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Le acque dell'Alcantara scorrono veloci tra le colonne basaltiche delle omonime Gole

Ha piovuto molto nei mesi scorsi e durante tutto l’anno passato, mi spiega Natale Giamboi, l’area a monte è di natura argillosa e due affluenti importanti convogliano limo in continuazione nelle acque dell’Alcantara. Ecco perché nelle Gole il fiume è color nocciola; e non c’è molta speranza di vederlo cambiare almeno sino alla fine di maggio. Siamo nella prima decade di aprile e quindi capisco che bisogna per forza trovare un’alternativa. 
Ma Natale, guida escursionista esperta dei luoghi non si tira indietro e mi dice che, provando a monte, le possibilità di trovare acque limpide, canyons  e rocce spettacolari non mancano di certo. E’ anche una buona occasione per evitare luoghi arcinoti, già presi d’assalto da un certo numero di turisti, anche se il grosso delle visite arriverà puntuale con la calura estiva.
Di buon mattino ci rechiamo quindi in esplorazione e, attraversando le rive ammantate di una intricata boscaglia di verdi ferule e bianchi asfodeli fioriti, giungiamo in prossimità del fiume. 
Natale aveva ragione, il luogo è assolutamente da fotografare ma cercare il giusto sentiero tra la fitta vegetazione è stata impresa non facile, il tempo è passato veloce e la luce migliore se ne è già andata. Non importa, stasera dormirò col camper qua vicino e domattina, all’ora giusta, sarò nel punto prescelto per le riprese.
L’aiuto di di Natale e di Diego Leonardi, che purtroppo ha avuto un incidente alla gamba e mi ha potuto seguire solo a distanza col telefono, si rivelano preziosi. Non avrei potuto trovare così facilmente dei luoghi suggestivi e poco noti del fiume. Approfitto volentieri della loro proverbiale disponibilità, che  arricchisce dal punto di vista umano questa mia missione siciliana, e rende il lavoro per L’Altroversante un’esperienza a tutto tondo. Mi fanno domande sul mio lavoro e sul progetto, mi danno suggerimenti e raccontano storie. Apprezzo il calore della comunicazione diretta in tempi di relazioni virtuali.
La mattina dopo mi sento sicuro di ritrovare il sentiero verso il fiume, ma la mia sicurezza vacilla quando comincio ad addentrarmi nella giungla verde di alte ferule e asfodeli che impedisce da ogni lato la vista. Sbaglio subito, al primo colpo. 
Non demordo e, dopo alcuni tentativi, vinco la resistenza della vegetazione e giungo in un bel punto del fiume. Bello, ma non è lo stesso che avevo visitato con Natale. E’ comunque un altro posto che vale senz’altro la pena di fotografare e non indugio oltre, la luce calda dell’alba sta arrivando.





Dopo alcuni giorni di fotografie a rocce ed acqua mi sento soddisfatto e ho voglia di provare qualche altro soggetto. 
Approfitto di un suggerimento di Natale che mi ha indicato la riserva naturale del Bosco di Malabotta. E’ a circa un’ora di strada, la curiosità è molta e decido di andare a perlustrare la zona. 
Nel bosco mi accolgono cerri e faggi ancora spogli, siamo oltre i mille metri e la primavera è stata finora piuttosto fredda. Provo col sentiero dei patriarchi e li trovo dopo qualche chilometro: cerri dai tronchi massicci rivestiti di muschi dominano, tra altri alberi che non reggono il confronto, la sommità di un colle posto difronte alla mole innevata dell’Etna. 
Mi piacciono subito ma la luce non è giusta, fantastico di fotografarli dopo la pioggia, magari con un velo di nebbia, ma ora è tutto molto diverso e qualche tentativo poco convinto fa comparire nel monitor della macchina fotografica immagini deludenti.  
Prima di tornare indietro, alcune grandi rocce in cima ad un colle colpiscono la mia attenzione. Sono a poca distanza dalla strada principale: una stradina sterrata si inerpica verso le strane forme rocciose e salendo scopro, con mia sorpesa, uno dei luoghi più affascinanti che mi sia capitato di incontrare: Le Rocche di Argimusco. 

I Megaliti di Argimusco al tramonto
A cavallo tra Nebrodi e Peloritani questo sito è un luogo ancestrale, costellato di megaliti dalle forme antropomorfe e zoomorfe. Sono blocchi di arenaria di varia grandezza, qualcuno superiore ai dieci metri d’altezza, scolpiti dall’azione erosiva degli elementi naturali.   
Si sa che, fin dall’antichità, Argimusco è stato visitato e utilizzato dall’uomo per riti sacrali, sepolture ed osservazioni astronomiche. 
Il panorama è a 360 gradi: verso sud l’Etna, ad est colline, a nord le isole Eolie, ad ovest il degradare delle montagne verso Palermo. La luce bassa dell’alba e del tramonto colpisce le rocce, le cui sagome in controluce mettono in risalto profili misteriosi come quello dell’Aquila, o della Fanciulla orante, del Serpente, del Sacerdote, del Mammuth. 

"L'aquila" e, sullo sfondo a destra, Rocca Novara all'alba



Misteriosi profili al tramonto, Argimusco
Ammaliato, ho passato quassù alcune notti, cullato dal gracidio notturno delle raganelle, approfittando della luce di albe, tramonti e crepuscoli per scoprire e fotografare una ad una le inquietanti figure che da millenni troneggiano in cima al colle.
Qualcuno ha definito l’Argimusco la Stonehenge di Sicilia. Di sicuro l’aura di misteriosa sacralità che vi aleggia non lascia indifferenti, ci collega al passato lontano, ma lascia anche aperti dubbi e interrogativi sul futuro prossimo. 
Riusciremo a trovare la giusta armonia tra le esigenze delle nostre energivore società e quelle  di salvaguardia del mondo naturale, delle sue risorse, del suo equilibrio generale? 
I profili  dei rilievi che circondano Argimusco, costellati di pale eoliche, sono prova evidente di quanto questo dilemma non sia di facile soluzione. 
E il tempo stringe.


Camminando lungo le rive del fiume ha attratto la mia attenzione una sporgenza della roccia con una piccola cavità tondeggiante, una “marmitta” piena di ciottoli e completamente allagata dalle piogge recenti. 
Ho subito pensato ad un bel primo piano da sfruttare per un ritratto del corso d’acqua.
Mi sono avvicinato con un grandangolo alla piccola pozza, che nel mirino risultava in bella evidenza sullo sfondo del fiume e ho chiuso il diaframma a f/16 per ottenere adeguata profondità di campo dal primo piano alla cascatella più lontana.
Ho usato un filtro degradante neutro per ridurre il contrasto tra le rocce illuminate e quelle in ombra insieme ad un filtro neutro da 6 stop per allungare  i tempi di scatto ed avere il flusso dell’acqua completamente mosso e al polarizzatore che ha eliminato la maggior parte dei riflessi dalla superficie della polla.
I nostri occhi e la macchina fotografica vedono il mondo in maniera diversa. I filtri sono utili per eliminare o ridurre queste differenze e far sì che l’immagine finale sia perfettamente aderente alla visione del fotografo. 
Nel mio caso intendevo evidenziare la luce calda e radente del primo mattino e il piacevole contrasto tra il mosso dell’acqua e le forme nette, solide della roccia.
Materia liquida, senza forma propria, soffusa l'acqua, ma in grado di incidere anche la pietra più dura. È solo questione di tempo.




























La luce dell'alba filtra tra grandi nuvole, Cavagrande del Cassibile
Una regione non puoi certo giudicarla dopo venti giorni scarsi di permanenza. Ma un’impressione la ricevi comunque. Mi ha colpito la generosità, delle persone e della terra. 
Una terra senza compromessi, dove il bello e il negativo di un Paese straripante di bellezza, ma afflitto da mali endemici insoluti da decenni sembrano concentrarsi. 
Rifiuti troppo spesso abbandonati, case che aspettano chissà da quanto di essere completate accanto a una natura prorompente, a colori squillanti, alla campagna verde e quieta, a profumi intensi. Origano, acetosella, rosmarino, salvia e tante altre piante aromatiche assorbono tutta l’energia del sole per restituirla sotto forma di fragranze che stordiscono. Al ritorno da ogni escursione gli scarponi si riempiono dello “sciauro” di tutto quello che hanno sfiorato o calpestato.

Alba su Cavagrande del Cassibile
Mi ha sorpreso la varietà dei paesaggi visitati: la prima tappa è stata Cavagrande del Cassibile, il canyon più profondo degli altipiani iblei, scavato dal flusso abbondante e limpido del fiume omonimo, un connubio di natura e testimonianze storiche scolpite nella imponente roccia calcarea della spettacolare Grotta dei Briganti, abitata da antiche popolazioni preistoriche e poi, in tempi non troppo lontani, dai briganti.
Ben visibile da lontano non è facilmente accessibile, nascosta com’è da sentieri scoscesi avvolti da una vegetazione legnosa, tenace, fornita di spine acute pronte a ghermire e strappare qualunque cosa passi nelle vicinanze. 


Con Gianluca nella Grotta dei briganti
Piuttosto impegnativo e difficile da raggiungere è anche il Fosso Calcagno, una serie di limpide pozze e marmitte, più attraenti dei ben noti “laghetti”, meta estiva di numerosi turisti in cerca di refrigerio dal caldo delle spiagge.
Cavagrande è un canyon profondo e il dislivello non è irrilevante quando devi portare uno zaino zeppo di attrezzatura, lo sa bene la mia caviglia che è ancora gonfia per uno stiramento dei tendini. 
La disponibilità di Gianluca, Fabio e Salvo è stata fondamentale per potermi muovere in questo ambiente, e raggiungere a colpo sicuro i diversi punti panoramici. Insieme hanno costituito l’associazione Cavagrande del Cassibile (www.cavagrandedelcassibile.it), volta alla salvaguardia e alla giusta promozione di questo angolo di natura siciliana; nel loro sito è possibile avere informazioni e prenotare escursioni guidate.

Giochi della corrente sul fiume Cassibile
Nel giugno del 2014 un incendio aveva distrutto un’area vasta e il paesaggio, mi raccontava Gianluca, era deprimente. A distanza di quasi un anno la natura ha curato le ferite e il verde ricopre di nuovo i pendii, anche se i segni dello scempio sono ancora visibili.
Ho passato una settimana dormendo col camper nella quiete solenne delle notti del Cassibile, interrotta solo dal sibilo del vento, scegliendo di volta in volta diversi punti strategici, muovendomi spesso su sentieri appena segnati dal passaggio delle capre, pieni di ciottoli. Ogni volta, dal fondo saliva il rumore attutito delle acque veloci del fiume, smeraldo puro incastonato nella roccia. 
Verso nord gli altipiani verdi, densi di vegetazione e, sullo sfondo lontano, la mole imponente del grande vulcano, ancora ammantato di neve. Ogni tanto, tra le nuvole, appariva l’ampio cono troneggiante dell'Etna, elemento distintivo del paesaggio di una ampia porzione dell’isola.

Luce temporalesca su Cavagrande
L’aquila del Bonelli era di casa qui e nidificava su pareti inaccessibili, ora è purtroppo estinta sin dagli anni ottanta del secolo scorso. Uccisione diretta per ottenere esemplari da imbalsamare (!) e disturbo durante la riproduzione sono state le cause principali.
Il falco pellegrino è nidificante, mentre incerta, anche se probabile, è la presenza del lanario. Il bellissimo colubro leopardino, pur raro, frequenta i pendii sassosi più appartati.
Tra le piante, da menzionare la presenza del platano nella fascia ripariale e quella di una interessante, rara felce a distribuzione tropicale e subtropicale, la Pteris vittata, oltre ad un buon numero di specie di orchidee e alla palma nana, endemica del Mediterraneo.

Gheppio in fase di atterraggio sulla falesia