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Sempre alla ricerca di posti nuovi da scoprire e far conoscere, la Val di Gares è stata una piacevole ed inattesa sorpresa.
Ci troviamo in comune di Canale d'Agordo, tra Falcade e Cencenighe, a pochi chilometri da uno dei comprensori sciistici più importanti e frequentati delle Dolomiti, il Passo San Pellegrino.
Sono sincero, arrivo qui per caso.
La Val di Gares è infatti conosciuta soprattutto tra gli appassionati di sci di fondo e proprio questo è il motivo che mi ha condotto qui: accompagno mio figlio ad una due giorni di gare che si tengono proprio in questa località.
Come gran parte degli ultimi inverni, quest anno la neve si è fatta aspettare a lungo ed è comparsa in modo tardivo e timido solo a metà febbraio, dopo un lungo periodo di freddo intenso e meravigliose giornate senza l'ombra di precipitazioni.

La Val di Gares è una valle fredda e scura, considerato che durante tutto l'anno e in particolare in questo periodo, qui il sole compare per poche ore al giorno.
Lungo la stretta strada che conduce verso la fine della vallata dove sono tracciate le piste da fondo, siamo letteralmente rapiti dalle splendide condizioni atmosferiche che ci accolgono.
Ha nevicato abbondantemente tutta la notte ed ora raggi di luce si insinuano tra le forcelle delle severe cime che circondano la valle, il gruppo delle Pale di San Martino e quello delle Pale di San Lucano.
Nuvole basse in continua trasformazione avvolgono la foresta che sembra quasi respirare.
Il mio sguardo passa frenetico da una parte all'altra della vallata.
A sinistra, il cielo si colora di un azzurro plumbeo intenso, mentre a destra, alcuni costoni rocciosi di pura dolomia, mi ricordano alcuni scorci del Parco Nazionale di Yosemite, visti e studiati negli scatti del mitico fotografo americano Ansel Adams.
Passo la successiva mezz'ora nel cercare di ritrarre questa piccola e selvaggia valle dolomitica, sapendo già in cuor mio che le emozioni e le suggestioni provate dal vivo saranno difficilmente comunicabili.





Sono costretto a casa per colpa di un grave infortunio. Stop di due mesi, i due successivi di riabilitazione e se non ci sono intoppi potrò finalmente tornare a lavorare sul campo. Il lavoro da smaltire in ufficio è davvero tanto; migliaia di immagini fatte per l'Altro Versante in estate, Catinaccio, Marmolada, Parco Nazionale dello Stelvio.
Un aspetto rende più sopportabile l'attesa: è un inverno anomalo, privo di precipitazioni importanti e quando si manifestano le temperature sono quasi sempre alte, con lo zero termico assestato ad altitudini impossibili.
L'intero arco alpino è un susseguirsi di pascoli color ocra, bruciati dal freddo e dalla mancanza di neve che durante questa stagione ha anche il prezioso compito di proteggerli.

Il conto alla rovescia per tornare alla "normalità" dura un'eternità, ma quei giorni mi concedono il tempo di ragionare, di pensare, in una sola parola il tempo, quello che  manca quasi sempre nella quotidianità ; sono giorni di riflessione e di riprogettazione su me stesso e sul mio lavoro, sulle persone che mi stanno vicino, sui pochi veri amici.
Il mio ritorno sul campo coincide con le prime intense nevicate che tardivamente si manifestano sulle Alpi. A febbraio ho programmato quattro giorni sul campo per la mia prima missione post-infortunio. La meta è il Parco Regionale delle Lessinia, nel Veneto. 
Gianluca, un caro amico veronese, resosi disponibile da tempo, sarà la mia preziosa guida.
La Lessinia è un un vasto altopiano che dominala romantica città di Verona e la pianura veneta, il cui territorio sconfina anche nel vicino Trentino.
Negli ultimi anni questa area naturale è balzata agli onori della cronaca per la storia d'amore tra un lupo maschio proveniente dalla Slovenia, chiamato Slavc  e Giulietta, femmina di lupo italico; secondo gli ultimi rilevamenti a cura della forestale del Parco, attualmente, da quell'incontro avvenuto ormai più di cinque anni fa, la popolazione sarebbe davvero vitale e addirittura frazionata in due distinti branchi.
Anche se non conosco assolutamente il territorio preparo con meticolosità questa nuova uscita: compro la cartina sul Parco, studio le zone di interesse e guardo l'iconografia presente su internet (Vedi l'immagine raccontata sulla Lessinia) e carico di aspettative mi metto in viaggio per Verona, distante da Bosco Chiesanuova, il capoluogo della Lessinia,  appena un' ora di auto.
Assieme a Gianluca facciamo un primo sopralluogo partendo dal versante orientale del Parco raggiungibile in auto fino a Passo Fittanze e poi verso il cuore dell'area protetta, sopra Bosco Chiesanuova visitando il rifugio Bocca di Selva e successivamente Conca Parpari e la foresta di Giazza.
La giornata non è delle migliori: nelle valli sottostanti il tempo è molto umido, mentre in quota aleggia una densa nebbia e tira un vento fortissimo.  Arrivati al Rifugio Bocca di Selva inizia debolmente a nevicare. Il rifugio è notissimo tra i fotografi naturalisti perchè negli ultimi anni, durante gli inverni più freddi e nevosi, come molte volte succede in Natura in modo inspiegabile, assieme ai numerosi fringuelli alpini svernano alcuni esemplari di Zigolo delle nevi, un minuto passeriforme che si riproduce tra la Scandinavia e la Groenlandia e che in Italia si può osservare solo qui. E' martedì e non ci sono tracce degli appassionati birdwatchers e fotografi che a frotte si accalcano per osservare con emozione e ritrarre questi rari uccelli. Sceso dall'auto le folate di vento che spazzano l'altopiano sono talmente forti che, complice la mia forzata inattività, quasi faccio fatica a camminare.


Mi guardo attorno ma vedo solo una coppia di fringuelli alpini che volano faticosamente contro vento.
A pranzo, davanti a dei gustosissimi gnocchi locali (fatti semplicemente con latte e farina e conditi con la ricotta affumicata), il gestore ci spiega che l'assenza di freddo e soprattutto della neve ha tenuto lontani i volatili e rispetto gli anni passati i fringuelli sono pochi e addirittura un solo zigolo delle nevi e quindi anche se mi fermerò per altri tre giorni, l'osservazione dell'unico esemplare diventa complicata.
Salendo verso San Giorgio e poi verso Conca Parpari la nevicata diventa intensa e, complice l'ora molto tarda, la visibilità è davvero scarsa: ultimi scatti sulla Foresta di Giazza sotto la neve e rientriamo.
Le previsioni parlano chiaro: per i successivi due giorni nevicherà in modo piuttosto intenso e poi il venerdì dovrebbe prevalere l'alta pressione con una giornata tutta all'insegna del cielo terso e del bel tempo.

Neve e ancora neve e lo sguardo che quando non guarda in macchina, cerca incessantemente e con poche consapevoli speranze la vita animale, so che è praticamente impossibile vederli ma nella testa l'idea ronza incessantemente e non posso farne a meno.

Tutti i dubbi che avevo alla vigilia in quei due giorni si dissolvono: dopo tanto tempo passato a casa, avevo paura di non riuscire a "vedere", le sfumature, le composizioni, di non riuscire ad interpretare la luce, ma sul campo tutte queste perplessità hanno lasciato spazio alla naturalezza dei movimenti e alla gioia di fare un lavoro così bello e appagante.
In questi due giorni tante riprese di particolari, sulla neve, altro non si riesce a fare, la nebbia avvolge l'altopiano e non svela il suo paesaggio.
Quando la nevicata e la nebbia si fanno così intense da non poter far altro, torniamo al Rifugio Bocca di Selva e speriamo di poter osservare l'unico zigolo svernante. Nell'attesa qualche suggestivo scatto ad uno stormo di fringuelli.


Sostano spesso sul tetto del rifugio e saltuariamente fanno qualche comparsata in volo sui cumuli di neve sottostanti dove possono trovare qualche briciola lasciata dai diversi visitatori.


Nel primo pomeriggio, così come le previsioni avevano azzardato, qualche squarcio nel cielo e finalmente riesco ad intravedere le linee di questo paesaggio, non ci speravo più!

Le famose vallette dell'altopiano cominciano a prendere forma, così come in lontananza riesco finalmente ad intravedere i pendii ammantati di neve del Monte Tomba e gli inconfondibili profili delle diverse casere e malghe che tanto caratterizzano il paesaggio della Lessinia. Indossiamo velocemente le ciaspe e senza esitazione ci incamminiamo lungo il sentiero che porta verso il Rifugio Prima Neve.
La variabilità del tempo concede suggestivi scorci su tutto l'altopiano: la nebbia danza tra le valli e a momenti ricopre tutto per poi alzarsi e formare delle splendide nuvole nere.
Il cavalletto si apre e chiude ogni due metri e ormai capiamo che pur essendo molto vicino non arriveremo mai al rifugio: troppe sono le situazioni interessanti da riprendere, troppa la voglia di fare qualche immagine degna del nostro progetto.




Quando ormai mi ero ripromesso di tornare per cercare di riuscire a vederlo, eccolo lì davanti alla macchina, nel parcheggio del rifugio.
Sono un pò agitato e so che non farò una grande immagine, ma mi piacerebbe ritrarlo soprattutto per me stesso, un segno che le cose dopo un periodo sfortunato possono tornare a girare nel verso giusto.
Rimane fermo immobile giusto il tempo di aprire lo zaino fotografico e cambiare l'obiettivo, lo ambiento, come spesso mi piace fare con gli animali e... click: porterò sempre con me l'emozione di quel momento.
L'ultimo giorno è spettacolare dal punto di vista atmosferico. Dopo le intense nevicate dei giorni precedenti l'alta pressione ha spazzato nebbie e umidità e finalmente abbiamo la possibilità di vedere la catena che imponente domina questo suggestivo altopiano, il gruppo del Carega, noto anche come "Piccole Dolomiti".
Ci svegliamo prestissimo e già verso le 5.30 i nostri passi fanno scricchiolare  la neve, resa gelata dalle bassissime temperature della notte.
Presi dall'emozione, sbagliamo il sentiero che porta al Rifugio Prima Neve per ritrovarci dopo circa una mezz'ora buona di cammino in mezzo al niente e in ritardo rispetto al punto di ripresa che avevamo studiato per l'alba.

Maledico la mia imperizia e frettolosamente impongo a Gianluca un passo da militare per tornare al punto di partenza e prendere la giusta direzione. Il sole ci sorprende lungo la faticosa salita ma siamo già in una posizione molto panoramica e ne sono soddisfatto: davanti a noi una moltitudine di vallate e pendii resi tridimensionali dalla prima luce e finalmente, dominante, il profilo del gruppo delle Piccole Dolomiti. Quando si fotografa il tempo passa veloce e una volta arrivati al rifugio Prima Neve ci concediamo un attimo di relax. Dal rifugio la vista è a dir poco fantastica: verso il Trentino, a Nord, l'imponente muraglia dolomitica del Brenta, a est il Gruppo del Carega, a sud gli inconfondibili profili dei Colli Euganei mentre a ovest lo spettacolo del mare dolce, il Lago di Garda.


Tutt'attorno al rifugio una distesa infinita di neve: un comprensorio sciistico davvero impressionante, con piste da fondo spettacolari e davvero ben tracciate, tanto che come appassionato di questa disciplina, mi riprometto di tornare al più presto per godermi questo spettacolo, anche dal punto di vista sportivo.
Aspettiamo un tramonto che non verrà, ma scendendo, un raggio di luce si fa strada tra le nuvole nere che ricoprono quasi interamente il cielo. 
Ancora mi sorprendo dell'imprevedibilità delle condizioni meteo e aperto per l'ultima volta il cavalletto, con stupore da bambino riprendo le acque scintillanti e dorate del lago più vasto d'Italia.


Finisco questo lungo racconto ringraziando di cuore Gianluca Benini e la sua famiglia, per la disponibilità e l'amicizia dimostrata: a casa loro, neanche per un istante, mi sono sentito un ospite.






Quando sono partito per questa missione pensavo di poter fare a meno di fotografare i casolari e le centinaia di stalle e malghe che avevo visto nelle immagini trovate in rete, segno intangibile della preziosa secolare attività dell'uomo e caratterizzanti questo territori;  dopo le prime due giornate sul campo con intense nevicate e quasi sempre circondati dalle nuvole e da un forte vento, alla sera, riguardando le immagini, mi sono accorto che anche non volendole far comparire, cercando quasi sempre di escluderle dalle mie immagini, in tante di esse, questi casolari comparivano, quasi mi volessero parlare di qualcosa di importante, quasi a dire, siamo qui da centinaia di anni!


Riflettendoci sopra sono arrivato alla conclusione che questo luogo non può essere raccontato senza le costruzioni che lo contraddistinguono, sono talmente una parte integrante del paesaggio che non documentarli finirebbe per stravolgere un qualsiasi racconto per immagini.

E se anche il lupo, tornato qui da pochi anni e presente ora con due branchi vitali, ci passa tranquillamente accanto ogni giorno e alle volte trova riparo dalle burrasche di neve che spesso si abbattono su queste valli e montagne, davvero dovremmo fare un'attenta considerazione sul significato di "paesaggio naturale".



Sembra quasi un giocattolo di gomma o una caramella alla liquirizia… in realtà la piccola salamandra alpina (Salamandra atra) è uno dei gioielli più preziosi della nostra fauna di montagna. 
Come tutte le altre specie di anfibi, anche questa salamandra ha delle necessità ecologiche ben definite che ne limitano la distribuzione sull'arco alpino. Non si trova dappertutto, ma localmente può essere anche molto abbondante. Ghiaioni o sfasciumi di rocce, umidità, stillicidio e temperature fresche, sempre in ambienti montani e lontani dalla copertura arborea: questi gli ingredienti per la presenza di questo animale.

Durante la mia recente missione nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, in Veneto, durante un pomeriggio piovoso e molto umido, poco adatto a fotografare paesaggi, sono stato accompagnato dagli amici Bruno Boz (con famiglia) e Giacomo De Donà per cercare di incontrare o, meglio, per dare un appuntamento a questo animale meraviglioso. Abbiamo risalito una valle promettente, camminando parecchio di più di quanto previsto. Ben presto, tra maglia e schienale dello zaino, eravamo un bagno di sudore. Nonostante il desiderio di trovarla fosse grande, iniziavamo a chiederci se ne valesse la pena. Il sentiero stretto si snodava nel bosco con continui saliscendi e curve. Non sembrava avere fine: era come camminare sulla pelle di un serpente. La pioggia aveva gonfiato il fiume e invitato allo scoperto le salamandre pezzate, cugine pagliaccio della piccola atra. L'abbondanza di queste ultime una sorpresa per un "appenninico" come me. Dalle mie parti, rari incontri con le salamandre fanno ahimè sempre più notizia...

Arrivati nella zona in cui concentrare le ricerche, ci siamo sparpagliati sul versante più umido e fresco. Dopo una ventina di minuti di vane ricerche, il morale era già sceso e iniziavo a sentire tutta la stanchezza dei giorni precedenti. Più per puntiglio che altro, abbiamo deciso di proseguire ancora lungo il sentiero per qualche centinaio di metri.

Ecco che Giacomo, insieme al piccolo e attentissimo Matteo Boz, ci fanno cenno di raggiungerli: ne avevano trovata una! Montiamo le attrezzature per scattare qualche immagine mentre il cielo promette un altro scroscio di pioggia. Io provo a controllare più avanti ancora e, sotto una felce, belle in mostra ne trovo altre due. Iniziamo a guardarci intorno e ne contiamo a decine. Immobili o attive, sopra una pietra o nascoste dalla vegetazione. Una vera festa anfibia!

Difficile esporre per questi animali nero-inchiostro sulle rocce riflettenti. Provo di tutto: grandangolare spinto e macro. Alla fine, la foto che mi convince di più è questa: l'animale nel suo contesto di rocce e acqua. Elegantissimo. 

Nel frattempo le nuvole si sono spostate e il temporale si allontana. L'aria si fa più fresca e inizia a soffiare il vento. Le rocce si stanno asciugando e, come per magia, dove prima erano decine di salamandre, ora se ne contano giusto un paio. 
Questa è la vera magia della natura, quando concede i propri doni. E io sono felice di quel pomeriggio, perché l’Altro Versante non è solo un viaggio tra paesaggi mozzafiato e luci incredibili, ma anche un omaggio al piacere della ricerca e all'emozione della scoperta.


















Ci sono dei momenti in cui, esplorando per la prima volta un luogo ignoto, pensi di aver già visto ed ammirato tutto il possibile. Inebriato, sazio di emozioni e bellezza, sei allora lì col bisogno di digerire, di voler metabolizzare tutti gli input di un'esperienza, quando zac! inaspettata, arriva a colpirti in pieno la vera "maraviglia"...

Ecco come mi sono sentito, quando in chiusura della mia ultima ed intensa missione per L'Altro Versante nello straordinario Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi in Veneto, sono stato accompagnato dall'amico, guida e fotografo, Giacomo De Donà a visitare la Valle del Mis e i Cadini del Brenton: piccolo regno d'acqua, incastonato nel cuore del Parco Nazionale.
Lasciata Belluno alla volta dei misteriosi Monti del Sole (una wilderness di roccia, camosci e zecche praticamente inesplorata), superiamo l'abitato di Sospirolo e alla nostra destra appare abbagliante l'azzurro del lago del Mis. Ma per quanto piacevole alla vista, non è questo bacino artificiale la meta della nostra uscita di quella sera. 

Il nostro primo obbiettivo, infatti è la cascata de "La Soffia", vicino l'omonima locanda. Già al parcheggio, il rumore dell'acqua si fa sentire. Dopo qualche decina di metri ci affacciamo sul buio inghiottitoio, che come le fauci di un animale preistorico, ingoiano lo scrosciante getto d'acqua. Le cascate sono sempre fotogeniche, ma mi piace molto il monocromatismo minerale di questo scorcio.

Le potenzialità della zona, però, iniziano a rivelarsi quando mi affaccio dal ponte sul ruscello che esce dall'orrido della cascata e ammiro le acque turchese che attraversano due pendii verdeggianti. Le fotografie si scattano quasi da sole. Stupendo.


Dopo un inizio così promettente, facciamo allora praticamente di corsa (e spaventando un camoscio finito chissacome così in basso) la breve salita per il primo dei "Cadini" del Brenton, una serie di spettacolari marmitte e cisterne, tra di loro collegate, scavate in migliaia di anni dall'acqua di un limpido ruscello. Partendo dall'altro seguiamo lentamente il sentiero in discesa.
I suoni sono esclusivamente liquidi. Armonie di gorgoglii e fragori che arrivano direttamente al cuore, ripulendo l'animo di tossine e facendoti sentire in pace con te stesso e il mondo attorno. I colori coprono tutte le variazioni possibili di verde e di azzurro. Turchese, cobalto, smeraldo: sembra il caveau di una gioielleria. Il sole è già dietro le montagne circostanti e il cielo velato è perfetto per dare giustizia ai toni incredibili e freddi di questa microscopica "Plitvice di casa nostra". 
Cala la luce e i tempi di posa si allungano enormemente. Tra una composizione e l'altra, c'è il tempo di guardarsi attorno, di godere di piccoli dettagli, di scambiare qualche battuta col compagno. E' bello rallentare un po' quando si è sempre di corsa. Il ritmo pian piano si adegua a quello dell'acqua. Forse, il dono più bello di questo angolo sorprendente e magico di cui, a causa della mia ignoranza, mai avrei sospettato l'esistenza. 
Scatto l'ultima foto che è praticamente buio. Nonostante la bellissima giornata e le tante immagini, sono rapito da questo luogo speciale e già consapevole di voler tornare a visitarlo.

Se è così bello in una livida serata di giugno, provo solo ad immaginare cosa possa diventare con le nebbie e i colori autunnali a incorniciare queste gemme d'acqua cristallina!






Nuvole cangianti nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi
Fioriture copiose nella nebbia della Busa delle Vette
Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.
Quanto tempo desideravo conoscerle.
Meglio.
Perchè Belluno e le sue montagne sono vicine. Perchè alcuni di questi luoghi li ho già frequentati in passato e mi avevano affascinato. Perchè nelle mie assidue frequentazioni nelle Dolomiti Friulane le avevo spesso vicine, separate alle volte da una profonda vallata. Altre, da una linea di creste a cui difficilmente sapevo dare il nome. Neanche quando, disponendo di ore davanti a me, in attesa di un tramonto estivo, mi sforzavo di interpretare una cartina che il più delle volte non mi era amica e difficilmente me ne svelava il nome.
Perchè le Bellunesi hanno da sempre il fascino di specie vegetali leggendarie. Un amante della flora dei ghiaioni non può non avere il desiderio di vedere almeno una volta nella vita il minuto, endemico e misterioso Alisso dell'Obir. Perchè le Dolomiti Bellunesi, sono anche molto lontane. Richiedono quasi sempre trekking importanti e faticosi. Ma alla luce della missione che ho vissuto per L'Altro Versante, credetemi, i perchè elencati diventano davvero esigui rispetto alla realtà e ripagano ampiamente gli sforzi fatti per superare i decisi dislivelli.
Fioriture di Anemone narcissiflora nella Busa delle Vette
Per questa nuova missione, il raro endemismo guida deciso la mia pianificazione. Non ci sono dubbi o esitazioni. Finalmente lo conoscerò.
Sono sicuro, sarà un incontro intenso e appagante.
L'Alisso fiorisce normalmente agli inizi di luglio. Purtroppo in quegli stessi giorni dovremo essere sulla catena del Lagorai. Ci tocca quindi anticipare la missione sperando che il gran caldo abbia riscaldato i ghiaioni in cui cresce e favorito una precoce fioritura. Le notizie che arrivano direttamente dal Parco, sono confortanti e confermano le nostre speranze.
Rifugio Dal Piaz
L'appuntamento è a Passo Croce d'Aune con alcune guardie del Parco e i gestori del Rifugio Dal Piaz, Mirco e Erika. L'immediata sintonia è quella che si forma tra persone che amano la montagna e la vivono "sul campo". La vegetazione in questo periodo è straripante. Geranei selvatici, anemoni narciso, diverse specie di orchidee, gigli bianchi di San Antonio e arancione di San Giovanni, una vera e propria tavolozza di colore che vivacizza il velo di nebbia posato sulle montagne circostanti. Lungo il tragitto che ci porta al rifugio, Mirco e Erika ci raccontano della loro coraggiosa decisione di lasciare i loro rispettivi sicuri lavori da dipendenti e prendere in gestione il rifugio. Di come l'importante dislivello limiti l'afflusso alla struttura, soprattutto fuori stagione. Di come il clima sia così difficile da queste parti, con nebbie quasi onnipresenti a limitare lo sguardo che altrimenti spazierebbe importante dall'Altopiano di Asiago alle Pale di San Martino, dal Lagorai alle Dolomiti Friulane e ancora fino alla laguna di Venezia.
Grande ammirazione per tutte quelle persone che, come loro, decidono,  tra mille difficoltà e ahimè burocrazia "all'italiana" di essere liberi e realizzare il loro sogno.
Arrivati al rifugio, rapidi, sistemiamo gli zaini e a tavola pianifichiamo le tre giornate che abbiamo davanti. Mirco, vista la scarsità di ospiti presenti e la quasi certezza che nel pomeriggio di un giorno infrasettimanale non ne giungeranno altri, si offre di portarci a scoprire, nebbia permettendo, alcuni angoli nascosti delle cime che circondano la Busa delle Vette, in particolare l'anfiteatro ghiaioso di Cima 12.
Alisso dell'Obir
Partendo dal rifugio in pochi metri si guadagna il Passo delle Vette Grandi (1.994 mt): da qui lo sguardo spazia sull'anfiteatro della Busa delle Vette, testimone antico di un importante ghiacciaio. Predomina il verde punteggiato dal giallo dei botton d'oro e dal bianco dell'Anemone narcissiflora. Quando la nebbia che s'insinua dalla Val Belluna permette di intravedere, sembra che il bianco dei ghiaioni sia discontinuo, macchiato ovunque da una miriade di occhietti gialli.
E' lui! lo percepisco al volo e ne ho la conferma immediata avvicinandomi.
Il nome Obir deriva dal tedesco Hoch Obir, una nota cima delle Alpi Karawanken in cui questa piccola piantina ha il suo areale principale, ovviamente assieme alle Prealpi bellunesi e a poche modeste aree delle Alpi Giulie, in Friuli. La nebbia impedisce di realizzare degli scatti ambientati così mi limito a realizzare delle immagini ravvicinate sperando di poter rimediare nei giorni successivi.
Sono ovviamente emozionato e i miei compagni rispettano tutto il tempo che mi prendo per fotografarle e osservarle finalmente dal vivo.
Nel frattempo la nebbia scende intensa nella Busa. Ricopre dolcemente ma decisamente dapprima il fondo dell'anfiteatro per poi alzarsi e privarci della suggestione delle montagne che ci circondano.

Formazioni rocciose immerse nella nebbia
Cima 12 (prima)
Mirco ci guida sicuro dapprima attraverso sentieri ben segnati, poi, abbandonandoli, per tracce su ghiaioni ripidi.
Nel silenzio ovattato incrinato solo dal rumore dei nostri passi sulle scaglie di pietra del ghiaione che stiamo percorrendo, all'improvviso un fischio sibilato.
Ci fermiamo, e a pochi passi da noi si staglia la forma scura e inconfondibile di un camoscio.
Poi l'ombra svanisce verso l'alto e viene rapidamente inghiottita dalla nebbia.
Rimane solo il silenzio e la speranza che raggiunta la cima riusciamo a oltrepassare questa cortina fumosa.
Cima 12 (dopo)
Il cielo sopra di noi sembra maggiormente azzurro. Forse è solo un'illusione. Forse no.
Dapprima si alza una leggera brezza, poi alcuni squarci azzurri nel cielo e finalmente qualche raggio di sole s'insinua e illumina i ghiaioni e le creste di Cima 12.
Non sono cime vistose ed eleganti. Ma sono suggestive soprattutto quando, abbandonata la cima, Mirco ci conduce verso delle formazioni rocciose particolari, lastre di montagna appoggiate una sopra l'altra, quasi fossero dei libri. La memoria scorre veloce verso altri luoghi che me le ricordano intensamente, altre emozioni vissute in alta quota. Ai libri di San Daniele sopra Casso nelle Dolomiti Friulane e al "giardino roccioso" del M.te San Fior, nell'altopiano di Asiago.
Sono le nove di sera e la luce diretta del sole è svanita ormai da tempo.
Le nuvole sono però leggermente tinte di un rosa pallido e la nebbia, mai del tutto sparita, rende suggestivo questo paesaggio, fatto di rocce spezzate e apparente disordine.

Nei pressi di Cima 12
Poi, in breve, dopo appena pochi scatti l'atmosfera svanisce e rimangono solo silenzio e nebbia.
Il giorno successivo ci alziamo presto, verso le 3.30.
Usciti dal rifugio, rivolgiamo lo sguardo verso il cielo e le vette circostanti e abbiamo subito forte la sensazione che sarà una giornata lunga e faticosa, ma intensa e appagante.

Alba sul Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi












Quando il mio amico Bruno Boz, biologo e fotografo naturalista di Feltre, mi aveva parlato delle “sue” Dolomiti (delle Vette Feltrine e del gruppo del Cimonega... dei Piani Eterni e dei Monti del Sole: in due parole, del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi) e di quanto queste fossero selvagge e sconosciute, mi aveva profondamente colpito, accendendo in me una grande curiosità e la voglia di andarle a visitare. Bruno mi aveva raccontato infatti di pareti giganti e dislivelli pazzeschi, foreste di larici secolari e gole molto profonde dove scorrevano fiumi meravigliosi, dalle acque pulitissime. Montagne ricche di fauna e di specie endemiche o rare altrove, eppure poco frequentate dal turismo di massa, che invece ha colonizzato gran parte delle arcinote
Dolomiti considerate D.O.C. della parte settentrionale della Provincia di Belluno. Era deciso: avrei visitato il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi nel 2015 con L’Altro Versante!

E così, prima che arrivasse la scorsa primavera, con Bruno abbiamo pianificato una prima breve missione, quasi una ricognizione, da effettuarsi nei primi giorni di Giugno. Sapevamo già che una non sarebbe stata sufficiente. Abbiamo scelto di iniziare dalla zona dei Piani Eterni e poi di fare una visita (aggiungerei “doverosa”) alle valli dei fiumi Mis e Ardo.


I Piani Eterni, altopiano dal nome piuttosto “importante”, si sviluppano a a circa 1700 metri di quota. Si tratta di una vasta conca di origine carsica circondata da alte montagne. Un mare di erba color smeraldo e fischi di marmotte delimitato da un piano sollevato con affioramenti calcarei e “campi carreggiati” a sud (qui ci sono tantissime cavità e grotte: gli speleologi sono già scesi oltre 1000 metri sottoterra!) e ripide montagne di strano calcare rossastro a nord. Larici e abeti a sud, aquile e camosci a nord. In mezzo due malghe, Erera e Brendol, e una bellissima stalla del Settecento restaurata di recente.

Tutto stupendo, sì, ma prima di arrivare ad ammirare i Piani Eterni, uno deve ben faticare gli oltre mille metri di dislivello che attendono l'escursionista che parte dalla Val Canzoi. Niente di difficile, capiamoci, si tratta solo una lunga e tortuosa strada, a tratti asfaltata, che si inerpica (un po' noiosamente devo aggiungere) su uno dei pendii della valle del limpido torrente Caorame e sopra il lago artificiale della Stua.
Io e (l'altro) Bruno eravamo pronti ad affrontarla a ogni costo, ma, per fortuna, grazie alla generosa collaborazione del Parco Nazionale e del Corpo Forestale, oltre all'ospitalità in quota è stato anche offerto un passaggio in auto, non a noi... ma ai nostri zaini pesantissimi. Il mattino che siamo partiti, ho quindi fatto conoscenza con Enrico Vettorazzo del Parco Nazionale e con due simpaticissimi forestali, il comandante Dalla Rosa e la guardia Fritz. Last but not least, ad accompagnarci c'era anche l'amico Giacomo De Donà, giovane guida del Parco nonché fotografo dotatissimo e con “il cuore al posto giusto”. Così siamo partiti, zaini, bottiglie di vino e pacchi di pasta in fuoristrada con i forestali. Noi quattro invece a piedi, consapevoli della fatica che ci attendeva, ma anche felici di camminare, una tantum, senza alcun peso sulle spalle.

Anche se la salita è stata lunga, nonostante le piacevoli conversazioni e gli incontri con tante specie, ve la faccio comunque breve. Quasi alla fine, staccandoci dalla strada e prendendo il sentiero del Porzil, ci siamo presto trovati nel bosco, odore di muschi e occhi attenti a francolini e galli cedroni... Nessun animale si è rivelato al nostro sguardo, ma l'attenzione è stata premiata da una rarità, la Cortusa di Mattioli, una bella primulacea scovata da Enrico. Ancora qualche centinaio di metri e siamo tornati a vedere la luce. Tanta. Un mare di luce! Quello è stato il primo impatto con i Piani Eterni: la luce che in montagne e valli così ripide e profonde è rarità riempie questa terrazza naturale che sa tanto di piccolo Paradiso.


La malga Brendol, gestita dai Forestali, è semplicemente stupenda, la base ideale per esplorare nei giorni successivi i dintorni dei Piani Eterni. La giornata è ancora lunga e così, una volta cambiate le magliette, decidiamo di proseguire poco oltre e andare a vedere se in uno stagno a breve distanza ci sia qualche anfibio interessante. Veniamo ripagati da una coppia di rospi smeraldini in accoppiamento, che, a questa altitudine, fa notizia. Anche se una missione per AV si concentra al 90% sui paesaggi, io, da biologo, non riesco a contenere la mia curiosità e continue domande sulle tante specie animali che sembrano frequentare la zona. Quando rientriamo alla malga, gli amici forestali ci accolgono con un piatto di pasta fumante e un buon rosso: il Paradiso, davvero. Dopo pranzo il cielo minaccia pioggia e si sentono i primi tuoni. Non c'è altro da fare, se non sdraiarsi un attimo in branda e recuperare un po' di forze, ascoltando assai piacevolmente il temporale che infuria fuori dalla finestra.

Dopo un paio d'ore, la pioggia ha smesso, ma l'aria è rimasta molto carica di umidità e il cielo pieno di foschia. Non sarà il tramonto che attendevo, meglio quindi ripiegare su dettagli e sugli abitanti dell'altopiano. Mi avvicino a una marmotta tra i ranuncoli, strisciando malvolentieri nell'erba bagnata. Poi, con Bruno e Giacomo, cerchiamo timidi marassi tra le rocce e i cespugli di mugo fino al tramonto. Qualche scatto poco efficace al paesaggio (ci sarà da rifarsi nei giorni successivi!) ed è già ora di cena. Tra un boccone e l'altro, abbiamo ammirato un branco di cerve fuori dalla finestra che scendevano a brucare nella piana insieme a una fitta nebbiolina. All'ora blu, la magia si è compiuta. Seppure io non riuscissi più a vederle, le cerve sono rimaste impressionate sul sensore della mia reflex insieme all'azzurro intenso della luce che svaniva. Ero soddisfatto di quanto mostrava il display della mia macchina: ancora una volta avevo potuto assistere a quell'attimo fugace di eternità che rende questo nostro lavoro così affascinante.



Si dice che nella fotografia naturalistica, il tempismo sia tutto. Cogliere l'attimo saliente di un'azione, il momento giusto dell'anno per documentare un fenomeno biologico particolare o la luce più suggestiva per rendere magica una composizione... Non c'è niente di più vero, tutti gli sforzi per cercare e inquadrare un soggetto diventano vani, infatti, se non si sceglie la situazione adatta per valorizzare l'immagine.

Questo monito mi tornato in mente pochi giorni fa durante la mia ultima missione nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi in Veneto. Tra i siti selezionati per l'Altro Versante, ho visitato la bellissima località dei "Piani Eterni" tra Belluno e Feltre. Questo strano altopiano, quasi un cratere circondato da alte montagne, è un posto a sé. Un po' Canada, un po' Appennino, è un mare d'erba tra i mughi e gli affioramenti rocciosi. Come tutti i luoghi che si sviluppano in piano non è un sito facile da fotografare e, inoltre, un nome così importante, "Piani Eterni" richiede un minimo di attenzione in più per dare giustizia al "senso del luogo".

Dopo una lunga camminata per arrivare alla malga che ci avrebbe ospitato per tre giorni, mi sono messo ad esplorare i dintorni. Ero stato colpito dai campi carreggiati e dai massi erratici, testimoni silenziosi di un passato glaciale e turbolento, che caratterizzavano un lato dei Piani. Avevo provato varie inquadrature, ma quella che mi convinceva di più vedeva le rocce in primo piano condurre lo sguardo verso un grosso masso lasciato lì dalla forza dei ghiacciai. L'immagine non era male, ma l'afa di quella serata non aveva permesso un tramonto avvincente e così mi ero dovuto accontentare di una fotografia piuttosto standard, dai toni abbastanza piatti.

Due giorni dopo, all'alba, che a giugno, diventa una cosa tosta da gestire e vuol dire alzarsi prima delle quattro del mattino, la bruma riempiva la conca erbosa. Ancora prima di prendere il caffè sono uscito e ho ammirato una mezzaluna che brillava sopra i colori cilestrini di quello scenario mattutino.
È stato un attimo. Senza dire nulla agli altri, ho preso fotocamera, grandangolo e treppiedi e sono corso nella nebbia a ricercare quello stesso masso e un'inquadratura simile a quella scattata il primo giorno.

Stavolta le montagne erano di un blu intenso e i confini meno definiti e scontati. Mi sono concesso qualche scatto e via, poiché mi attendeva una lunga esplorazione su un'altra montagna. Non c'era stato molto tempo per sperimentare, ma almeno avevo messo da parte una fotografia che portasse in sé un minimo dell'"eternità" di quel posto così particolare.





















100 anni sembrano davvero tanti. Quattro lustri, tre generazioni. Un’infinità di tempo…
Eppure, quando, pochi giorni fa, ho messo piede per la prima volta sulla sommità del Monte Ortigara, nell’Altipiano di Asiago (o "dei 7 Comuni"), nelle Prealpi Vicentine, durante la mia missione per L’Altro Versante, ho capito che un secolo, in fondo, non è che un attimo… Esattamente 98 anni fa, questa montagna e le brulle cime circostanti sono state teatro di una delle battaglie più sanguinose e disastrose del Primo Conflitto Mondiale. Qui, infatti, tra soldati italiani e austriaci, hanno perso la vita in pochi giorni non meno di 20.000 uomini. La cima stessa dell’Ortigara (oggi 2105 m s.l.m.) si è “abbassata” di ben 8 metri a causa dei continui bombardamenti. Il tentativo mal gestito da parte dell’esercito italiano di recuperare terreno dopo la “spedizione punitiva” degli Austriaci si concluse con uno dei capitoli più nefasti della storia italiana del XX secolo. 
Ora, questa montagna e i suoi dintorni sono un monumento internazionale, un ecomuseo. Le tracce della guerra: schegge e proiettili, ma soprattutto trincee, cannoniere, baraccamenti sono ancora ben visibili nel paesaggio lunare di quest’altipiano carsico, che, ancora non sembra aver dimenticato l’orrore di quei giorni. 
Devo dire che da queste parti si percepisce una strana atmosfera, un’aria pesante, nonostante la bellezza degli scenari. Solo il vento, infatti, si fa sentire mentre spazza i brulli affioramenti rocciosi, circondati da fitte mughete e da qualche larice stentato. In lontananza, a fatica, ogni tanto si riesce a cogliere il canto del merlo dal collare e magari il fischio delle marmotte. Alcune di queste, pensate un po’, hanno scavato le loro tane nei rifugi della guerra. E, il loro andirivieni, insieme al rosa delle fioriture di rododendri smorza un poco il senso di tristezza che pervade questo luogo, che rimane tuttavia particolare e affascinante. Camminando tra le rocce, tornano costantemente in mente le parole commosse scritte dal grande Mario Rigoni Stern, vero “spirito del luogo”:

“Un giorno di maggio del 1920 tre ragazzi salirono verso l’Ortigara per il Sentiero del Civeron prima e per il Passo di Val Caldiera poi. Arrivati dove il sentiero lascia i precipizi della Valsugana per immettersi sull’Altipiano, davanti ai loro occhi si presentò una orrenda visione: tra le rocce giallastre e sbriciolate, tra lenzuola di neve sporca, tra reticolati aggrovigliati a perdita d’occhio, resti di trincee e di postazioni, caverne, brandelli di divise, elmetti sfondati, scarpe, armi rotte, gavette, zaini, maschere antigas, munizioni di ogni tipo, barattoli, casse, schegge di bombe d’ogni calibro, stavano sotto il cielo primaverile centinaia e centinaia di cadaveri in decomposizione, scheletri, teschi, membra umane, ossa. E non un filo d’erba, non un fiore, non il canto di un uccello”.

Da “Amore di confine”, “Il mortaio del primotenente Hans Stiegland”

Nell’esplorazione dell’enorme Altopiano di Asiago, sono stato guidato da due buoni amici, Bruno Boz, biologo e fotografo di Feltre, a cui va tutta la mia riconoscenza per avermi aiutato nell’organizzazione della mia prima missione nel “Nord Est” e Ivan Mosele, fotografo di Asiago nonché grandissimo appassionato e conoscitore della natura dell’Altopiano, che ci ha fatto da Cicerone nei due giorni trascorsi insieme. Senza il sostegno del Comune di Asiago, poi, che ha autorizzato a lavorare nella zona e ad accedervi in auto, saremmo riusciti a fare ben poco, a causa del grande carico di attrezzature e della vastità dell’area.
Quest’angolo di Altopiano infatti non è per niente facile da fotografare. Siamo saliti sull’Ortigara e Campigoletti purtroppo nei due dei giorni più afosi e umidi di questa strana primavera 2015. Il cielo perennemente coperto e la foschia all’orizzonte pertanto non facevano sperare molto. In quelle condizioni i pendii di queste montagne erano delle semplici bande monocromatiche, il paesaggio piatto e senza punti di riferimento. Questo è il rischio che si corre quando si ha poco tempo da dedicare a un luogo, in un progetto così ambizioso e vasto come L’Altro Versante. Sforzandomi di non cadere mai nella disperazione, ho cercato davvero a lungo un angolo “fotogenico”, guardandomi attorno per ore, prima di estrarre l’attrezzatura. Alla fine sono concentrato su uno strano “campo carreggiato”, tipico affioramento roccioso calcareo solcato nei millenni dalle intemperie, come ce ne sono tanti anche in Appennino eppure davvero peculiare per le forme tondeggianti e i piccoli larici che vi emergevano. Una volta individuato il luogo, la fortuna ha girato dalla nostra parte. Prima c’é stato l’emozionante incontro con un bellissimo maschio di pernice bianca (poco bianca, a dire il vero, in questi giorni di primavera), mirabilmente mimetizzato nell’ambiente e localizzabile solamente grazie al verso rauco e inconfondibile. È stato il secondo appuntamento della mia vita con questo meraviglioso tetraonide, che per un “appenninico” come me, è animale esotico tanto quanto un bue muschiato… Poi, al tramonto, finalmente si è aperto uno spiraglio in cielo e la luce radente del sole ha premiato la nostra pazienza, regalandoci alcuni istanti magici e l’opportunità, mi auguro, di aver reso un minimo di giustizia fotografica all’importanza di questo luogo.

L’indomani mattina, all’alba, invece, ci siamo dedicati all’esplorazione di un bosco bellissimo, sempre sull’Altopiano dei Sette Comuni/Asiago. Nonostante la luce scadente e il cielo che minacciava pioggia, sono rimasto senza parole al cospetto di abeti bianchi, larici e faggi dalle dimensioni davvero imponenti. Con il naso in su, ho ammirato l’altezza di questi patriarchi e cercato di trasmetterne in foto un po’ la bellezza, ma ci sarebbe voluta una bella nebbiolina per rendere omaggio all’aura di questo vero “bosco degli urogalli”. Ovunque, i buchi scavati dal picchio nero e visioni sfuggenti di cervi e caprioli. Ho scoperto una traccia di martora, l'escremento di un gallo cedrone e giuro di aver sentito anche l’astore che chiamava. Però, il vero gioiello di questi boschi non va cercato in alto, bensì guardando con attenzione in basso, nell'umida lettiera, tra verdi muschi e legno marcescente.
Ai piedi di questi alberi secolari, ahimè assurdamente minacciati da tagli e invasive operazioni di esbosco, vive uno degli animali più rari e belli della fauna italiana. Con un'areale grande poco più di venti chilometri quadrati, la Salamandra di Aurora (Salamandra atra aurorae) è un po' il Santo Graal dell'erpetologia europea. La storia racconta che lo studioso Pierluigi Trevisan, che per primo ha descritto questa (sotto)specie, abbia dedicato la scoperta alla sua moglie Aurora. Questo splendido anfibio dai toni dorati vive solo qui in tutto il mondo e il ridotto numero di esemplari impone il massimo riserbo sulla condivisione di siti e abitudini. Troppi malintenzionati ne sono alla ricerca per arricchire le proprie collezioni e il suo habitat è davvero fragile. Il futuro è incerto per questa salamandra, ma per fortuna, ci sono dei paladini che si battono per la sua salvaguardia. Tra questi, l'erpetologo Enrico Romanazzi, che si dedica con anima e corpo non solo allo studio attento e alla conservazione di questo animale, ma, cosa rara tra i biologi, si occupa con impegno anche di divulgazione e educazione dei bambini. Ho avuto il privilegio di accompagnare Enrico e Sara, la sua collega, durante uno dei loro regolari campionamenti avendo immediatamente l'impressione di trovarmi di fronte a due persone d'eccezione. I veri eroi, infatti, non hanno bisogno di urlare a gran voce le proprie idee o sbandierare i propri successi, ma si muovono nell'intricata realtà umana in silenzio e con abnegazione, lasciando che siano i fatti a parlare per loro.
Come con Bruno e Ivan, anche con Enrico e Sara, la passione comune ha fatto sì che l'amicizia scattasse all'istante. Poi, è bastato un semplice sorriso da bambino per dimostrare tutta la mia riconoscenza, quando finalmente il mio sguardo si è posato sulla livrea color crema di questo piccolo, grande gioiello dell'Altopiano. Uno dei tanti incontri meravigliosi e indimenticabili che stiamo collezionando lungo il cammino per arrivare a L'Altro Versante.