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Percorrere in solitudine un bosco è sempre stata per me un’esperienza intima. Soprattutto quando gli elementi si scatenano e raffiche di vento impetuoso fanno ondeggiare rami e tronchi ammantati di nebbia. Allora è come se la foresta facesse sentire la sua voce profonda, un mugghiare, un lamento, a tratti un ringhio spaventoso, che sembra provenire dal passato remoto e ci ricorda che i nostri tempi e quelli della foresta sono distanti. Ma anche che possono ricongiungersi, entrare in contatto quando camminiamo tra gli alberi e ci inoltriamo in questo mondo di mezzo, sospeso, capace di trasportarci, come per incanto, dall’odierno al passato lontano.
Se ci soffermiamo a riflettere sul tempo degli alberi rimaniamo sconcertati: molte specie impiegano centinaia di anni a crescere, altre centinaia a vivere e ancora secoli a morire. Alcune, come le sequoie americane, i nostri stessi ulivi, i tassi superano indenni i millenni.
In una giornata di fine maggio il cielo prometteva pioggia, grandi nuvole avvolgevano la sommità del monte Coscerno in Valnerina e proprio queste condizioni speravo di trovare quando sono salito verso Macchia Cerasa o Bosco dei Cento Faggi come i locali la chiamano, una faggeta che ricopre i pendii ad alta quota di questa bella montagna solitaria. Sul suo margine esterno i venti furiosi delle tempeste hanno costretto i tronchi a crescere contorti e sinuosi, talvolta striscianti come enormi serpenti dall’aspetto inquietante: lisci, lucidi e di colore rossiccio quando sono bagnati dalla pioggia. 
Erano molti anni che non venivo quassù e ritrovare la faggeta, riconoscere alcuni degli alberi è stato come venire a trovare un vecchio, buon amico che non si vede da tanto tempo. Una sorta di tacito appuntamento, seguito da sollievo quando mi sono reso conto che non vi erano stati grossi cambiamenti, né alberi abbattuti.
Ho letto tutto quello che ho potuto sul bosco e sugli alberi e continuo a farlo volentieri ogni volta che mi si presenta l’occasione. Lo faccio per cercare di capire, di meglio penetrare il mistero del rapporto che con questo ambiente è possibile instaurare. Un rapporto le cui radici si spingono nel profondo e la cui essenza non è facile da chiarire.
Le foreste non sono un insieme di alberi, ma un mondo complesso, capace di stimolare, come pochi altri, la nostra mente. Da sempre sono stati essenziali per l’immaginazione, come dice Robert Macfarlane nel suo “Mondi selvaggi” e, oltre a suscitare in noi diversi modi di essere e di percepire, sanno stimolare gli spiriti in modo sempre diverso. Una foresta non è solo un organismo vivente che ospita tante forme di vita diverse, ma è anche depositaria del nostro immaginario collettivo. Abbiamo un bisogno assoluto, profondo di entrare in contatto con il bosco, ne va del nostro stesso benessere psicofisico.
L’uomo ha iniziato a tagliare e bruciare le foreste per ottenere legname e spazi aperti già nel Neolitico in Europa. Nel corso dei secoli, il rapporto con i boschi è stato altalenante, contraddittorio: sfruttamento delle risorse tout court e ammirazione e venerazione si sono alternati e intrecciati. Nel nostro tempo secolarizzato e pragmatico, lo sfruttamento non è certo terminato ed ha assunto le proporzioni che conosciamo.
Ogni volta che so di un albero o di una foresta abbattuta, penso con amarezza che, con loro, una parte del nostro essere è andata perduta. 






Il Monte Coscerno e il Monte Aspra, nella media Valnerina, sono due massicci calcarei di grande interesse paesaggistico e naturalistico. Negli anni novanta del secolo scorso sono stati proposti come parco regionale: le caratteristiche c’erano tutte, ma le resistenze dei cacciatori hanno fatto sì che, dopo anni di contrasti,  il progetto venisse rigettato e il parco non vedesse mai la luce. Una battaglia persa, purtroppo.
Penso questo mentre salgo lentamente il ripido pendio che conduce in vetta al Coscerno, dove ho in mente di fotografare una bella faggeta e le interessanti specie vegetali che in primavera  riempiono di colori le praterie sommitali. 
Sono molti anni che non vengo quassù, ma ricordo, per un lavoro fatto in passato, belle fioriture di varie specie montane, che, alla luce dell’alba e con la teoria di rilievi della Valnerina come sfondo, potrebbero dare risultati niente male. 
Siamo in aprile e potrebbe essere ancora presto, ma quest’anno l’andamento climatico sembra favorevole ad una primavera anticipata, per cui un tentativo vale la pena di farlo, anche se per niente garantito.
Salgo lentamente, un po' per il peso dello zaino e un po' perché osservo con attenzione: la zona è ricca di fauna e un incontro interessante non si può mai escludere.
L’Altroversante è un progetto dedicato al paesaggio, ma quale paesaggio non migliora se al suo interno si riesce a collocare l’immagine di uno degli animali che quel luogo hanno scelto come dimora? In questi casi non c’è bisogno di una foto a pieno formato, una piccola sagoma ben inserita nel suo contesto è quanto di meglio si possa desiderare.
Quando arrivo in cima il sole non è ancora sorto, tira vento e fa abbastanza fresco e i fiori che cercavo non ci sono. È ancora presto, bisogna aspettare e tornare fra alcuni giorni.
Ammetto di essere un po' deluso ma, tutto sommato, c’era anche da aspettarselo, non è ancora il momento  giusto a questa quota. 
Dopo aver fatto un tratto della cresta, penso di scendere lungo il versante meridionale, chissà che in basso non riesca a trovare qualcosa.
Un po' perché scendo parecchio di quota e un po' per l’esposizione più favorevole, ecco apparire davanti a me una bella distesa di asfodeli fioriti. Niente di particolarmente esaltante, ma qualche scatto vale la pena di farlo. Mi fermo.
La luce è ancora buona quando il giovane capriolo arriva, brucando e avanzando lentamente nel prato fiorito. Non si è accorto di me, chinato come sono a fotografare e allora approfitto dell’occasione: riesco a fare solo qualche scatto prima che il rumore dell’otturatore lo allarmi e lo metta in fuga. 
Non è molto, ma almeno questo viaggio-sopralluogo mi ha donato qualche istante di quella gioia elettrizzante che solo l’incontro con una creatura selvatica può regalare.





Alba sul massiccio del Monte Cucco
Ho frequentato per anni, in ogni stagione, ad ogni ora del giorno e della notte, questo massiccio calcareo isolato, a cavallo tra Umbria e Marche, a poco più di mezz’ora da casa mia.
Il monte Cucco è un bel posto, ricco dal punto di vista naturalistico, con una delle grotte più profonde d’Italia, un canyon mozzafiato, faggete antiche con alberi imponenti.
Non mancano testimonianze della presenza umana nel corso dei secoli: abbazie ed eremi, come quello camaldolese di San Girolamo, un vero nido d’ aquila appoggiato a  spettacolari pareti calcaree a strapiombo sulla Forra del Rio Freddo. Un posto da brivido, unico.

Forra del Rio Freddo ed Eremo di San Girolamo
Il suo primo abitatore fu il Beato Tommaso da Costacciaro che vi dimorò per molti anni fino alla sua morte, avvenuta nel 1337. Fu costituito eremo nel lontano 1520, sotto Papa Leone X. Attraverso varie vicissitudini l’eremo è arrivato fino a noi e ora, restaurato, è di nuovo abitato dai frati e stupisce chi risale i sentieri della montagna con l’arditezza della sua collocazione. 
Una montagna appenninica dall’ altezza non certo vertiginosa il Monte Cucco, ma con tutte le carte in regola per essere preso in considerazione per l’Altroversante.
In un certo senso l’ho tenuta in serbo per il nostro progetto, pensando di mostrarla nelle sue diverse vesti, nel corso delle stagioni. La vicinanza e la conoscenza del luogo mi hanno consentito di realizzare un progetto di ampio respiro, che comprendesse le varie stagioni, le diverse atmosfere, i diversi umori di un paesaggio montano che considero un po' come il balcone di casa.
Nel monte Cucco  ci sono angoli speciali, veri e propri giardini segreti, che poi segreti non sono, quelli cioè a cui sono più affezionato per motivi vari. Uno è sicuramente il Bosco delle Cese. 
Non molto esteso, colpisce per la presenza di faggi secolari dai tronchi contorti, spesso cavi, un vero bosco degli elfi. Ha carattere e ammalia nonostante le sue dimensioni ridotte e la vicinanza alla strada che sale verso la vetta. Questi faggi dai tronchi impressionanti venivano un tempo capitozzati, cioè tagliati, meglio dire mutilati a circa due o tre metri di altezza; pratica invasiva e, per fortuna, da tempo abbandonata.


Il Bosco delle Cese

La buona estensione di faggete mature resta uno degli aspetti naturalistici più importanti del parco. 
Purtroppo la realizzazione di un insediamento turistico negli anni sessanta/settanta del secolo scorso, quelli dei tanti danni perpetrati all'ambiente sotto l'euforia del boom economico, ha rovinato una parte delle fustaie della Val di Ranco, ma nel resto della montagna la situazione è di solito migliore.
Da non dimenticare la presenza di spettacolari fenomeni di carsismo, come le note grotte a sviluppo verticale che scendono ramificandosi per oltre 900 metri nelle viscere della montagna e la forra del Rio Freddo, scavata dalle acque del torrente omonimo su imponenti pareti di calcare massiccio, che viste dal basso ti fanno sentire piccolo e indifeso.
Qui vegeta una flora interessante come la primula orecchia d’orso Primula auricula e l’alloro, Laurus nobilis allo stato spontaneo, un relitto del Terziario che sopravvive grazie al microclima favorevole del canyon.
La fauna appenninica nel parco è ben rappresentata, con la presenza ormai stabile del lupo.
Nel versante meridionale la Spaccatura delle Lecce, le sue ripide pareti su cui si abbarbicano scuri cespugli di leccio ed i boschi misti con ornielli, aceri, querce che la circondano sono mete che non dimentico di visitare in autunno, quando sento la voglia di tuffarmi nella pace senza tempo della stretta valle, e mi godo caldi contrasti di colore e  languide suggestioni autunnali che si rinnovano anno dopo anno.


La Spaccatura delle Lecce circondata da boschi misti in veste autunnale

Val di Ranco e le sue faggete in inverno, sullo sfondo il Monte Catria


L’ elemento che, da fotografo, più mi colpisce è l’estrema variabilità delle condizioni meteorologiche, che garantiscono possibilità infinite per scattare fotografie. Il monte Cucco svetta solitario  ed è  esposto ad ogni tipo di venti, che di volta in volta generano condizioni meteo diverse e molto variabili. 
D’inverno, quando soffia il grecale, le temperature cadono a picco e gelo e neve si abbattono in men che non si dica sulla montagna. È il momento giusto per foto invernali, con la calaverna che impreziosisce di ricami fiabeschi rocce, rami e tronchi dei faggi. 
In certi anni buoni, ormai sempre più rari, il fenomeno può essere veramente spettacolare, con il ghiaccio che raggiunge parecchi centimetri di spessore.
Anche in pieno inverno può comunque succedere l'esatto contrario quando, con l'aria mite portata dal vento di scirocco, in poco tempo scompare uno strato di neve consistente.
Tutta l’area collinare che circonda il Monte Cucco, sia dal lato marchigiano che da quello umbro, è scarsamente abitata ed ha mantenuto caratteristiche ambientali e paesaggistiche poco mutate da secoli. Siepi, querce camporili e boschetti ornano ancora piccoli appezzamenti coltivati, creando un ecosistema ricco di biodiversità, un ambiente secondario ormai sempre più raro che costituisce una sorta di porta d’ingresso al parco montano.

Vista sulle Marche dal Monte Cucco all'alba







Geranium argenteum

Il Geranio argentino


Mi ha sempre affascinato la ricerca di specie botaniche montane. Spesso minute, in apparenza fragili e delicate, vivono in condizioni estreme, in luoghi difficili e inospitali: in mezzo alle pietraie, nelle fessure delle rocce, nelle forre umide, nelle vallette nivali, depressioni dove la neve resiste per gran parte dell’anno. 
La loro capacità di adattamento a freddo, vento, siccità ha del proverbiale: riescono a cavarsela e prosperare là dove le piante di valle fallirebbero miseramente. 
Per esempio riescono ad attivare la fotosintesi a temperature molto basse, di poco superiori allo zero, hanno apparati radicali molto sviluppati che si infiltrano in profondità attraverso rocce o ghiaioni fino a raggiungere il terreno, rivestono le foglie di una fitta peluria per limitare la traspirazione e resistere alla siccità estiva e alle abbondanti radiazioni ultraviolette delle alte quote o acquisiscono una forma a cuscinetto, per meglio resistere al vento e al peso della neve.
I loro fiori sono spesso grandi e dai colori intensi: gli insetti impollinatori sono scarsi lassù e non si può rischiare di passare inosservati.
Può capitare che in montagna la breve stagione vegetativa sia compromessa dal cattivo tempo, per questo la maggior parte delle piante di altitudine è specie perenne. Se un anno va male, pazienza, la pianta non fiorisce o non fruttifica ma non muore ed è pronta a riprovare l’anno successivo.
Questi straordinari esseri viventi raccontano di sé: non si muovono e non gridano, ma le loro storie mute non sono per questo meno intriganti e ci riconducono a tempi e climi assai lontani. 
Il geranio argentino, Geranium argenteum, è una vera rarità per l’Appennino centrale, risulta infatti presente solo sui Monti Sibillini, dove era stato rinvenuto per la prima volta nell’ottocento dal botanico, medico e naturalista Bertoloni e poi non più trovato per lunghissimo tempo. Sembrava estinto, ma negli anni passati è stato riscoperto e ora questa piccola, elegante pianta è tornata a impreziosire la flora delle montagne della Sibilla.
In Italia è rara dovunque anche se presente sporadicamente in Carnia, nel Bellunese, nel Bresciano, nelle Apuane e in alcune cime dell’Appennino settentrionale. 
È probabilmente una specie che aveva più vasta diffusione prima dell’ultima glaciazione, visto che attualmente vive solo nelle catene marginali delle Alpi e in poche aree dell’Appennino che non furono mai ricoperte dai ghiacciai del Quaternario.





Nel cuore del Monte Cucco, in Umbria, il dio Vulcano aveva una vera e propria officina ben nascosta e attrezzata di tutto punto per forgiare armi. Almeno questo è quello che racconta la leggenda.
Quando Giove gli ordinò una spada, Vulcano pensò bene di sperimentare la bontà della lama facendo in due pezzi, con un sol colpo ben assestato, la solida parete verticale calcarea di quella che oggi conosciamo col nome di Spaccatura o Balza delle Lecce. Vertiginoso slancio di roccia candida, alta fino 70 metri e punteggiata di vegetazione rara, come l’ alloro (Laurus nobilis), relitto del Terziario, e il bosso (Buxus sempervirens). 
Il torrente Gorghe, con le sue acque cristalline scorre in mezzo alla stretta valle che è ricoperta da un bel bosco misto con presenza di lecci, aceri, ornielli, carpini e querce. Un gran bel posto, uno dei luoghi da non perdere in questo parco regionale e un sito di importanza comunitaria per le sue caratteristiche naturalistiche e paesaggistiche.  
Per L’Altroversante ho voluto fotografarlo in veste autunnale quando la varietà delle specie presenti nel bosco crea una vera tavolozza di colori, dal giallo ai rossi, che contrasta col verde cupo dei lecci. L’ho trovato al meglio di sé agli inizi di novembre, di ritorno dalla missione sull’Adamello-Brenta. Le faggete avevano ormai perso le foglie, era troppo tardi, ma a quota bassa la stagione era nel suo momento magico.
Quando poi, all’inizio di febbraio, l’inverno ha deciso di mostrare, dopo mesi di latitanza, il suo vero volto con una bella nevicata, ho preso la macchina e sono salito di nuovo verso le rocce. Ha smesso di nevicare proprio mentre stavo arrivando, grandi nuvole annullavano la parte alta della montagna, ma sotto la visibilità era ottima, l’atmosfera candida e sospesa. Un silenzio ovattato aleggiava sulla vallata,  avvolgeva ogni cosa - il paesaggio, purificato dalla coltre immacolata, sembrava vivificato e disposto in una calma, paziente attesa.

Spaccatura delle Lecce


Aerea prospettiva, 10 febbraio 2015

Di ritorno da una sessione fotografica antelucana nel parco regionale del monte Cucco, in Umbria, dall’alto, improvviso, mi è apparso questo paesaggio: i tetti del paese di Costacciaro, arroccato su un cocuzzolo alle falde della montagna, la teoria delle colline marnoso-arenacee distese sullo sfondo e, in mezzo, la campagna coltivata. La prospettiva a volo d’uccello restituiva una visione d’insieme insolita e accattivante. I campi divisi da siepi, filari di alberi, boschetti. Poche annose querce camporili svettanti qua e là. Macchie regolari di grano verde appena spuntato, preludio di un risveglio primaverile ancora lontano. La temperatura era gelida, l’inverno non sembrava avere intenzione di mollare l’osso. Una nevicata leggera, fresca, era caduta nella notte, la luce del primo mattino, tersa, illuminava  di lato campagna e colline.
Il monte Catria e il monte Cucco sono due rilievi calcarei importanti dell’Appennino umbro-marchigiano settentrionale. Hanno notevole interesse naturalistico, c’è quasi tutta la fauna appenninica, una flora interessante, boschi antichi, forre, cavità sotterranee tra le più importanti. 
Forse l’elemento più peculiare è però proprio il paesaggio delle campagne e delle alte colline che preannunciano lo slancio verso le montagne. Un ambiente ancora sostanzialmente integro, rimasto pressoché inalterato nel corso dei secoli. 
Il cambiamento più evidente, legato alla fine della mezzadria è stato a carico delle “alberate umbro-marchigiane”. Fino ad alcuni decenni fa filari ininterrotti di aceri campestri e olmi antichi che venivano “maritati” alle viti, ornavano i campi e davano una connotazione tipica alla campagna, verde delle chiome di centinaia e centinaia di alberi. Una specie di bosco rado e rigoglioso, intervallato da piccoli appezzamenti coltivati seguendo il metodo della rotazione. 
Sono andati perduti verso la metà degli anni sessanta del secolo scorso, divelti uno dopo l’altro senza troppi preamboli e rimpianti dai mezzi meccanici. 

Nuove necessità hanno così distrutto, nel volgere di qualche anno, un equilibrio che si manteneva inalterato da tempo immemorabile e che ha caratterizzato il paesaggio agricolo nei territori di cultura etrusca e latina dall’inizio della sua storia.





Il Bosco delle Cese, nel parco regionale del Monte Cucco in Umbria è un residuo di faggeta con esemplari vetusti. Come il nome fa intendere, questi vecchi patriarchi venivano un tempo capitozzati, tagliati cioè a un paio di metri di altezza per ottenere legname e foglie da dare in pasto agli animali. Gli alberi così trattati non muoiono, ma emettono un nuovo virgulto da cui si sviluppa, verso l’alto, un tronco giovane.
Attorno al nucleo principale del Bosco, si trovano gruppetti di giovani alberi dai tronchi contorti perché deformati dai forti venti dominanti.
Mentre mi avvicinavo durante una tormenta sono proprio questi giovani faggi che hanno attratto la mia attenzione. Il vento furioso si accaniva contro i tronchi depositando un rivolo di neve nel lato sopravento, perfetto per un bell’effetto grafico: forme nette e sinuose in bianco e nero. Anche la ricrescita di giovani piante alla base dei tronchi contribuiva in maniera non secondaria all’effetto di gradevole chiaroscuro generale.
La nebbia andava e veniva annullando lo sfondo e mettendo in risalto i soggetti principali. Le condizioni ambientali con raffiche di vento da ogni dove non erano certo ottimali, ma l’immagine c’era e allora, piantato il cavalletto, ho iniziato la serie di scatti facendo attenzione ai fiocchi candidi che finivano inevitabilmente sulla lente dell’obiettivo.
Alla fine ho deciso di trasformare limmagine in bianco e nero, sicuramente la scelta migliore per evidenziare il carattere grafico della fotografia


Piano Grande e Monte Vettore sullo sfondo
Fine dicembre 2014

Sono come una calamita. Intendo i Sibillini d’inverno. Andarci per me è come fare visita ad una persona di famiglia e ogni occasione è buona. 
Di quel paesaggio posso dire di conoscere ormai ogni angolo, riesco ad immaginare ogni dettaglio. Penso alle condizioni meteorologiche e immagino il monte Guaidone al tramonto con le nuvole rosa che indugiano sulla vetta o Fosso Mergani con le polle d’acqua gelate, circondate dai grandi ciuffi secchi di carici, paesaggio palustre misterioso e insolito per un ambiente calcareo come quello dei Sibillini. Una ferita profonda il Fosso Mergani, scavata dalle acque sulla superficie soffice, piatta, infinita del Piano Grande. Vista dall’alto, quell’incisione curva e ramificata spezza l’uniformità dell’altipiano e aggiunge carattere, arricchisce.

Fosso Mergani dopo una leggera nevicata

Da casa controllo le previsioni, corro con l’immaginazione, decido di andare e tutto sembra scontato, prevedibile. Poi arrivo e, ogni volta, qualcosa di imprevisto succede. E sorprende, in positivo o in negativo.
Ho già fotografato i Sibillini in primavera e in estate per l’Altroversante, ma il fascino sottile di questi luoghi sta nella diversità, negli aspetti contrastanti del paesaggio visto attraverso le stagioni. Verde smeraldo in primavera, tutti i colori del mediterraneo in estate nella ormai arcinota fioritura dei campi di Castelluccio e luci e solitudine da grande nord in inverno. 
Ho deciso di tornare in questi ultimi giorni dell’anno a visitare questo cuore selvaggio dell’Umbria, proprio per fotografare un aspetto di questi monti che, secondo me, non può mancare nel nostro progetto.
L’ inverno d’altronde è la mia stagione preferita. Le perturbazioni frequenti regalano spesso luci da favola, mentre neve, ghiaccio, brina sono in grado di trasformare il luogo più ordinario in qualcosa di nuovo e sorprendente. 
Per l’Altroversante vorrei proprio questo: i Sibillini nella migliore veste invernale. Ma il riscaldamento globale sta complicando le cose, il freddo non arriva mai e la voglia di inverno vero sembra debba restare un sogno.
Il clichè si ripete: un’occhiata alle previsioni, dovrebbe arrivare la neve che finora ha latitato e le temperature dovrebbero abbassarsi con l’arrivo del vento da est. 
Carico nel camper tutta l’attrezzatura, non mancano piccozza e ramponi, voglio tentare una bella ascesa per delle riprese in quota, mi chiedo quanta neve ci sarà. 
La batteria di servizio è carica, nel gasolio aggiungo un additivo antigelo, le gomme termiche sono nuove di zecca. Tutto sembra pronto, non resta che partire.
Arrivo e le previsioni si dimostrano esatte: la neve c’è, ma poca, in compenso il vento non manca di certo. Soffia da levante e solleva qua e là improvvisi mulinelli di polvere candida, la strada è a tratti invasa da folate di nevischio impalpabile trasportato dalla forza del vento. Tale è la velocità delle raffiche che la neve viene polverizzata e, in controluce, ha l’aspetto della nebbia. Invade l’asfalto mantenendosi bassa ma, quando si solleva, il paesaggio scompare e tutt’intorno diventa bianco e indistinto, una sensazione poco rassicurante, soprattutto mentre sei alla guida. 
Non è la prima volta che mi capita d’inverno, ma stavolta la forza del vento è tale da spostare il furgone. Non c’è che dire, una vera bufera. L’inverno che è partito decisamente sottotono sembra in questi giorni voler recuperare il tempo perduto, intanto però l’ascesa in montagna è rimandata. Impossibile solo pensare di salire con queste condizioni, sarebbe un suicidio. 

Monte Argentella e Colli Alti e Bassi

Mentre il tramonto si avvicina le raffiche si intensificano e il freddo si fa intenso; sono solo pochi gradi sotto zero, ma con questo vento le dita si intirizziscono anche se protette dai guanti. 
Una bella luce rosata dipinge il monte Argentella, mi piace, decido di scendere, anche se abbandonare il calduccio del camper richiede un vero sforzo di volontà. Parcheggio il furgone in modo da sfruttarlo come parziale riparo. Anche con la fotocamera posizionata sul treppiede, il rischio di mosso c’è e poi il nevischio è dappertutto e arriva facilmente sulla lente frontale dell’obiettivo. Faccio una serie di scatti e, quando la luce se ne va,  scendo verso Visso. Passerò la notte laggiù, domani sono previste altre nevicate e con questo vento gli spazzaneve avranno un bel da fare nel tenere libera la strada. 
La notte passa tranquilla, ma al mattino trovo neve fresca. Gli spazzaneve sono già passati, c’è solo una corsia libera, ma decido di provare a salire lo stesso. Sul valico trovo condizioni simili al giorno precedente, forse peggiori. La visibilità è assai scarsa a causa della neve sollevata dal vento furioso, la carreggiata è invasa da lunghe strisce candide. Mi convinco presto a tornare sui miei passi: meglio rinunciare, ci saranno altre occasioni per tornare, ne sono sicuro.




10-16 luglio 2014

La fioritura estiva nei campi coltivati attorno a Castelluccio è un tripudio di colori, un vero inno alla bellezza e alla biodiversità. Non è per me uno spettacolo nuovo e mentre cammino ai bordi delle distese fiorite rifletto e cerco di immaginare foto originali da scattare: da un nuovo punto di vista, con un’angolazione particolare o magari cercando di sfruttare una condizione atmosferica inusuale, visto il tempo che quest’anno si presenta così variabile.
Non sono solo, incontro ogni tanto altri fotografi. 
La “fiorita”, come sempre, mi conquista, e non riesco ad evitare di meravigliarmi di fronte a quel controluce che cade sul posto giusto, proprio in quell’angolo così colorato, a quello sfondo che sfuma gradevolmente, dando un senso di piacevole indefinito all’immagine, alla luce spot che crea chiaroscuri sulla tavolozza di colori sempre mutevoli del Piano Grande.
Stamattina i rondoni hanno deciso di sfrecciare, imprevedibili e fulminei, a raso di papaveri e fiordalisi a caccia di insetti, proprio davanti a me, nella zona che sto fotografando. 
Ali velocissime fendono l’aria con rumore secco. Gridi acuti e poi snelle sagome nere sfiorano sicure le distese dei campi, carichi di colore in controluce. Sono tutt’ attorno a me: risalgono, precipitano in picchiata, virano. Da sole, in coppia, in gruppo. Intreccio di voli, energia libera, trionfo di bellezza. Sono contagiato dalla loro frenesia, voglio riuscire a catturare  l’ impressione di questo momento, userò il tele, ho portato con me il 400 mm.


In questi giorni sta accadendo qualcosa di speciale: la troupe televisiva che lavora in collaborazione con il progetto L’Altroversante è qui ed ha iniziato a  riprendermi mentre sto completando la missione sui Sibillini. Marco Rossitti, il nostro regista, dirige le riprese dei due operatori, uno dei quali, Andrea, controlla il drone per le riprese aeree, mentre Bruno lavora con la telecamera a terra. 
Per me essere ripreso è una novità e la sensazione di essere osservato non è proprio il massimo per favorire la concentrazione necessaria a fotografare. Soprattutto il drone che ronza inquietante da ogni lato sollevando mulinelli d’aria sui fiori dei campi quando s’abbassa crea un certo disagio, ma accetto volentieri quanto sta accadendo. Abbiamo deciso che il nostro progetto sia multimediale e perciò le riprese video di backstage non possono mancare e servono ad arricchire l’offerta e il messaggio veicolato dalle fotografie, che restano il canale comunicativo più importante del progetto.
Andiamo avanti così, alzandoci molto presto la mattina, spostandoci nei vari punti a seconda delle condizioni atmosferiche, cercando di prevedere le migliori possibilità allo scopo di sfruttare al meglio ogni buona occasione per le riprese.
Il tempo è variabile, tendente al perturbato, non manca la pioggia, ma in compenso nuvole imponenti appaiono in cielo regalandoci ogni tanto spettacoli di grande suggestione.





Domani è l’ultimo giorno di permanenza della troupe, le previsioni parlano di condizioni più stabili ed allora suggerisco di spostarci dal Piano Grande verso le vette per documentare un aspetto diverso, non certo secondario, del paesaggio montuoso del parco nazionale. Perciò sveglia alle due di notte, veloce colazione e poi via, verso gli oltre 2000 metri di un bel punto panoramico. L’accordo è che sarò io a svegliarmi e che si partirà solo se le condizioni atmosferiche lo consentiranno. 
Alle due il cielo è stellato, un leggero strato di nebbia aleggia sul Piano Grande. In breve tempo, ci ritroviamo tutti a consumare in piedi una rapida colazione, preparata la sera precedente, nell’ingresso dell’agriturismo. Volti assonnati, poche parole, ma dopo pochi minuti siamo pronti per la partenza.
La salita notturna inizia intorno alle tre, è dura ma si svolge senza problemi. Temevamo i cani di un pastore lungo il sentiero ma l'incontro non c'è stato, il gregge non è ancora salito in quota. 
Quando alla fine arriviamo in cima abbiamo rispettato i tempi, anzi siamo anche un po' in anticipo. 
Sudati per lo sforzo, vorremmo cambiare gli indumenti zuppi ma è non è facile. Tira un vento vivace e teso da est e fa veramente freddo, la neve residua è dura sotto gli scarponi. Qualche coraggioso sfida le intemperie rimanendo a torso nudo per  il tempo (interminabile) necessario ad indossare le magliette asciutte, io rinuncio. 
Imbacuccati alla meglio in attesa dell’alba, cerchiamo di trovare un riparo che ci protegga almeno un po' dalle raffiche. Il tempo passa in fretta e lo spettacolo che di lì a poco si svolge sotto i nostri occhi ci rapisce e ripaga alla grande del sonno mancato e della fatica della salita.





Le nubi basse e compatte che prima coprivano immobili tutto il versante marchigiano, ora si stanno alzando e, sospinte dal vento forte, cominciano ad infilarsi, leggere e impalpabili, nei valichi e sulle creste seguendo i sentieri capricciosi e imprevedibili delle correnti.




Nel frattempo la luce dell’alba inizia a rosseggiare sopra  il soffice  strato in caotico movimento, creando un bel contrasto tra i colori caldi e la tinta azzurrina delle nuvole. 
Ci scambiamo commenti entusiasti, non potevamo aspettarci di più: la forza creativa della natura ha deciso di mostrarsi con uno dei suoi volti più impressionanti, in grado di trasformare radicalmente il paesaggio in un battibaleno e noi siamo spettatori privilegiati. 
Scatto con la trepidazione dei momenti migliori, attento a piazzare bene il treppiede per resistere alla forza del vento e ad eliminare la condensa che sempre più tende ad accumularsi su filtri e obiettivi. Il freddo si fa sentire e sto perdendo sensibilità alle dita, ho commesso l’errore di dimenticare i guanti!
Mentre scatto avverto appena la presenza di Bruno, il video-operatore, che mi riprende da lontano, concentrato come sono sulle foto. 




Dopo un’ora e mezza di permanenza in quota e qualche foto finale di gruppo con volti sorridenti torniamo a valle, portandoci dentro la bella esperienza vissuta insieme.
Le nuvole hanno ormai definitivamente conquistato anche la nostra vetta, cancellando completamente  il paesaggio.




28 maggio 2014

Stamattina l’attesa di una buona luce sul Piano Grande è stata vana. Grossi nuvoloni grigi e compatti non hanno concesso spazi ai raggi del sole. Aspetto di vedere quello che succederà col trascorrere del tempo, chissà, magari uno squarcio nella scura coltre del cielo potrebbe risolvere una mattinata plumbea.  
Se esiste un luogo capace di indurre pensieri profondi, impossibili in altri luoghi, questo è il Piano Grande.
La grande morbida distesa verde incisa dal Fosso dei Mergani è un luogo perfetto per cercare un rapporto con la natura fatto di intimità, sollievo, appagamento. Basta osservarla da lontano e i pensieri diventano più fluidi, l’umore si innalza, la vista può spaziare sulla distesa di un paesaggio armonioso e libero, appena sfiorato dai segni dell’uomo.
Nel suo bel libro “Luoghi selvaggi”, Robert Macfarlane descrive una serie di viaggi fatti in prima persona alla ricerca della natura selvaggia e si sofferma a descrivere in maniera mirabile le motivazioni profonde del viaggio e il senso stesso di questa ricerca.
Il contatto con la natura selvaggia è un’esigenza profonda, sentita dall’uomo fin da tempi remoti. Basti pensare a monaci ed eremiti, che sceglievano di vivere in uno stretto rapporto con la natura primigenia per indagare il loro intimo alla ricerca di un contatto col trascendente, o agli esploratori spinti verso terre lontane da spirito d’avventura e dalla voglia di conoscere l’ignoto, di entrare in comunione con una natura ancora per niente soggiogata dall’uomo. Tutte queste persone hanno cercato e trovato corrispondenza tra le loro esigenze interiori e gli elementi fisici del paesaggio.




Anche se le vere terre selvagge  sul pianeta si sono ridotte ai nostri giorni, la selvaticità, lo spirito selvaggio e indomito di una  natura che continua caparbiamente a seguire i suoi ritmi e i suoi tempi incurante della ingombrante presenza dell’ Homo sapiens, è possibile ritrovarlo anche a poca distanza da casa. Basta saper scegliere tempi e luoghi. 
I Monti Sibillini e il Piano Grande ne sono un esempio. 



Nei fine settimana estivi le strade del parco nazionale sono prese letteralmente d’assalto, automobili parcheggiate in lunghe file, gente dovunque, rumore. Spettacoli consueti del turismo di massa. 
Basta però camminare per qualche chilometro, o scegliere opportunamente date e orari e il silenzio e lo spirito di queste montagne, visitate in tempi lontani da pellegrini e negromanti, si manifestano e avvolgono chi sa ascoltare. Finiscono per coinvolgere ed ammaliare.
Il Piano Grande rappresenta per Macfarlane un esempio di “santuario”: una depressione, cioè, circondata in tutto il suo perimetro da rilievi. I santuari hanno il fascino dei mondi perduti o dei giardini segreti. Al viaggiatore che vi accede dopo aver superato un passo suscitano il piacere sottile del proibito e dell’intrusione. 
Tante volte, aspettando in cima al valico che conduce verso il grande altipiano, ho potuto notare le reazioni di molte persone che, per la prima volta, se lo trovano di fronte. Sono invariabilmente le stesse: sorpresa e stupore. Si parcheggia la macchina e si scende in tutta fretta per godere della vista di un paesaggio al quale non si è preparati, una visione che supera le aspettative. Si scambiano sorrisi e commenti entusiasti, si scattano le prime foto. 
Per me non è affatto la prima volta, ma l’emozione tende a rinnovarsi, specie quando accade qualcosa di inaspettato o di interessante. 
Come in questo momento, con i raggi del sole che stanno vincendo la loro battaglia con le nuvole, si infiltrano attraverso grandi varchi e illuminano a macchie l’altipiano, vivificato da un’esplosione di verde nel punto in cui la colonna di luce prende contatto coi prati. Finalmente posso usare la macchina fotografica piazzata da tempo sul cavalletto, e comincio a scattare, godendomi segretamente il privilegio di essere solo di fronte a una straordinaria manifestazione della natura.



25 maggio 2014

I Sibillini rappresentano per me le radici profonde, la terra con la quale ho i legami più forti. 
Sono nato in un minuscolo villaggio a pochi chilometri da Norcia e ho respirato l’aria di queste montagne fin dalla nascita, anche se le ho conosciute solo molti anni più tardi.
Il mio primo servizio fotografico, apparso sulla rivista Oasis nel lontano 1989, ha avuto come soggetto proprio loro, quando erano un luogo molto meno conosciuto e frequentato e il parco nazionale non era stato ancora istituito. 
Ricordo ancora, a distanza di tanto tempo, l’emozione dell’incontro a Milano con l’allora direttore della rivista Paolo Fioratti e l’eccitazione e la gioia di ricevere la sua approvazione per il servizio. I suoi complimenti e incitamenti sono stati uno sprone importante nel proseguire il mio lavoro di fotografo.
Col passare del tempo le cose sono cambiate e ora il Piano Grande e il monte Vettore sono diventati vere e proprie icone del paesaggio italiano. Le fioriture estive attraggono folle di turisti e fotografi, ma anche in altri periodi dell’anno il fascino misterioso dei “Monti Azzurri”, non manca di richiamare a sé una nutrita schiera di affezionati.





Questi pensieri attraversano la mia mente mentre mi dirigo verso i Pantani, una zona palustre situata appena al di là dei confini del parco nazionale, a 1500 metri di quota. 
E’ ancora buio mentre mi avvicino, voglio arrivare prima dell’alba, per sfruttare le prime luci e magari la nebbia, che in rare giornate senza vento invade la conca. Una missione in un luogo affascinante ma tanto fotografato come i monti Sibillini rappresenta una sfida, ma non ho avuto dubbi quando si è trattato di scegliere. D’altra parte L’Altroversante è di per sé una bella sfida e queste montagne sono nel mio cuore, fanno parte di me. Non potevo rinunciare.
Camminare in solitudine stimola pensieri e riflessioni, il tempo passa in fretta e quasi non mi accorgo di essere arrivato. Dall’alto indovino, attraverso il chiarore azzurrino del crepuscolo, il familiare paesaggio dei Pantani. Le doline colme d’acqua sono quasi cancellate da uno strato di nebbia, un velo impalpabile che si sposta lentamente sopra gli specchi d’acqua e li fa apparire solo a tratti,  tondeggianti e lucenti, sullo sfondo ancora scuro della conca. 
Provo subito qualche scatto inserendo lo spicchio di luna alto nel cielo ad oriente e trattenendo a stento la voglia di scendere e iniziare subito la ricerca della posizione giusta per qualche bella inquadratura dal basso, pronto per il momento tanto atteso dell’alba. 
Quando arriva, l'alba mi sorprende con una luce rosata che la nebbia spande lentamente sul paesaggio, prima fioca e localizzata poi più decisa e diffusa. 





Silenzio attorno, atmosfera umida e sospesa, contorni indefiniti. Gli scarponi sguazzano nel terreno fradicio, l’aria raggiunge le narici portando odore di fango. Ma ho occhi soltanto per la luce, che migliora sempre di più col trascorrere dei minuti, mentre la mia eccitazione cresce. 
Mi sposto veloce e cerco i punti giusti, so che tutto non durerà a lungo. Faccio attenzione a non commettere errori, può succedere, fretta e precisione non vanno d’accordo. Trovo due o tre soggetti in primo piano che mi soddisfano: un gruppetto di margherite che sbucano dalle acque basse, come se l’acqua stessa le avesse generate e steli di graminacee in controluce, che creano un bell’effetto grafico sulla superficie liquida color pastello.



Alla fine l’errore lo faccio lo stesso, mi accorgo di aver lasciato impostati gli iso più alti usati all’inizio, avrei potuto scattare a 100. Ma va bene  lo stesso, non è un grave danno.
Il tempo vola via e piano piano la luce cambia, la nebbia comincia a diradarsi e si apre come un drappo leggero su un  paesaggio dall’aspetto ora più ordinario.
Purtroppo adesso appare nitido anche quello che non è positivo. Anni or sono l’area dei Pantani è stata circondata da transenne di legno di nessuna utilità che hanno snaturato un luogo fino ad allora integro. Provo rabbia e amarezza per un danno ad uno degli ambienti umidi più belli di tutta la zona.
Scarponi e calzoni sono completamente fradici, ma l’esperienza è stata entusiasmante, (transenne a parte), e, nonostante il tepore del nuovo giorno induca  all’indolenza, mi accingo a tornare piano piano sui miei passi. 
Non posso evitare di ripensare alle immagini appena scattate e inizio, quasi automaticamente, a fare una classifica mentale di quelle che, sono convinto, risulteranno migliori.