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Sempre alla ricerca di posti nuovi da scoprire e far conoscere, la Val di Gares è stata una piacevole ed inattesa sorpresa.
Ci troviamo in comune di Canale d'Agordo, tra Falcade e Cencenighe, a pochi chilometri da uno dei comprensori sciistici più importanti e frequentati delle Dolomiti, il Passo San Pellegrino.
Sono sincero, arrivo qui per caso.
La Val di Gares è infatti conosciuta soprattutto tra gli appassionati di sci di fondo e proprio questo è il motivo che mi ha condotto qui: accompagno mio figlio ad una due giorni di gare che si tengono proprio in questa località.
Come gran parte degli ultimi inverni, quest anno la neve si è fatta aspettare a lungo ed è comparsa in modo tardivo e timido solo a metà febbraio, dopo un lungo periodo di freddo intenso e meravigliose giornate senza l'ombra di precipitazioni.

La Val di Gares è una valle fredda e scura, considerato che durante tutto l'anno e in particolare in questo periodo, qui il sole compare per poche ore al giorno.
Lungo la stretta strada che conduce verso la fine della vallata dove sono tracciate le piste da fondo, siamo letteralmente rapiti dalle splendide condizioni atmosferiche che ci accolgono.
Ha nevicato abbondantemente tutta la notte ed ora raggi di luce si insinuano tra le forcelle delle severe cime che circondano la valle, il gruppo delle Pale di San Martino e quello delle Pale di San Lucano.
Nuvole basse in continua trasformazione avvolgono la foresta che sembra quasi respirare.
Il mio sguardo passa frenetico da una parte all'altra della vallata.
A sinistra, il cielo si colora di un azzurro plumbeo intenso, mentre a destra, alcuni costoni rocciosi di pura dolomia, mi ricordano alcuni scorci del Parco Nazionale di Yosemite, visti e studiati negli scatti del mitico fotografo americano Ansel Adams.
Passo la successiva mezz'ora nel cercare di ritrarre questa piccola e selvaggia valle dolomitica, sapendo già in cuor mio che le emozioni e le suggestioni provate dal vivo saranno difficilmente comunicabili.




Colori d'autunno - San Martino del Carso
Erano mesi che pensavo a questa missione sul Carso.
Ho ricordi bellissimi di questo territorio che, nel periodo autunnale, offre scorci di rara bellezza, legati alle splendide sfumature di rosso, giallo, arancione del Scotano (Cotinus coggygria) chiamato anche albero della nebbia per via degli eleganti pennacchi bianchi che, come sbuffi di vapore, fuoriescono dal cespuglio.
Una varietà e eleganza cromatica rara. Senz'altro uno dei più suggestivi foliage in Italia e nel mondo.
Geograficamente parlando, ci troviamo in Friuli Venezia Giulia, tra Gorizia e Trieste.
Il mare è vicino pochi chilometri, tanto più che il Carso offre suggestivi scorci sul Golfo di Trieste e sulla vicina Laguna di Venezia.
Pochi sanno però che il clima qui è continentale, tipico di una zona di media montagna, con specie vegetali e animali caratteristiche di questa fascia altitudinale.
È facile, camminando lungo uno dei tanti sentieri che lo attraversano, essere sorpresi dal canto in volo di un picchio nero che si sposta da una macchia di pini neri all'altra.
Il Carso è una continua sorpresa, anche per chi, come me, lo frequenta da tantissimi anni.
Per questa particolare "montagna", volevo scoprire un posto nuovo, rispetto a quelli che già conoscevo, un luogo che in sè potesse racchiudere, la bellezza del paesaggio, la varietà degli aspetti vegetazionali, il ricordo del passato.
Un passato che qui riemerge quasi ovunque. E in particolare nelle vecchie trincee di guerra,  sapientemente riportate alla luce e restaurate da centinaia di volontari e appassionati e dalle Pubbliche amministrazioni che, almeno per una volta, hanno intuito l'importanza della memoria unita alla valenza turistica e naturalistica di questi luoghi.
Così, dopo un paio di giorni di sopralluoghi, la mia scelta è caduta su una delle cime più combattute durante la prima guerra mondiale, il Monte San Michele, quasi 300 mt sul livello del mare.
Da qui il paesaggio è incantevole, con scorci fantastici sul Mare Adriatico e distese quasi infinite di alberi della nebbia.
Con una tale abbondanza di soggetti fotografici realizzare delle immagini non banali è sempre molto difficile, ma  anche dietro ad un'apparente confusione molte volte si cela un ordine quasi perfetto.
È ormai sera e gli ultimi raggi di luce filtrano tra i rami di un pino nero illuminando dolcemente le foglie variopinte dei cespugli che sto inquadrando.
Sul sentiero che mi riporta verso la macchina ritornano alla mente i versi di Ungaretti, che proprio a questa zona, ha dedicato una struggente poesia.

San Martino del Carso

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato


 

Giovanni, l'esperto e competente guardiaparco sta guidando la jeep su una strada di cava, di pendenza incredibile. L'auto avanza lentamente in mezzo alle nuvole. Tutto intorno è nebbia. Sono preoccupato di questo inizio missione nelle Alpi Apuane, in Toscana. Le previsioni per i giorni successivi non sono assolutamente confortanti. Poco prima della nostra destinazione, due ombre attraversano veloci la rotabile e si fermano un attimo ad osservarci.
Sono due mufloni, mamma con piccolo, che dopo pochi secondi spariscono nel bianco. Parcheggiamo e a piedi ci incamminiamo verso l'Antro del Corchia, il sistema carsico sotterraneo più esteso in Europa con più di 70 km di gallerie e pozzi, scoperti grazie ad anni di esplorazione geologica. Molto più facilmente, io e Giovanni, sfrutteremo il percorso turistico aperto dal Parco circa 5 anni fa e che si snoda nel cuore della montagna per circa 2 km. Avrò il privilegio di avere tutto il percorso appositamente aperto ad-hoc solo per me e per le immagini che andrò a realizzare per l'Altro Versante.

Non ci sono parole e immagini che possano descrivere quello che si può vedere al suo interno. Anche Giovanni pur essendo stato qui diverse volte, pare a momenti rapito dalla forza e dalla bellezza che stiamo incontrando. Usciamo dopo circa tre ore, per me di frenesia fotografica, per Giovanni di paziente attesa. Fuori la nebbia sta pian, piano dissolvendosi, lasciando posto alle ultime luci che finalmente mi fanno vedere la montagna "vuota" anche nel suo profilo esterno. Rifacciamo il percorso al contrario, in discesa, e ci dirigiamo verso un punto in cui le torri del Corchia, si dovrebbero incendiare incrociando gli ultimi raggi del sole. Giovanni, mentre faccio i primi scatti, mi dice che in quei frangenti somigliano un po' alle Dolomiti...






Perchè la storia di una cascata? Perchè da quando l'ho vista proprio come la state vedendo in questa prima immagine, così potente nel scendere verso valle, in un mondo di rocce nere, illuminata ad intermittenza da un sole capriccioso, sono rimasto a bocca aperta davanti alla sua selvaggia bellezza e allo stesso tempo, guardandomi attorno, ho capito il mondo mutevole e affascinante che stavo visitando.

Siamo nel Parco Nazionale dello Stelvio,nel cuore della Val Martello  in Alto Adige. Ho programmato 8 giorni alla scoperta del Parco e soprattutto del suo mondo di ghiacci e impressionanti morene. Al momento non sono stato molto fortunato. Temporali forti ed improvvisi, previsti con estrema precisione dai bollettini metereologici locali, mi hanno imposto una certa prudenza nell'affrontare i trekking impegnativi che avevo pianificato. Il territorio è esteso e ormai considero questa per l'Altro Versante alla stregua di un'esplorazione per le future missioni che farò sul territorio.
Partito di buon'ora arrivo velocemente al Rifugio Corsi e oltre  fino   al   superamento   del   gradino   di   valle. Un paesaggio quasi tibetano nell'estensione e nei verdi accesi che lo caratterizzano, se non fosse per le grigie distese moreniche che scendono dai ghiacciai  del Cevedale, della Vedretta Alta e del Gran Zebrù.
Siamo nel cuore dell'estate ed è proprio in questo periodo che la sofferenza dei grandi ghiacciai alpini è alla sua massima evidenza. Arrivando da un  lavoro appena concluso in Svizzera, fotografando i suoi principali ghiacciai, dall'Aletsch al Rodano, dall'Eiger al Titlis, anche qui in Italia trovo la penosa conferma di quanto il ghiaccio stia arretrando con torrenti e cascate impetuose visibili ovunque cada lo sguardo. Come nei giorni precedenti, il tempo inizia a cambiare e il cielo si oscura rapidamente di nuvole cariche di pioggia. Il mio obiettivo di giornata è quello di percorrere l'affascinante sentiero glaciologico che mi condurrà sino al Rifugio Martello e da qui verso le suggestive distese moreniche della Vedretta Alta, con  scorci paesaggistici incredibili su tutto il fronte del ghiacciaio del Cevedale e del Gran Zebrù.
Ed eccomi arrivato ai piedi  della cascata e all'inizio di questo racconto. Si forma con le acque di scioglimento del ghiacciaio della Vedretta Alta, dando origine all'impetuoso Rio Plima. La luce gioca con l'acqua che precipita tumultuosa nel vuoto sottostante dando origine ad arcobaleni mutevoli ed effimeri. Veloce  nella mia mente, si materializza il pensiero di raccontare questo paesaggio ponendo la cascata e le sue acque, come soggetto principale delle immagini che realizzerò.
Dovrò dunque risalire il roccione e cercare di raggiungere il punto in cui il torrente prende velocità e si trasforma. Dopo le prime immagini realizzate dal basso, riprendo il sentiero che presto diventa impegnativo. Guadagnando velocemente quota e lasciato sulla destra il rifugio Martello, arrivo ad un anfiteatro morenico che si snoda proprio ai bordi del ghiacciaio. La morena qui è quasi rosata. Le rocce presentano colori indescrivibili e non sarà certo una foto a restituire la verità della tavolozza cromatica che si può invece osservare nella realtà.

Il torrente formato dalle acque di scioglimento, dopo l'iniziale irruenza sembra scorrere placidamente sulla piana. Poi, quasi all'improvviso, scompare, trascinato verso il basso dalla forza di gravità. Decido di realizzare delle immagini cercando di avere sullo sfondo il ghiacciaio. Procedo un pò a tentoni, tra i roccioni scuri, ben levigati, alcuni molto bagnati e scivolosi.  Osservando con attenzione il punto in cui le acque cominciano la loro discesa mi accorgo che il vento soffia talmente forte che in alcuni momenti sembra sposti la cascata di metri, formando delle bizzarre nuvole di vapore acqueo. Cercando di aspettare il  momento opportuno in cui avviene questo spettacolare fenomeno, mi siedo paziente su una roccia e con un zoom-tele aspetto la combinazione giusta di luce, vento e spruzzi. Lo sappiamo, alle volte l'immagine perfetta e previsualizzata fa fatica a concretizzarsi, così dopo circa un'ora di attesa e di pochissimi scatti interessanti, riprendo il cammino,  in discesa, portandomi proprio dove l'acqua termina la sua folle corsa.




Sono passate quasi 4 ore dalla mia prima immagine della cascata, quella in cui il sole giocava con i suoi spruzzi. Nonostante il tempo passato i giochi di luce sull'acqua precipite sono ancora interessanti, forse ancor più.
Sono gli ultiimi scatti della giornata e sul sentiero del ritorno, già ripenso a quando potrò pianificare un'altra uscita in questo ambiente grandioso che mi ha letteralmente stregato.




Sono costretto a casa per colpa di un grave infortunio. Stop di due mesi, i due successivi di riabilitazione e se non ci sono intoppi potrò finalmente tornare a lavorare sul campo. Il lavoro da smaltire in ufficio è davvero tanto; migliaia di immagini fatte per l'Altro Versante in estate, Catinaccio, Marmolada, Parco Nazionale dello Stelvio.
Un aspetto rende più sopportabile l'attesa: è un inverno anomalo, privo di precipitazioni importanti e quando si manifestano le temperature sono quasi sempre alte, con lo zero termico assestato ad altitudini impossibili.
L'intero arco alpino è un susseguirsi di pascoli color ocra, bruciati dal freddo e dalla mancanza di neve che durante questa stagione ha anche il prezioso compito di proteggerli.

Il conto alla rovescia per tornare alla "normalità" dura un'eternità, ma quei giorni mi concedono il tempo di ragionare, di pensare, in una sola parola il tempo, quello che  manca quasi sempre nella quotidianità ; sono giorni di riflessione e di riprogettazione su me stesso e sul mio lavoro, sulle persone che mi stanno vicino, sui pochi veri amici.
Il mio ritorno sul campo coincide con le prime intense nevicate che tardivamente si manifestano sulle Alpi. A febbraio ho programmato quattro giorni sul campo per la mia prima missione post-infortunio. La meta è il Parco Regionale delle Lessinia, nel Veneto. 
Gianluca, un caro amico veronese, resosi disponibile da tempo, sarà la mia preziosa guida.
La Lessinia è un un vasto altopiano che dominala romantica città di Verona e la pianura veneta, il cui territorio sconfina anche nel vicino Trentino.
Negli ultimi anni questa area naturale è balzata agli onori della cronaca per la storia d'amore tra un lupo maschio proveniente dalla Slovenia, chiamato Slavc  e Giulietta, femmina di lupo italico; secondo gli ultimi rilevamenti a cura della forestale del Parco, attualmente, da quell'incontro avvenuto ormai più di cinque anni fa, la popolazione sarebbe davvero vitale e addirittura frazionata in due distinti branchi.
Anche se non conosco assolutamente il territorio preparo con meticolosità questa nuova uscita: compro la cartina sul Parco, studio le zone di interesse e guardo l'iconografia presente su internet (Vedi l'immagine raccontata sulla Lessinia) e carico di aspettative mi metto in viaggio per Verona, distante da Bosco Chiesanuova, il capoluogo della Lessinia,  appena un' ora di auto.
Assieme a Gianluca facciamo un primo sopralluogo partendo dal versante orientale del Parco raggiungibile in auto fino a Passo Fittanze e poi verso il cuore dell'area protetta, sopra Bosco Chiesanuova visitando il rifugio Bocca di Selva e successivamente Conca Parpari e la foresta di Giazza.
La giornata non è delle migliori: nelle valli sottostanti il tempo è molto umido, mentre in quota aleggia una densa nebbia e tira un vento fortissimo.  Arrivati al Rifugio Bocca di Selva inizia debolmente a nevicare. Il rifugio è notissimo tra i fotografi naturalisti perchè negli ultimi anni, durante gli inverni più freddi e nevosi, come molte volte succede in Natura in modo inspiegabile, assieme ai numerosi fringuelli alpini svernano alcuni esemplari di Zigolo delle nevi, un minuto passeriforme che si riproduce tra la Scandinavia e la Groenlandia e che in Italia si può osservare solo qui. E' martedì e non ci sono tracce degli appassionati birdwatchers e fotografi che a frotte si accalcano per osservare con emozione e ritrarre questi rari uccelli. Sceso dall'auto le folate di vento che spazzano l'altopiano sono talmente forti che, complice la mia forzata inattività, quasi faccio fatica a camminare.


Mi guardo attorno ma vedo solo una coppia di fringuelli alpini che volano faticosamente contro vento.
A pranzo, davanti a dei gustosissimi gnocchi locali (fatti semplicemente con latte e farina e conditi con la ricotta affumicata), il gestore ci spiega che l'assenza di freddo e soprattutto della neve ha tenuto lontani i volatili e rispetto gli anni passati i fringuelli sono pochi e addirittura un solo zigolo delle nevi e quindi anche se mi fermerò per altri tre giorni, l'osservazione dell'unico esemplare diventa complicata.
Salendo verso San Giorgio e poi verso Conca Parpari la nevicata diventa intensa e, complice l'ora molto tarda, la visibilità è davvero scarsa: ultimi scatti sulla Foresta di Giazza sotto la neve e rientriamo.
Le previsioni parlano chiaro: per i successivi due giorni nevicherà in modo piuttosto intenso e poi il venerdì dovrebbe prevalere l'alta pressione con una giornata tutta all'insegna del cielo terso e del bel tempo.

Neve e ancora neve e lo sguardo che quando non guarda in macchina, cerca incessantemente e con poche consapevoli speranze la vita animale, so che è praticamente impossibile vederli ma nella testa l'idea ronza incessantemente e non posso farne a meno.

Tutti i dubbi che avevo alla vigilia in quei due giorni si dissolvono: dopo tanto tempo passato a casa, avevo paura di non riuscire a "vedere", le sfumature, le composizioni, di non riuscire ad interpretare la luce, ma sul campo tutte queste perplessità hanno lasciato spazio alla naturalezza dei movimenti e alla gioia di fare un lavoro così bello e appagante.
In questi due giorni tante riprese di particolari, sulla neve, altro non si riesce a fare, la nebbia avvolge l'altopiano e non svela il suo paesaggio.
Quando la nevicata e la nebbia si fanno così intense da non poter far altro, torniamo al Rifugio Bocca di Selva e speriamo di poter osservare l'unico zigolo svernante. Nell'attesa qualche suggestivo scatto ad uno stormo di fringuelli.


Sostano spesso sul tetto del rifugio e saltuariamente fanno qualche comparsata in volo sui cumuli di neve sottostanti dove possono trovare qualche briciola lasciata dai diversi visitatori.


Nel primo pomeriggio, così come le previsioni avevano azzardato, qualche squarcio nel cielo e finalmente riesco ad intravedere le linee di questo paesaggio, non ci speravo più!

Le famose vallette dell'altopiano cominciano a prendere forma, così come in lontananza riesco finalmente ad intravedere i pendii ammantati di neve del Monte Tomba e gli inconfondibili profili delle diverse casere e malghe che tanto caratterizzano il paesaggio della Lessinia. Indossiamo velocemente le ciaspe e senza esitazione ci incamminiamo lungo il sentiero che porta verso il Rifugio Prima Neve.
La variabilità del tempo concede suggestivi scorci su tutto l'altopiano: la nebbia danza tra le valli e a momenti ricopre tutto per poi alzarsi e formare delle splendide nuvole nere.
Il cavalletto si apre e chiude ogni due metri e ormai capiamo che pur essendo molto vicino non arriveremo mai al rifugio: troppe sono le situazioni interessanti da riprendere, troppa la voglia di fare qualche immagine degna del nostro progetto.




Quando ormai mi ero ripromesso di tornare per cercare di riuscire a vederlo, eccolo lì davanti alla macchina, nel parcheggio del rifugio.
Sono un pò agitato e so che non farò una grande immagine, ma mi piacerebbe ritrarlo soprattutto per me stesso, un segno che le cose dopo un periodo sfortunato possono tornare a girare nel verso giusto.
Rimane fermo immobile giusto il tempo di aprire lo zaino fotografico e cambiare l'obiettivo, lo ambiento, come spesso mi piace fare con gli animali e... click: porterò sempre con me l'emozione di quel momento.
L'ultimo giorno è spettacolare dal punto di vista atmosferico. Dopo le intense nevicate dei giorni precedenti l'alta pressione ha spazzato nebbie e umidità e finalmente abbiamo la possibilità di vedere la catena che imponente domina questo suggestivo altopiano, il gruppo del Carega, noto anche come "Piccole Dolomiti".
Ci svegliamo prestissimo e già verso le 5.30 i nostri passi fanno scricchiolare  la neve, resa gelata dalle bassissime temperature della notte.
Presi dall'emozione, sbagliamo il sentiero che porta al Rifugio Prima Neve per ritrovarci dopo circa una mezz'ora buona di cammino in mezzo al niente e in ritardo rispetto al punto di ripresa che avevamo studiato per l'alba.

Maledico la mia imperizia e frettolosamente impongo a Gianluca un passo da militare per tornare al punto di partenza e prendere la giusta direzione. Il sole ci sorprende lungo la faticosa salita ma siamo già in una posizione molto panoramica e ne sono soddisfatto: davanti a noi una moltitudine di vallate e pendii resi tridimensionali dalla prima luce e finalmente, dominante, il profilo del gruppo delle Piccole Dolomiti. Quando si fotografa il tempo passa veloce e una volta arrivati al rifugio Prima Neve ci concediamo un attimo di relax. Dal rifugio la vista è a dir poco fantastica: verso il Trentino, a Nord, l'imponente muraglia dolomitica del Brenta, a est il Gruppo del Carega, a sud gli inconfondibili profili dei Colli Euganei mentre a ovest lo spettacolo del mare dolce, il Lago di Garda.


Tutt'attorno al rifugio una distesa infinita di neve: un comprensorio sciistico davvero impressionante, con piste da fondo spettacolari e davvero ben tracciate, tanto che come appassionato di questa disciplina, mi riprometto di tornare al più presto per godermi questo spettacolo, anche dal punto di vista sportivo.
Aspettiamo un tramonto che non verrà, ma scendendo, un raggio di luce si fa strada tra le nuvole nere che ricoprono quasi interamente il cielo. 
Ancora mi sorprendo dell'imprevedibilità delle condizioni meteo e aperto per l'ultima volta il cavalletto, con stupore da bambino riprendo le acque scintillanti e dorate del lago più vasto d'Italia.


Finisco questo lungo racconto ringraziando di cuore Gianluca Benini e la sua famiglia, per la disponibilità e l'amicizia dimostrata: a casa loro, neanche per un istante, mi sono sentito un ospite.






Quando sono partito per questa missione pensavo di poter fare a meno di fotografare i casolari e le centinaia di stalle e malghe che avevo visto nelle immagini trovate in rete, segno intangibile della preziosa secolare attività dell'uomo e caratterizzanti questo territori;  dopo le prime due giornate sul campo con intense nevicate e quasi sempre circondati dalle nuvole e da un forte vento, alla sera, riguardando le immagini, mi sono accorto che anche non volendole far comparire, cercando quasi sempre di escluderle dalle mie immagini, in tante di esse, questi casolari comparivano, quasi mi volessero parlare di qualcosa di importante, quasi a dire, siamo qui da centinaia di anni!


Riflettendoci sopra sono arrivato alla conclusione che questo luogo non può essere raccontato senza le costruzioni che lo contraddistinguono, sono talmente una parte integrante del paesaggio che non documentarli finirebbe per stravolgere un qualsiasi racconto per immagini.

E se anche il lupo, tornato qui da pochi anni e presente ora con due branchi vitali, ci passa tranquillamente accanto ogni giorno e alle volte trova riparo dalle burrasche di neve che spesso si abbattono su queste valli e montagne, davvero dovremmo fare un'attenta considerazione sul significato di "paesaggio naturale".

La Marmolada e il suo ghiacciaio  - Luglio 2015

"....Quest'anno la Marmolada è più debole del solito......vedete quelle enormi placche che spiccano, di ghiaccio vivo, quasi azzurro? non si dovrebbero vedere, la neve dovrebbe ammantarle anche in questa stagione..."

Accompagnato da queste parole e dal vento che soffia forte dalla vallata sottostante alla catena del Padon, volgo le spalle al gestore del Rifugio Viel del Pan e cerco di trovare qualche composizione interessante dell'imponente massiccio che ho dinanzi.
Il rifugio è un meraviglioso balcone panoramico sul ghiacciaio e si raggiunge in poco tempo e dislivello dal Passo Pordoi. Sono assieme a Maurizio Biancarelli e al fotografo trentino Daniele Lira che ci ha accompagnato in quasi tutte le missioni realizzate in Trentino.
Un giorno sostanzialmente di riposo, questo al rifugio, reduci da lunghi e faticosi trekking nel vicino gruppo del Catinaccio. Giornate più impegnative ci aspetteranno.
Questi momenti di contemplazione e riflessione sono impagabili: ci avvicinano alla Natura e alle forze che la dominano in modo lento, dandoci il tempo di pensare, ammirare, preoccuparci.
I ghiacciai stanno soffrendo, sono vistosamente ammalati, alcuni stanno scomparendo proprio sotto i nostri occhi. Come quello vicino della Fradusta, nel Gruppo delle Pale di San Martino. I glaciologi parlano sommessamente della sua ultima estate.
Non solo animali, ma anche ghiacciai, in estinzione. Purtroppo non sarà l'ultimo. Il temuto innalzamento del clima dovuto all'irresponsabile comportamento umano sta proprio causando questi devastanti effetti e poco importa ci siano gli ottimisti a dichiarare che le fasi di recessione dei ghiacci da sempre si ripetono e che presto ci sarà un'altra piccola era glaciale.
Nonostante le convinzioni opposte e discordanti, pessimiste e no, i dubbi rimangono.
Come fotografi, come semplici osservatori della Natura, non ci rimane altro che documentare, testimoniare ciò che fu e che forse in futuro, non riusciremo più a contemplare.
Nuvole cangianti nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi
Fioriture copiose nella nebbia della Busa delle Vette
Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.
Quanto tempo desideravo conoscerle.
Meglio.
Perchè Belluno e le sue montagne sono vicine. Perchè alcuni di questi luoghi li ho già frequentati in passato e mi avevano affascinato. Perchè nelle mie assidue frequentazioni nelle Dolomiti Friulane le avevo spesso vicine, separate alle volte da una profonda vallata. Altre, da una linea di creste a cui difficilmente sapevo dare il nome. Neanche quando, disponendo di ore davanti a me, in attesa di un tramonto estivo, mi sforzavo di interpretare una cartina che il più delle volte non mi era amica e difficilmente me ne svelava il nome.
Perchè le Bellunesi hanno da sempre il fascino di specie vegetali leggendarie. Un amante della flora dei ghiaioni non può non avere il desiderio di vedere almeno una volta nella vita il minuto, endemico e misterioso Alisso dell'Obir. Perchè le Dolomiti Bellunesi, sono anche molto lontane. Richiedono quasi sempre trekking importanti e faticosi. Ma alla luce della missione che ho vissuto per L'Altro Versante, credetemi, i perchè elencati diventano davvero esigui rispetto alla realtà e ripagano ampiamente gli sforzi fatti per superare i decisi dislivelli.
Fioriture di Anemone narcissiflora nella Busa delle Vette
Per questa nuova missione, il raro endemismo guida deciso la mia pianificazione. Non ci sono dubbi o esitazioni. Finalmente lo conoscerò.
Sono sicuro, sarà un incontro intenso e appagante.
L'Alisso fiorisce normalmente agli inizi di luglio. Purtroppo in quegli stessi giorni dovremo essere sulla catena del Lagorai. Ci tocca quindi anticipare la missione sperando che il gran caldo abbia riscaldato i ghiaioni in cui cresce e favorito una precoce fioritura. Le notizie che arrivano direttamente dal Parco, sono confortanti e confermano le nostre speranze.
Rifugio Dal Piaz
L'appuntamento è a Passo Croce d'Aune con alcune guardie del Parco e i gestori del Rifugio Dal Piaz, Mirco e Erika. L'immediata sintonia è quella che si forma tra persone che amano la montagna e la vivono "sul campo". La vegetazione in questo periodo è straripante. Geranei selvatici, anemoni narciso, diverse specie di orchidee, gigli bianchi di San Antonio e arancione di San Giovanni, una vera e propria tavolozza di colore che vivacizza il velo di nebbia posato sulle montagne circostanti. Lungo il tragitto che ci porta al rifugio, Mirco e Erika ci raccontano della loro coraggiosa decisione di lasciare i loro rispettivi sicuri lavori da dipendenti e prendere in gestione il rifugio. Di come l'importante dislivello limiti l'afflusso alla struttura, soprattutto fuori stagione. Di come il clima sia così difficile da queste parti, con nebbie quasi onnipresenti a limitare lo sguardo che altrimenti spazierebbe importante dall'Altopiano di Asiago alle Pale di San Martino, dal Lagorai alle Dolomiti Friulane e ancora fino alla laguna di Venezia.
Grande ammirazione per tutte quelle persone che, come loro, decidono,  tra mille difficoltà e ahimè burocrazia "all'italiana" di essere liberi e realizzare il loro sogno.
Arrivati al rifugio, rapidi, sistemiamo gli zaini e a tavola pianifichiamo le tre giornate che abbiamo davanti. Mirco, vista la scarsità di ospiti presenti e la quasi certezza che nel pomeriggio di un giorno infrasettimanale non ne giungeranno altri, si offre di portarci a scoprire, nebbia permettendo, alcuni angoli nascosti delle cime che circondano la Busa delle Vette, in particolare l'anfiteatro ghiaioso di Cima 12.
Alisso dell'Obir
Partendo dal rifugio in pochi metri si guadagna il Passo delle Vette Grandi (1.994 mt): da qui lo sguardo spazia sull'anfiteatro della Busa delle Vette, testimone antico di un importante ghiacciaio. Predomina il verde punteggiato dal giallo dei botton d'oro e dal bianco dell'Anemone narcissiflora. Quando la nebbia che s'insinua dalla Val Belluna permette di intravedere, sembra che il bianco dei ghiaioni sia discontinuo, macchiato ovunque da una miriade di occhietti gialli.
E' lui! lo percepisco al volo e ne ho la conferma immediata avvicinandomi.
Il nome Obir deriva dal tedesco Hoch Obir, una nota cima delle Alpi Karawanken in cui questa piccola piantina ha il suo areale principale, ovviamente assieme alle Prealpi bellunesi e a poche modeste aree delle Alpi Giulie, in Friuli. La nebbia impedisce di realizzare degli scatti ambientati così mi limito a realizzare delle immagini ravvicinate sperando di poter rimediare nei giorni successivi.
Sono ovviamente emozionato e i miei compagni rispettano tutto il tempo che mi prendo per fotografarle e osservarle finalmente dal vivo.
Nel frattempo la nebbia scende intensa nella Busa. Ricopre dolcemente ma decisamente dapprima il fondo dell'anfiteatro per poi alzarsi e privarci della suggestione delle montagne che ci circondano.

Formazioni rocciose immerse nella nebbia
Cima 12 (prima)
Mirco ci guida sicuro dapprima attraverso sentieri ben segnati, poi, abbandonandoli, per tracce su ghiaioni ripidi.
Nel silenzio ovattato incrinato solo dal rumore dei nostri passi sulle scaglie di pietra del ghiaione che stiamo percorrendo, all'improvviso un fischio sibilato.
Ci fermiamo, e a pochi passi da noi si staglia la forma scura e inconfondibile di un camoscio.
Poi l'ombra svanisce verso l'alto e viene rapidamente inghiottita dalla nebbia.
Rimane solo il silenzio e la speranza che raggiunta la cima riusciamo a oltrepassare questa cortina fumosa.
Cima 12 (dopo)
Il cielo sopra di noi sembra maggiormente azzurro. Forse è solo un'illusione. Forse no.
Dapprima si alza una leggera brezza, poi alcuni squarci azzurri nel cielo e finalmente qualche raggio di sole s'insinua e illumina i ghiaioni e le creste di Cima 12.
Non sono cime vistose ed eleganti. Ma sono suggestive soprattutto quando, abbandonata la cima, Mirco ci conduce verso delle formazioni rocciose particolari, lastre di montagna appoggiate una sopra l'altra, quasi fossero dei libri. La memoria scorre veloce verso altri luoghi che me le ricordano intensamente, altre emozioni vissute in alta quota. Ai libri di San Daniele sopra Casso nelle Dolomiti Friulane e al "giardino roccioso" del M.te San Fior, nell'altopiano di Asiago.
Sono le nove di sera e la luce diretta del sole è svanita ormai da tempo.
Le nuvole sono però leggermente tinte di un rosa pallido e la nebbia, mai del tutto sparita, rende suggestivo questo paesaggio, fatto di rocce spezzate e apparente disordine.

Nei pressi di Cima 12
Poi, in breve, dopo appena pochi scatti l'atmosfera svanisce e rimangono solo silenzio e nebbia.
Il giorno successivo ci alziamo presto, verso le 3.30.
Usciti dal rifugio, rivolgiamo lo sguardo verso il cielo e le vette circostanti e abbiamo subito forte la sensazione che sarà una giornata lunga e faticosa, ma intensa e appagante.

Alba sul Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi














La nostra missione è fotografare luoghi poco conosciuti per valorizzarli. Fotografare luoghi celeberrimi, invece, perché? Noi de L'Altro Versante ci siamo chiesti più volte se per il nostro progetto avesse un senso fotografare nuovamente luoghi considerati come "icone" della montagna italiana. Ogni qual volta ne abbiamo discusso, immancabilmente il nome delle Tre Cime di Lavaredo veniva preso ad esempio. Alla fine ci siamo convinti che anche queste celebrità andassero in qualche modo riscoperte, ma come? Sotto una luce nuova? Cercando inquadrature particolari? In condizioni meteorologiche diverse?

Conosco la zona delle Tre Cime da tanto, tantissimo tempo. Ancora prima di essere un fotografo, infatti, la frequentavo come semplice appassionato di natura e trekker. Quante salite, quante notti passate nei diversi rifugi della zona: dal Comici al Carducci, dal Pian di Cengia al più conosciuto Locatelli! Poi, sono arrivate le prime immagini. Le Tre Cime illuminate al tramonto, un immancabile classico della fotografia di paesaggio. Sembra quasi che quei tre "fratelloni" di dolomia siano emersi in una posizione geografica e con un'inclinazione tali da essere baciati perfettamente dagli ultimi raggi del sole. Per curiosità, sono tornato a sfogliare i plasticoni dove sono archiviate le mie vecchie diapositive e ho contato almeno 200 immagini, che raccontano dei tramonti infuocati e delle cime perfettamente illuminate, contornate da nuvolette rosa, che ho potuto ammirare negli anni.
Torno sempre volentieri da queste parti, possibilmente fuori stagione. Maggio e giugno sono mesi bellissimi per visitarle: sui ghiaioni ci sono ancora i segni bianchi dell'inverno.
Fotografare questo affascinante luogo in modo diverso è però molto difficile. l primi due tentativi, infatti, sono falliti. Luce perfetta il primo giorno: immagini tuttavia uguali a quelle che compaiono nei magneti da frigorifero che si vedono giù, al Lago di Misurina. Il secondo tentativo è stato durante una giornata che promette bene, ovvero una di quelle in cui la variabilità del tempo lascia auspicare luci inattese. Ho atteso la fine di un temporale, con fulmini a ripetizione sul Lago di Misurina. Poi mi sono incamminato verso il Sasso di Sesto e ancora oltre, in una zona caratterizzata dai resti della Grande Guerra. Aspetto, aspetto, ancora e ancora, finché il cielo così promettente si è tinto di un grigio senza speranza.

La terza volta, invece, sono tornato in compagnia di un caro amico, la giornata era veramente splendida. Poi, come succede tantissime volte in montagna, all'improvviso densi nuvoloni neri si sono affacciati all'orizzonte. Provenivano dalla Val Pusteria, da Dobbiaco. Abbiamo deciso comunque di proseguire verso il punto di ripresa concordato. Nel cielo le nuvole correvano velocissime. Si alternavano quelle cariche di pioggia, di un plumbeo intenso, a quelle dall'aspetto più innocuo, bianche e cremose. Anche la luce sembrava impazzire: raggi di sole si insinuavano tra le nubi per colorare la dolomia. Non sapevamo più dove guardare né cosa inquadrare. La situazione era davvero interessante, ma i lampi dei fulmini, attorno a noi e le prime gocce di pioggia ci preoccupavano non poco. Il cielo ha cominciato a tingersi di giallo con venature magenta. Cercavamo di proteggere l'attrezzatura dalle raffiche di pioggia portate dal vento. Poi, tutto a un tratto, il cielo vivido di luce, si è spento. Il temporale si è spostato verso i Cadini di Misurina.

Forse nemmeno questa è ancora l'immagine che ho in mente per celebrare queste magnifiche montagne. Ci tornerò sicuramente per realizzarla, anche se forse, la foto perfetta non arriverà mai. Perché anche le montagne più famose d'Italia indossano ogni giorno una veste nuova e unica, che invita a riscoprirle ancora una volta.










Altre storie erano pronte per essere svelate. Ma questa che vi sto raccontando porta con sè i primi tepori della bella stagione, albe bagnate di rugiada, intensi profumi primaverili.
E non parlo a caso di profumo.
Assieme al caro amico e collega Bruno (D'Amicis) visiteremo durante il mese di giugno, il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Un territorio montuoso straordinariamente ricco di biodiversità. Davvero impegnativo e difficile però. Pochi gli accessi, tanti i metri di dislivello da percorrere per arrivare nei posti interessanti da riprendere.
Mi sarebbe piaciuto "introdurre" questo fantastico Parco, riprendendo le montagne da lontano. Un modo di raccontare a cui spesso ricorro. Con la cartina alla mano cerco i luoghi più interessanti da cui potenzialmente poterle riprendere.
Conosco molto bene un fantastico balcone panoramico da cui le Bellunesi si mostrano in tutta la loro grandiosità: dal Monte Borgà o ancora più in là, dagli strani e suggestivi Libri di San Daniele, nel cuore delle "mie" Dolomiti Friulane. Andare lassù, in questi giorni, in questa stagione non è proprio il massimo. Non ci sono punti di appoggio e il dislivello da affrontare è davvero esageratamente impegnativo per il mio stato di attuale di forma e per gli impegni futuri che dovrò affrontare per l'Altro Versante durante questa lunga estate. La mia ricerca alla fine approda nel paesino bellunese di Lentiai, pochi chilometri da Belluno. Da tempo avevo in mente di recarmi, proprio in questa stagione, nei pascoli sommitali, poco sopra il borgo, in località Pian di Coltura.
Qui a metà maggio si può assistere ad una delle più intense fioriture di narcisi osservabile in Italia.
Un'occasione ghiotta per far scoprire un posto non molto conosciuto e allo stesso tempo avere come sfondo le selvagge Dolomiti Bellunesi.
Parto da casa molto presto e in circa un'ora e mezza sono, come previsto, sul posto.
E' un'alba incerta, sembra che il sole non abbia voglia di svegliarsi. Profili e vallate ingabbiati in una nebbiolina azzurra, le vette nascoste da nuvole cariche di pioggia. Faccio fatica a vedere dove sono i narcisi, anzi, mi viene qualche dubbio che proprio ci siano. Poi, poco prima di parcheggiare la macchina, con la poca luce presente, li vedo biancheggiare in mezzo all'erba. Non mi sembra ce ne siano poi così tanti. Mi incammino lungo la stretta rotabile che taglia la dorsale di questo bucolico altopiano. Una curva e punto deciso verso dei prati in cui la fioritura sembra essere più consistente. All'istante capisco perchè non mi trovo davanti quel paesaggio che avevo immaginato. Le piogge insistenti dei giorni scorsi e le temperature piuttosto miti hanno fatto crescere in modo esagerato l'erba e quindi i narcisi sono nel pieno della loro fioritura ma l'abbondante verde presente smorza l'effetto "wow" del loro apparire.


Oggi sono un pò come il sole. Spesso risento della condizione di luce presente quando fotografo. Mi sforzo di guardare, di trovare uno spunto valido, mi sembra tutto così banale. Ricorro per ultimo ai trucchi del mestiere, al bagaglio di esperienza che porto con me.  Il sole timidamente compare all'orizzonte. Letteralmente mi tuffo nell'erba bagnata e cerco di sfruttare quei pochi momenti che so di avere a disposizione. All'altezza dei narcisi è ancora più difficile: ciuffi d'erba toccano la lente dell'obiettivo, alcuni fiori sono già appassiti, bisogna trovare insomma un'inesistente ordine compositivo nella realtà di un caos così evidente. Un processo mentale difficile da acquisire.
A tal proposito c'è un istruttivo e confortante libro scritto da un grande della fotografia naturalistica degli anni '90, Jan Töve, Beyond Order, che vi consiglio caldamente di leggere (solo in inglese).
Le immagini fatte fin'ora sono piuttosto intime, fanno vedere i narcisi da vicino. Sfugge l'ampiezza del paesaggio. Il sole è già piuttosto alto ma decido che il resto della giornata la dedicherò a questo tipo di composizioni, più aperte.
Il tempo passa veloce. Verso le dieci faccio un ultimo scatto. Una composizione di 3 immagini orizzontali che poi unirò in post-produzione per far solo intuire la bellezza del paesaggio che ho davanti.
Ripongo l'attrezzatura nello zaino e mentalmente mi riprometto di tornare nella primavera prossima, magari un pò di giorni prima, sperando in un paesaggio totalmente bianco di.... profumati narcisi.