto conosciuto e allo stesso tempo avere come sfondo le selvagge Dolomiti Bellunesi.
Parto da casa molto presto e in circa un'ora e mezza sono, come previsto, sul posto.
E' un'alba incerta, sembra che il sole non abbia voglia di svegliarsi. Profili e vallate ingabbiati in una nebbiolina azzurra, le vette nascoste da nuvole cariche di pioggia. Faccio fatica a vedere dove sono i narcisi, anzi, mi viene qualche dubbio che proprio ci siano. Poi, poco prima di parcheggiare la macchina, con la poca luce presente, li vedo biancheggiare in mezzo all'erba. Non mi sembra ce ne siano poi così tanti. Mi incammino lungo la stretta rotabile che taglia la dorsale di questo bucolico altopiano. Una curva e punto deciso verso dei prati in cui la fioritura sembra essere più consistente. All'istante capisco perchè non mi trovo davanti quel paesaggio che avevo immaginato. Le piogge insistenti dei giorni scorsi e le temperature piuttosto miti hanno fatto crescere in modo esagerato l'erba e quindi i narcisi sono nel pieno della loro fioritura ma l'abbondante verde presente smorza l'effetto "wow" del loro apparire.


Oggi sono un pò come il sole. Spesso risento della condizione di luce presente quando fotografo. Mi sforzo di guardare, di trovare uno spunto valido, mi sembra tutto così banale. Ricorro per ultimo ai trucchi del mestiere, al bagaglio di esperienza che porto con me.  Il sole timidamente compare all'orizzonte. Letteralmente mi tuffo nell'erba bagnata e cerco di sfruttare quei pochi momenti che so di avere a disposizione. All'altezza dei narcisi è ancora più difficile: ciuffi d'erba toccano la lente dell'obiettivo, alcuni fiori sono già appassiti, bisogna trovare insomma un'inesistente ordine compositivo nella realtà di un caos così evidente. Un processo mentale difficile da acquisire.
A tal proposito c'è un istruttivo e confortante libro scritto da un grande della fotografia naturalistica degli anni '90, Jan Töve, Beyond Order, che vi consiglio caldamente di leggere (solo in inglese).
Le immagini fatte fin'ora sono piuttosto intime, fanno vedere i narcisi da vicino. Sfugge l'ampiezza del paesaggio. Il sole è già piuttosto alto ma decido che il resto della giornata la dedicherò a questo tipo di composizioni, più aperte.
Il tempo passa veloce. Verso le dieci faccio un ultimo scatto. Una composizione di 3 immagini orizzontali che poi unirò in post-produzione per far solo intuire la bellezza del paesaggio che ho davanti.
Ripongo l'attrezzatura nello zaino e mentalmente mi riprometto di tornare nella primavera prossima, magari un pò di giorni prima, sperando in un paesaggio totalmente bianco di.... profumati narcisi.


















«Chi non risica non rosica», afferma il noto proverbio. Fotografando la natura, quando si tratta di ricercare un soggetto elusivo o un punto di vista inusuale, si sa che un po' di rischio ci vuole sempre. Fa parte del mestiere e, diciamocelo, anche un po' del fascino di questa attività.
Ma il senso costante di pericolo che ho provato zompettando sulle pietre umide e scivolosissime delle forre o sulle balze di roccia del Parco Nazionale del Cilento – Vallo di Diano (PNCVD per brevità) in compagnia del mitico Maurizio Biancarelli era di un altro livello e la dice lunga sulla missione che abbiamo condotto di recente insieme. Una missione o, meglio, una piccola avventura, tutta fatta di superlativi.



Innanzitutto il PNCVD è un'area protetta grandissima (la seconda per estensione in Italia), di fronte alla quale è emersa subito la necessità di operare una dolorosa selezione dei siti da visitare per l'Altro Versante. “Spaccando” il Parco in tre parti, abbiamo scelto sei siti da fotografare, numero all'apparenza realistico in base ai giorni di viaggio a disposizione. Abbiamo iniziato dal suo cuore e in particolare dai dintorni di Laurino e Felitto, dove ci siamo dedicati alla splendida Valle Soprana, con le sue foreste e il misterioso inghiottitoio della Grava di Vesalo, per poi passare alle gole del fiume Calore.
Percorrendo una stradina che sale da Laurino siamo arrivati all'alba nel punto dove sapevamo fosse la Grava, ma senza le indicazioni di alcune persone del luogo, non l'avremmo mai trovata. Sembrava un bosco come altri (splendidi in quest'inizio di primavera!), lungo un torrente come altri (tutti incantevoli!), eppure eravamo ignari della sorpresa che ci attendeva.
Abbiamo localizzato la Grava di Vesalo dal rumore dell'acqua. Sbalorditi abbiamo ammirato prima dall'alto e poi da vicino questa grotta che scende verticalmente nel cuore della montagna per oltre cento metri in cui, con due (quelle visibili!) cascate, si gettano le acque del torrente: sembrava la porta di accesso a un mondo ipogeo, freddo e muscoso, attraverso cui si entra senza poter fare ritorno.
Una cosa era ammirare la Grava, un'altra fotografarla. Un piccolo balcone di roccia offriva l'unico punto di vista interessante dove tentare di rendere il senso del luogo. L'acqua precipitava in una piccola marmitta prima di sparire nel buco. C'era però poco più di un metro per fare manovra e le rocce erano ricoperte di materiale organico bagnato e scivoloso come sapone. Il secondo superlativo che mi veniva in mente per definire questa missione era "pericolosissima".



Il primo turno è stato di Maurizio, che non sembrava avere problemi nel lavorare sul margine dell'orrido e che era tutto contento perché aveva appena individuato una bellissima salamandra pezzata sulle sponde del torrente. 
Quando è toccato a me, ho tolto gli scarponi, poiché nonostante il gelo preferivo mantenere un contatto diretto con la roccia, e mi sono mosso con lentezza da gasteropodo. Avanzavo centimetro dopo centimetro fino ad arrivare a vedere il fondo del primo salto. Ho montato la macchina sul treppiedi, assicurandone la cinghia. Tutto era instabile e potevo cadere da un momento all'altro. La prospettiva di un salto di cento metri nell'acqua gelida e di un difficilissimo recupero da speleologi rafforzava la mia autodisciplina. Non c'era margine d'errore. Dopo una ventina di minuti e la consapevolezza che forse non valesse la pena di rischiare ulteriormente, abbiamo deciso di ritornare sui nostri passi.


Il Cilento è terra di notevole carsismo, ma anche di acque superficiali. Da qui nascono fiumi selvaggi come il Bussento, il Sammaro (di cui parleremo prossimamente) e il Calore.
Per alcuni, quest'ultimo nome è sinonimo di lontra e non è stato un caso che i nostri angeli custodi in questa missione cilentana siano stati proprio degli esperti di questo splendido animale. Romina Fusillo e Manlio Marcelli sono due vecchie conoscenze e due biologi romani che da tempo hanno scelto di vivere in Cilento per studiarne l'abbondante popolazione di lontra e che hanno fondato una società, la LUTRIA snc, che si occupa di ricerca e conservazione degli habitat fluviali, qui come nelle regioni circostanti. Grazie ai loro consigli e alle preziose indicazioni, io e Maurizio abbiamo potuto individuare i punti migliori dove fotografare le gole del Calore e dove tentare (invano) di osservare la lontra.
Pur conoscendo molte gole scavate da altri fiumi italiani ancora selvaggi, posso dire che nulla regge il confronto con la monumentale opera d'arte che le acque del Calore hanno intagliato nelle sponde calcaree. Chilometri di massi giganti, sponde accidentate che sembrano bocche di squali, placche di erosione che generano cascate e rapide, correntine e gorghi con cui giocano le acque assolutamente blu di questo bellissimo (terzo superlativo!) corso d'acqua. Le sue rive odorano di macchia mediterranea e degli spraint della lontra. I rospi si riproducono dove l'acqua è più calma e il merlo acquaiolo nidifica nei punti più inaccessibili, risalendone il corso con il volo teso e rapido, come abbiamo potuto osservare di persona durante le nostre esplorazioni. È una fonte di stimoli senza fine per il fotografo, che rischia seriamente di impazzire nel cercare di immortalarne tutti gli angoli.

Vorrei tanto proseguire in questo racconto continuando a snocciolarvi altri superlativi positivi, ma devo fermarmi qui. Questa missione in Cilento infatti è stata anche molto triste.
Risalendo il corso del Calore, a monte delle sue splendide gole e in particolare sotto il paesino di Valle dell'Angelo, io e Maurizio abbiamo assistito attoniti all'insospettabile stato di degrado che affligge questo fiume. Una vera e propria discarica a cielo aperto infatti sorge nei pressi del paese e i suoi rifiuti vengono portati via dalle acque del Calore. In questo tratto le sue sponde sono letteralmente ricoperte di immondizia, che va dai sacchetti di plastica alle reti dei letti.
Il morale dei giorni precedenti ovviamente è sceso rapidamente a zero, quando ci siamo resi conto che qui come altrove alla bellezza di un luogo spesso non risponde alcuna consapevolezza da parte di chi lo abita. Io e Maurizio abbiamo riflettuto sul significato di un progetto come il nostro. È il fatto di essere nel cuore di un Parco Nazionale di certo non aiuta a smorzare il dolore di questa amara esperienza.








Le acque dell'Alcantara scorrono veloci tra le colonne basaltiche delle omonime Gole

Ha piovuto molto nei mesi scorsi e durante tutto l’anno passato, mi spiega Natale Giamboi, l’area a monte è di natura argillosa e due affluenti importanti convogliano limo in continuazione nelle acque dell’Alcantara. Ecco perché nelle Gole il fiume è color nocciola; e non c’è molta speranza di vederlo cambiare almeno sino alla fine di maggio. Siamo nella prima decade di aprile e quindi capisco che bisogna per forza trovare un’alternativa. 
Ma Natale, guida escursionista esperta dei luoghi non si tira indietro e mi dice che, provando a monte, le possibilità di trovare acque limpide, canyons  e rocce spettacolari non mancano di certo. E’ anche una buona occasione per evitare luoghi arcinoti, già presi d’assalto da un certo numero di turisti, anche se il grosso delle visite arriverà puntuale con la calura estiva.
Di buon mattino ci rechiamo quindi in esplorazione e, attraversando le rive ammantate di una intricata boscaglia di verdi ferule e bianchi asfodeli fioriti, giungiamo in prossimità del fiume. 
Natale aveva ragione, il luogo è assolutamente da fotografare ma cercare il giusto sentiero tra la fitta vegetazione è stata impresa non facile, il tempo è passato veloce e la luce migliore se ne è già andata. Non importa, stasera dormirò col camper qua vicino e domattina, all’ora giusta, sarò nel punto prescelto per le riprese.
L’aiuto di di Natale e di Diego Leonardi, che purtroppo ha avuto un incidente alla gamba e mi ha potuto seguire solo a distanza col telefono, si rivelano preziosi. Non avrei potuto trovare così facilmente dei luoghi suggestivi e poco noti del fiume. Approfitto volentieri della loro proverbiale disponibilità, che  arricchisce dal punto di vista umano questa mia missione siciliana, e rende il lavoro per L’Altroversante un’esperienza a tutto tondo. Mi fanno domande sul mio lavoro e sul progetto, mi danno suggerimenti e raccontano storie. Apprezzo il calore della comunicazione diretta in tempi di relazioni virtuali.
La mattina dopo mi sento sicuro di ritrovare il sentiero verso il fiume, ma la mia sicurezza vacilla quando comincio ad addentrarmi nella giungla verde di alte ferule e asfodeli che impedisce da ogni lato la vista. Sbaglio subito, al primo colpo. 
Non demordo e, dopo alcuni tentativi, vinco la resistenza della vegetazione e giungo in un bel punto del fiume. Bello, ma non è lo stesso che avevo visitato con Natale. E’ comunque un altro posto che vale senz’altro la pena di fotografare e non indugio oltre, la luce calda dell’alba sta arrivando.





Dopo alcuni giorni di fotografie a rocce ed acqua mi sento soddisfatto e ho voglia di provare qualche altro soggetto. 
Approfitto di un suggerimento di Natale che mi ha indicato la riserva naturale del Bosco di Malabotta. E’ a circa un’ora di strada, la curiosità è molta e decido di andare a perlustrare la zona. 
Nel bosco mi accolgono cerri e faggi ancora spogli, siamo oltre i mille metri e la primavera è stata finora piuttosto fredda. Provo col sentiero dei patriarchi e li trovo dopo qualche chilometro: cerri dai tronchi massicci rivestiti di muschi dominano, tra altri alberi che non reggono il confronto, la sommità di un colle posto difronte alla mole innevata dell’Etna. 
Mi piacciono subito ma la luce non è giusta, fantastico di fotografarli dopo la pioggia, magari con un velo di nebbia, ma ora è tutto molto diverso e qualche tentativo poco convinto fa comparire nel monitor della macchina fotografica immagini deludenti.  
Prima di tornare indietro, alcune grandi rocce in cima ad un colle colpiscono la mia attenzione. Sono a poca distanza dalla strada principale: una stradina sterrata si inerpica verso le strane forme rocciose e salendo scopro, con mia sorpesa, uno dei luoghi più affascinanti che mi sia capitato di incontrare: Le Rocche di Argimusco. 

I Megaliti di Argimusco al tramonto
A cavallo tra Nebrodi e Peloritani questo sito è un luogo ancestrale, costellato di megaliti dalle forme antropomorfe e zoomorfe. Sono blocchi di arenaria di varia grandezza, qualcuno superiore ai dieci metri d’altezza, scolpiti dall’azione erosiva degli elementi naturali.   
Si sa che, fin dall’antichità, Argimusco è stato visitato e utilizzato dall’uomo per riti sacrali, sepolture ed osservazioni astronomiche. 
Il panorama è a 360 gradi: verso sud l’Etna, ad est colline, a nord le isole Eolie, ad ovest il degradare delle montagne verso Palermo. La luce bassa dell’alba e del tramonto colpisce le rocce, le cui sagome in controluce mettono in risalto profili misteriosi come quello dell’Aquila, o della Fanciulla orante, del Serpente, del Sacerdote, del Mammuth. 

"L'aquila" e, sullo sfondo a destra, Rocca Novara all'alba



Misteriosi profili al tramonto, Argimusco
Ammaliato, ho passato quassù alcune notti, cullato dal gracidio notturno delle raganelle, approfittando della luce di albe, tramonti e crepuscoli per scoprire e fotografare una ad una le inquietanti figure che da millenni troneggiano in cima al colle.
Qualcuno ha definito l’Argimusco la Stonehenge di Sicilia. Di sicuro l’aura di misteriosa sacralità che vi aleggia non lascia indifferenti, ci collega al passato lontano, ma lascia anche aperti dubbi e interrogativi sul futuro prossimo. 
Riusciremo a trovare la giusta armonia tra le esigenze delle nostre energivore società e quelle  di salvaguardia del mondo naturale, delle sue risorse, del suo equilibrio generale? 
I profili  dei rilievi che circondano Argimusco, costellati di pale eoliche, sono prova evidente di quanto questo dilemma non sia di facile soluzione. 
E il tempo stringe.


Camminando lungo le rive del fiume ha attratto la mia attenzione una sporgenza della roccia con una piccola cavità tondeggiante, una “marmitta” piena di ciottoli e completamente allagata dalle piogge recenti. 
Ho subito pensato ad un bel primo piano da sfruttare per un ritratto del corso d’acqua.
Mi sono avvicinato con un grandangolo alla piccola pozza, che nel mirino risultava in bella evidenza sullo sfondo del fiume e ho chiuso il diaframma a f/16 per ottenere adeguata profondità di campo dal primo piano alla cascatella più lontana.
Ho usato un filtro degradante neutro per ridurre il contrasto tra le rocce illuminate e quelle in ombra insieme ad un filtro neutro da 6 stop per allungare  i tempi di scatto ed avere il flusso dell’acqua completamente mosso e al polarizzatore che ha eliminato la maggior parte dei riflessi dalla superficie della polla.
I nostri occhi e la macchina fotografica vedono il mondo in maniera diversa. I filtri sono utili per eliminare o ridurre queste differenze e far sì che l’immagine finale sia perfettamente aderente alla visione del fotografo. 
Nel mio caso intendevo evidenziare la luce calda e radente del primo mattino e il piacevole contrasto tra il mosso dell’acqua e le forme nette, solide della roccia.
Materia liquida, senza forma propria, soffusa l'acqua, ma in grado di incidere anche la pietra più dura. È solo questione di tempo.




























Androsace mathildae, o androsace (uno non sa mail se mettere l’accento sulla “o” o sulla “a”…) abruzzese in italiano, contrariamente al nome altisonante, in realtà è una piantina minuta e poco vistosa. Un paio di centimetri di altezza in tutto: una rosetta basale di foglioline lanceolate, color verde-oliva, e dei fiorellini bianco-latte dalla consistenza carnosa. Non si direbbe mai che questa specie dall’aspetto così fragile abbia il coraggio di vivere al di sopra dei 2700 metri, sfidando venti fortissimi e condizioni proibitive, rannicchiata tra i bastioni di roccia delle vette più alte dell’Appennino e in nessun altro luogo al mondo.

Ovvio che, durante la mia missione condotta nel Parco Nazionale della Majella, volessi ritrarre questa pianta e inserirla nel mio ritratto della "Montagna Madre”, perché a mio avviso avrebbe trasmesso il senso del luogo come e se non più di un intero paesaggio. L’ho cercata quindi sulle preistoriche scogliere che delimitano le cime più alte, trovandone una mezza dozzina. Erano tutte interessanti, ma io cercavo l’archetipo.

Su una minuscola cengia, a strapiombo sulla Valle Cannella, ho localizzato la più bella di tutte. Sembrava
sedere su un piccolo trono calcareo; le lingue di neve in scioglimento sullo sfondo. 
Unico problema: mi sarei dovuto sporgere di un metro nel vuoto per fotografarla. Ho dovuto lavorare d’ingegno. Mio fratello che mi accompagnava si è attaccato alla mia cintura controbilanciandomi. Ho montato un obiettivo grandangolare decentrabile per guadagnare qualche centimetro e con il live view della macchina ho potuto fotografare semplicemente allungando le braccia. Infine, il perfetto tempismo di un raggio di sole ha coronato il tutto, permettendomi di mettere in evidenza il soggetto rispetto allo sfondo in ombra.


La luce dell'alba filtra tra grandi nuvole, Cavagrande del Cassibile
Una regione non puoi certo giudicarla dopo venti giorni scarsi di permanenza. Ma un’impressione la ricevi comunque. Mi ha colpito la generosità, delle persone e della terra. 
Una terra senza compromessi, dove il bello e il negativo di un Paese straripante di bellezza, ma afflitto da mali endemici insoluti da decenni sembrano concentrarsi. 
Rifiuti troppo spesso abbandonati, case che aspettano chissà da quanto di essere completate accanto a una natura prorompente, a colori squillanti, alla campagna verde e quieta, a profumi intensi. Origano, acetosella, rosmarino, salvia e tante altre piante aromatiche assorbono tutta l’energia del sole per restituirla sotto forma di fragranze che stordiscono. Al ritorno da ogni escursione gli scarponi si riempiono dello “sciauro” di tutto quello che hanno sfiorato o calpestato.

Alba su Cavagrande del Cassibile
Mi ha sorpreso la varietà dei paesaggi visitati: la prima tappa è stata Cavagrande del Cassibile, il canyon più profondo degli altipiani iblei, scavato dal flusso abbondante e limpido del fiume omonimo, un connubio di natura e testimonianze storiche scolpite nella imponente roccia calcarea della spettacolare Grotta dei Briganti, abitata da antiche popolazioni preistoriche e poi, in tempi non troppo lontani, dai briganti.
Ben visibile da lontano non è facilmente accessibile, nascosta com’è da sentieri scoscesi avvolti da una vegetazione legnosa, tenace, fornita di spine acute pronte a ghermire e strappare qualunque cosa passi nelle vicinanze. 


Con Gianluca nella Grotta dei briganti
Piuttosto impegnativo e difficile da raggiungere è anche il Fosso Calcagno, una serie di limpide pozze e marmitte, più attraenti dei ben noti “laghetti”, meta estiva di numerosi turisti in cerca di refrigerio dal caldo delle spiagge.
Cavagrande è un canyon profondo e il dislivello non è irrilevante quando devi portare uno zaino zeppo di attrezzatura, lo sa bene la mia caviglia che è ancora gonfia per uno stiramento dei tendini. 
La disponibilità di Gianluca, Fabio e Salvo è stata fondamentale per potermi muovere in questo ambiente, e raggiungere a colpo sicuro i diversi punti panoramici. Insieme hanno costituito l’associazione Cavagrande del Cassibile (www.cavagrandedelcassibile.it), volta alla salvaguardia e alla giusta promozione di questo angolo di natura siciliana; nel loro sito è possibile avere informazioni e prenotare escursioni guidate.

Giochi della corrente sul fiume Cassibile
Nel giugno del 2014 un incendio aveva distrutto un’area vasta e il paesaggio, mi raccontava Gianluca, era deprimente. A distanza di quasi un anno la natura ha curato le ferite e il verde ricopre di nuovo i pendii, anche se i segni dello scempio sono ancora visibili.
Ho passato una settimana dormendo col camper nella quiete solenne delle notti del Cassibile, interrotta solo dal sibilo del vento, scegliendo di volta in volta diversi punti strategici, muovendomi spesso su sentieri appena segnati dal passaggio delle capre, pieni di ciottoli. Ogni volta, dal fondo saliva il rumore attutito delle acque veloci del fiume, smeraldo puro incastonato nella roccia. 
Verso nord gli altipiani verdi, densi di vegetazione e, sullo sfondo lontano, la mole imponente del grande vulcano, ancora ammantato di neve. Ogni tanto, tra le nuvole, appariva l’ampio cono troneggiante dell'Etna, elemento distintivo del paesaggio di una ampia porzione dell’isola.

Luce temporalesca su Cavagrande
L’aquila del Bonelli era di casa qui e nidificava su pareti inaccessibili, ora è purtroppo estinta sin dagli anni ottanta del secolo scorso. Uccisione diretta per ottenere esemplari da imbalsamare (!) e disturbo durante la riproduzione sono state le cause principali.
Il falco pellegrino è nidificante, mentre incerta, anche se probabile, è la presenza del lanario. Il bellissimo colubro leopardino, pur raro, frequenta i pendii sassosi più appartati.
Tra le piante, da menzionare la presenza del platano nella fascia ripariale e quella di una interessante, rara felce a distribuzione tropicale e subtropicale, la Pteris vittata, oltre ad un buon numero di specie di orchidee e alla palma nana, endemica del Mediterraneo.

Gheppio in fase di atterraggio sulla falesia





Se c’è una cosa per cui io amo così tanto il lavoro per L’Altro Versante è la libertà di scegliere in autonomia le missioni e l’opportunità di scoprire posti assolutamente sconosciuti.
Voi, per caso, avevate mai sentito parlare della Cipresseta di Fontegreca? O, magari, del "Bosco dei Zappini”? No??! Beh, non allarmatevi. Non ne sapevo nulla nemmeno io fino a quando non mi sono messo a raccogliere informazioni sul misterioso massiccio del Matese in vista della mia missione AV.... 
Placidamente ingombrante tra due regioni e tre province, questa imponente montagna segna il passaggio dall’Appennino centro-settentrionale a quello meridionale. Siamo a meno di duecento chilometri da Roma, ma si capisce subito che è tutto un altro mondo. E’ un mondo italico, pre-romano, da Sanniti e Irpini. Un mondo di lupi, creste spazzate dai venti, pastori solitari e fredde faggete. Ma anche di macchia mediterranea e solarità tirrenica. L’Appennino che è già meridione e regno della luce, pur essendo ancora soggetto ai capricci dell’altitudine.

Tra i luoghi che ho scelto di visitare per primi per rappresentare il Matese, c'è la cipresseta di Fontegreca sul versante campano del Massiccio. Una sorprendente foresta spontanea di cipressi, che adorna la forra del torrente Sava appena fuori del piccolo borgo e di cui si ha conoscenza da almeno cinquecento anni! In tanti si sono chiesti da dove venissero questi alberi e numerosi studiosi si avvicendano qui addirittura dal Seicento. Se dico cipressi, mi raccomando, non pensate a quelli del Carducci a Bolgheri o delle scenografiche colline senesi o, tantomeno, agli alberi dei cimiteri! Pensate invece a dignitose conifere dalle bellissime fronde verde-smeraldo e il tronco color cappuccino. Gli “zappini”, come sono chiamati da queste parti, forse in ricordo del francese “sapin” (che però vuol dire abete...), crescono qui selvatici e silenziosi. Liberi di morire e, quando il vento, il peso dell’edera o dell’età li fa crollare, di ostruire il corso del Sava. Tanti tronchi coperti di verdi muschi, fluorescenti nelle giornate più umide, e che contrastano con l'azzurro intenso delle piscine e delle cascatelle del torrente. Scenari da Plitivice in miniatura ma che fanno dimenticare i recenti fatti di cronaca, per cui si è parlato di inquinamento del Sava da fanghi di depurazione: un vero scempio.


Superati i tavoli da picnic, le passerelle e qualche intervento di “valorizzazione turistica” non proprio leggero, la forra del Sava si restringe e diventa ripida e scivolosa; il cammino arduo e soggettivo. Ci si perde tra rocce aguzze, radici, ellebori e odore di resina. Il rombo del torrente sovrasta sempre il suono del nostro affanno, ma non il verso acuto del merlo acquaiolo. L’occhio cerca ardite composizioni e ordine in un sano caos. La cipresseta di Fontegreca si estende solamente per una settantina ettari e sarà sì un puntino sulla carta d'Italia, ma il suo rapporto selvaticità/dimensioni è  sorprendente.  

  



Casera Razzo, al confine tra il Friuli e il Veneto. Sullo sfondo il Monte Bivera




Sono disteso sul letto e come spesso mi succede ripenso alla pianificazione fatta per l'indomani...."ho messo tutto nello zaino?", "ho calcolato correttamente i tempi necessari per arrivare con calma sul posto e anticipare l'alba?" poi, di seguito, arrivano i pensieri più...."artistici". Ripenso al luogo che conosco bene, e immagino le inquadrature che potrò realizzare, sperando, come sempre, di essere aiutato dalla luce.
Ma il pensiero che costantemente rimbalza tra tutti, è relativo alle condizioni che troveremo lassù: "quanta neve ci sarà ancora"?
E' maggio, ma quest'anno in quota ha nevicato come mai succedeva da tantissimi anni.
Il lago che dovremo fotografare si starà sciogliendo o sarà ancora immerso nella morsa dell'inverno?
Questo sovraffollamento mentale dura pochi minuti. Tutti sappiamo quale magnifica macchina da calcolo sia il nostro cervello e quanti migliaia di dati possa elaborare in pochi minuti, se non secondi.
Presto mi addormento.
E nello stesso tempo in cui mi sembra di essermi addormentato, di colpo, improvvisamente, vengo svegliato dall'odioso suono della sveglia impostata sul cellulare.
Devo aver dormito pochi minuti mi dico, controllo e purtroppo l'ora è giusta.
Assieme a me ci sono Marco, il regista de L'Altroversante e il direttore della fotografia, Bruno. Anche se siamo all'inizio di quella che sarà una lunghissima storia che vivremo assieme sulle montagne italiane, l'intesa è già molto forte. All'inizio mi è sembrato strano vedere delle persone che ti girano attorno mentre stai fotografando. Non è facile abituarsi. Ma la passione per la Natura e la contemplazione, aiuta a creare brigata.
Facciamo velocemente colazione. In silenzio. Carichiamo la macchina e partiamo in direzione della Val Pesarina, Casera Razzo, un valico proprio sul confine tra il Friuli Venezia Giulia ed il Veneto.
L'obiettivo che ci siamo posti è quello di fotografare un lago effimero che si forma solo in primavera con lo scioglimento della neve caduta durante l'inverno. In particolare mi piacerebbe riprenderlo al disgelo, ancora con un pò di ghiaccio in superficie e sullo sfondo il Monte Bivera, una delle montagne icone della Carnia.
Mentre guido nella notte tra gli stretti tornanti che portano alla forcella Lavardet, sbircio curioso attraverso il parabrezza, verso l'alto, verso il cielo. Non riesco a capire se ci sono stelle. Forse si, qualcuna, ma sembra una giornata piuttosto nuvolosa. Bene! Nella fotografia di paesaggio, la variabilità delle condizioni atmosferiche aiuta moltissimo a riprendere un determinato luogo o soggetto in condizioni insolite.
Arrivati alla Forcella, capiamo però che sarà una giornata difficile. Si vede a pochi metri. Le nuvole basse che molto spesso si formano all'indomani di una giornata piovosa, avvolgono tutto, dalla foresta alla strada che stiamo percorrendo, dove ancora abbondano cumuli di neve piuttosto consistenti.
La temperatura esterna si aggira attorno allo zero.

Arriviamo al parcheggio di Malga Razzo che è ancora buio e c'è tanta, tanta neve.
Ci incamminiamo verso il lago. Spero vivamente che non sia tutto coperto.
Le nuvole basse sono ancora presenti, ma si è alzato il vento e questo è un ottimo segnale.
Ancora pochi passi e nella fioca luce dell'alba intravediamo il lago. La neve lo ricopre ancora, ma sotto, l'acqua, comincia a farsi spazio. Sembra un puzzle che si sta formando.
Il vento, molto forte, fa il suo dovere. Non entra la prima luce, quella più calda che colora le nuvole. Probabilmente lontano, dove sta sorgendo il sole, ammassi nuvolosi impediscono ai suoi raggi di raggiungere la cima del Bivera. Attendo una decina di minuti e la luce finalmente comincia a filtrare e illumina dolcemente la cima del gruppo montuoso.  


L'atmosfera è però interessante. Sul lago, sull'intera piana, aleggia una dolce nebbiolina in dissolvimento, così proprio in quell'istante, decido di scattare. La composizione sul lago l'avevo preparata ormai da diversi minuti.

Poi volgo la mia attenzione sulle nuvole scure che danzano veloci nel cielo, sopra la montagna. La luce illumina il crinale e crea un meraviglioso contrasto.
Oltrepassato il crinale, il sole comincia ad arrivare sul bosco di larici, dove regna una certa confusione.
Probabilmente più di una valanga si è abbattuta su loro, piegandoli, contorcendoli ma non spezzandoli.
Sono stanchi di questo lungo inverno e lo manifestano nei verdi tendenti al giallo che presto diverranno molto più scuri.
In tutta la vallata echeggia il soffio del gallo forcello e i suoi ritmati gorgoglii.


Il resto della mattinata, finchè ancora la luce regge, è dedicata alle riprese video. Su e giù per il crinale innevato, con sullo sfondo il Bivera. Con il vento fortissimo che spazza la vallata è una vera faticaccia!
Quando Marco e Bruno si dedicano agli ultimi ciak, decido di riposarmi un attimo davanti ad una delle stalle della Malga.
Siamo a maggio! giudicate un pò voi.....
Mentre il gallo forcello non ne vuole sapere di smettere di cantare, rifletto su quanto dura sia la vita a queste quote.
Sicuramente per gli animali. Ma anche per le poche persone che decidono coraggiosamente di abitarci.

Una mezz'ora dopo questa riflessione ne ho la certezza.
Ci troviamo al Rifugio Tenente Fabbro.
Davanti ad una tazza di caffè fumante, la giovane coppia di gestori, che qui si ferma per tutto l'inverno, ci racconta di un tempo inclemente, che li ha fatti lavorare pochissimo, isolandoli anche per settimane di fila.
Incredulo, guardo la foto ricordo del papà che la ragazza mi ha portato appoggiandola sopra il bancone. Un ritratto sopra il tetto del rifugio che di suo fa tre metri e mezzo e altrettanti ce ne sono sopra la sua testa....in totale più di 7 metri di neve!
Papà e amici sono arrivati da Laggio, un piccolo paesino del Cadore, nel Veneto, quando il tempo glielo ha permesso.
Con gli sci e le motoslitte tutti ad aiutare i coraggiosi giovani gestori e la loro bimba di appena pochi mesi.
Io e Marco, ci guardiamo d'intesa. Siamo senza parole, un pò ammirati, un pò stupiti dal coraggio e dalla loro scelta di vivere in un rifugio isolato da tutto e tutti.
Speriamo che l'estate sia più clemente e riservi loro tante soddisfazioni. Se lo meritano davvero.