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Da sempre mi considero un sognatore.
Sogno a occhi aperti anche durante il giorno.
Tante volte queste visioni riguardano i soggetti che mi piacerebbe tanto fotografare, luci emozionanti, situazioni inusuali di comportamento animale, condizioni di tempo particolari.
Sogni che difficilmente e raramente realizzo concretamente.
L'immagine che vedete invece è uno di quei sogni che si avvera.
Una situazione che ho vissuto tante volte in montagna, non rara dunque, ma che per tanti motivi non mi era mai riuscito di riprendere.
Mi trovo sul versante Sloveno del Monte Mangart e sto camminando verso la cima per cercare di riprendere i laghi di Fusine dall'alto, come due piccoli gioelli incastonati nei colori autunnali della Foresta di Tarvisio.
Salendo e volgendo lo sguardo verso la vallata sottostante, mi accorgo che la nebbia presente per quasi tutta la giornata in Italia, prima con soli alcuni sbuffi, poi sempre più prepotentemente scavalca il versante e invade velocemente i boschi sloveni. Sullo sfondo si intravedono le cime più alte delle Giulie.
Rimango affascinato. Sarebbe bellissimo filmarlo, ma sono un fotografo e devo pensare velocemente come posso rendere vivo questo fenomeno in un'immagine.
Sono abbastanza lontano dalla scena e se non faccio veloce la nebbia presto mi raggiungerà.
Monto subito sul mediotele un filtro ND (completamente grigio) di gradazione abbastanza bassa, + 0.9 per allungare il tempo di posa, studio la composizione e scatto.
Tutto avviene in pochi secondi. Guardo il risultato e sono abbastanza soddisfatto. Adesso mi sfogo.......faccio solo tempo a pensarlo e la nebbia ha già cambiato tutta la scena.
Ne sento l'odore, si avvicina e pian piano annulla le distanze e i colori.
Fa freddo e i laghetti incastonati rimaranno anche quelli un altro sogno che.....spero di raccontarvi il più presto possibile.
Casera Razzo, al confine tra il Friuli e il Veneto. Sullo sfondo il Monte Bivera




Sono disteso sul letto e come spesso mi succede ripenso alla pianificazione fatta per l'indomani...."ho messo tutto nello zaino?", "ho calcolato correttamente i tempi necessari per arrivare con calma sul posto e anticipare l'alba?" poi, di seguito, arrivano i pensieri più...."artistici". Ripenso al luogo che conosco bene, e immagino le inquadrature che potrò realizzare, sperando, come sempre, di essere aiutato dalla luce.
Ma il pensiero che costantemente rimbalza tra tutti, è relativo alle condizioni che troveremo lassù: "quanta neve ci sarà ancora"?
E' maggio, ma quest'anno in quota ha nevicato come mai succedeva da tantissimi anni.
Il lago che dovremo fotografare si starà sciogliendo o sarà ancora immerso nella morsa dell'inverno?
Questo sovraffollamento mentale dura pochi minuti. Tutti sappiamo quale magnifica macchina da calcolo sia il nostro cervello e quanti migliaia di dati possa elaborare in pochi minuti, se non secondi.
Presto mi addormento.
E nello stesso tempo in cui mi sembra di essermi addormentato, di colpo, improvvisamente, vengo svegliato dall'odioso suono della sveglia impostata sul cellulare.
Devo aver dormito pochi minuti mi dico, controllo e purtroppo l'ora è giusta.
Assieme a me ci sono Marco, il regista de L'Altroversante e il direttore della fotografia, Bruno. Anche se siamo all'inizio di quella che sarà una lunghissima storia che vivremo assieme sulle montagne italiane, l'intesa è già molto forte. All'inizio mi è sembrato strano vedere delle persone che ti girano attorno mentre stai fotografando. Non è facile abituarsi. Ma la passione per la Natura e la contemplazione, aiuta a creare brigata.
Facciamo velocemente colazione. In silenzio. Carichiamo la macchina e partiamo in direzione della Val Pesarina, Casera Razzo, un valico proprio sul confine tra il Friuli Venezia Giulia ed il Veneto.
L'obiettivo che ci siamo posti è quello di fotografare un lago effimero che si forma solo in primavera con lo scioglimento della neve caduta durante l'inverno. In particolare mi piacerebbe riprenderlo al disgelo, ancora con un pò di ghiaccio in superficie e sullo sfondo il Monte Bivera, una delle montagne icone della Carnia.
Mentre guido nella notte tra gli stretti tornanti che portano alla forcella Lavardet, sbircio curioso attraverso il parabrezza, verso l'alto, verso il cielo. Non riesco a capire se ci sono stelle. Forse si, qualcuna, ma sembra una giornata piuttosto nuvolosa. Bene! Nella fotografia di paesaggio, la variabilità delle condizioni atmosferiche aiuta moltissimo a riprendere un determinato luogo o soggetto in condizioni insolite.
Arrivati alla Forcella, capiamo però che sarà una giornata difficile. Si vede a pochi metri. Le nuvole basse che molto spesso si formano all'indomani di una giornata piovosa, avvolgono tutto, dalla foresta alla strada che stiamo percorrendo, dove ancora abbondano cumuli di neve piuttosto consistenti.
La temperatura esterna si aggira attorno allo zero.

Arriviamo al parcheggio di Malga Razzo che è ancora buio e c'è tanta, tanta neve.
Ci incamminiamo verso il lago. Spero vivamente che non sia tutto coperto.
Le nuvole basse sono ancora presenti, ma si è alzato il vento e questo è un ottimo segnale.
Ancora pochi passi e nella fioca luce dell'alba intravediamo il lago. La neve lo ricopre ancora, ma sotto, l'acqua, comincia a farsi spazio. Sembra un puzzle che si sta formando.
Il vento, molto forte, fa il suo dovere. Non entra la prima luce, quella più calda che colora le nuvole. Probabilmente lontano, dove sta sorgendo il sole, ammassi nuvolosi impediscono ai suoi raggi di raggiungere la cima del Bivera. Attendo una decina di minuti e la luce finalmente comincia a filtrare e illumina dolcemente la cima del gruppo montuoso.  


L'atmosfera è però interessante. Sul lago, sull'intera piana, aleggia una dolce nebbiolina in dissolvimento, così proprio in quell'istante, decido di scattare. La composizione sul lago l'avevo preparata ormai da diversi minuti.

Poi volgo la mia attenzione sulle nuvole scure che danzano veloci nel cielo, sopra la montagna. La luce illumina il crinale e crea un meraviglioso contrasto.
Oltrepassato il crinale, il sole comincia ad arrivare sul bosco di larici, dove regna una certa confusione.
Probabilmente più di una valanga si è abbattuta su loro, piegandoli, contorcendoli ma non spezzandoli.
Sono stanchi di questo lungo inverno e lo manifestano nei verdi tendenti al giallo che presto diverranno molto più scuri.
In tutta la vallata echeggia il soffio del gallo forcello e i suoi ritmati gorgoglii.


Il resto della mattinata, finchè ancora la luce regge, è dedicata alle riprese video. Su e giù per il crinale innevato, con sullo sfondo il Bivera. Con il vento fortissimo che spazza la vallata è una vera faticaccia!
Quando Marco e Bruno si dedicano agli ultimi ciak, decido di riposarmi un attimo davanti ad una delle stalle della Malga.
Siamo a maggio! giudicate un pò voi.....
Mentre il gallo forcello non ne vuole sapere di smettere di cantare, rifletto su quanto dura sia la vita a queste quote.
Sicuramente per gli animali. Ma anche per le poche persone che decidono coraggiosamente di abitarci.

Una mezz'ora dopo questa riflessione ne ho la certezza.
Ci troviamo al Rifugio Tenente Fabbro.
Davanti ad una tazza di caffè fumante, la giovane coppia di gestori, che qui si ferma per tutto l'inverno, ci racconta di un tempo inclemente, che li ha fatti lavorare pochissimo, isolandoli anche per settimane di fila.
Incredulo, guardo la foto ricordo del papà che la ragazza mi ha portato appoggiandola sopra il bancone. Un ritratto sopra il tetto del rifugio che di suo fa tre metri e mezzo e altrettanti ce ne sono sopra la sua testa....in totale più di 7 metri di neve!
Papà e amici sono arrivati da Laggio, un piccolo paesino del Cadore, nel Veneto, quando il tempo glielo ha permesso.
Con gli sci e le motoslitte tutti ad aiutare i coraggiosi giovani gestori e la loro bimba di appena pochi mesi.
Io e Marco, ci guardiamo d'intesa. Siamo senza parole, un pò ammirati, un pò stupiti dal coraggio e dalla loro scelta di vivere in un rifugio isolato da tutto e tutti.
Speriamo che l'estate sia più clemente e riservi loro tante soddisfazioni. Se lo meritano davvero.
C’è un giovane raggio di sole che ad ogni alba scrive i contorni di queste cime poi, indomito, gioca tra le rughe degli scalatori e scivola via lontano.
Quassù le stelle bruciano di luce più vera, quassù tutti vengono a cercare qualcosa o qualcuno, quassù la vita cresce come crescono i fili d’erba.
Qui il bosco ancora respira e racconta storie di uomini e alberi, di nidi e vento.
Si sale tra la brina e l’aurora lasciandosi il futuro alle spalle.           
Si incontrano mani che sfiorano il legno e sguardi antichi che il tempo non ha ingannato.
Ci sono mestieri dal ritmo lento come armoniosi intarsi e l’atavica gioia dell’attesa.                                      
Civiltà che fugge il tramonto nel sogno dell’alba.


Una casera nel cuore del bosco, Trava
Inizio a raccontarvi questa mia missione attraverso la magnifica poesia di Giacomo Buliani e proponendovi un'immagine che, secondo me, racconta tantissimo la Carnia, la regione montuosa più importante del Friuli Venezia Giulia.

Non abito in Carnia. Vivo lontano da questi luoghi quasi due ore di auto, ma in due momenti distinti della mia vita, questa terra ha giocato un ruolo importantissimo. Da bambino ho passato qui estati stupende, ospitato nella casa del mio migliore amico di allora. Momenti di compagnia. Momenti di gioco, quasi sempre all'aperto, sui sentieri che salivano alle casere, incastonate tra boschi fitti e quasi impenetrabili, dove i funghi crescevano abbondanti. Un divertimento pazzesco per noi bambini cercarli!
Poi, da adulto, sono tornato. Per tre anni. Raccontando e cercando di far conoscere la Carnia attraverso le immagini. Un'esperienza condivisa con altri due amici fotografi, Paolo e Gabriele e che è sfociata nel libro "Carnia, confine tra cielo e terra"  di cui la poesia è l'introduzione iniziale al volume.

Ecco, per la terza volta, si presenta nuovamente la possibilità di visitare questi luoghi, questa volta attraverso l'impegno del nostro progetto. Ci torno volentieri e ho un'idea fissa che voglio cercare di realizzare.
C'è un pezzo della poesia, più del resto, che racconta e descrive la Carnia...."Qui il bosco ancora respira e racconta storie di uomini e alberi, di nidi e vento...." Si, voglio iniziare a raccontare per immagini la Carnia partendo proprio dove ho imparato a riconoscere il bosco e i suoi silenzi, il bosco che respira. Le risate e il divertimento di noi bambini. C'è una coincidenza poi che fa "tornare" tutto. Il regista televisivo che  fin dal primo momento ha creduto nel progetto Altro Versante e che condurrà le riprese sul campo, Marco Rossitti, è il fratello maggiore del mio migliore amico di allora.

Con Marco, partiamo alla volta di Trava, la piccola frazione carnica, dove alloggeremo per alcuni giorni.
La casa è sempre la stessa. Anche se sono passati più di 30 anni, riconosco gli odori, le luci che entrano nelle stanze, anche il calore che emana la stufa è lo stesso.
Con noi c'è anche Bruno che, assieme a Marco si occuperanno delle riprese video, e dove un pò, noi fotografi, saremo gli involontari protagonisti di un film che, a dir la verità, si racconterebbe benissimo da solo.
Io e Marco non abbiamo dubbi su dove iniziare a fare le prime immagini.
Il bosco e i suoi straripanti verdi che lo caratterizzano in questa stagione sarà il nostro attore principale.
Svegliati di mattina molto presto ci dirigiamo verso la parte alta del paese servita da una vecchia mulattiera, ora strada percorribile, ma molto, molto stretta. Parcheggiamo la macchina e ci incamminiamo lungo uno dei tanti sentieri che entrano nel bosco "che respira". Il paesaggio non è cambiato molto rispetto a tanti anni prima. E' vero, le zone a pascolo attorno alle casere si sono ristrette. Il bosco lentamente ma inesorabilmente riconquista quello che un tempo gli fu tolto.
Camminare qui mette serenità. E' un mondo antico. Di pace. Mi fa tornare bambino. I primi scatti di questa missione non sono propriamente "naturalistici", ma raccontano del millenario rapporto tra l'uomo e Natura. Raccontano le caratteristiche di questo territorio, un vero e proprio cuore verde nel centro della nostra Regione, da far conoscere e tutelare.
La luce morbida del mattino diventa più intensa. Proprio al limite delle radure lo sguardo cade ipnotico verso un giallo intenso. E' il maggiociondolo che in questa stagione è in piena fioritura.
Maggiociondolo in controluce
Ancora le tipiche casere dei boschi carnici
Ora, abbondante, la luce si insinua tra i rami di questo elegante arbusto.
Ci giro attorno e decido di fotografarlo in controluce. Solo così forse riuscirò a metterne in evidenza le gocce di rugiada che ancora lo appesantiscono. Devo essere veloce. Il sole asciugherà tutto nel giro di pochissimo, quindi piazzo il cavalletto, cerco una composizione piacevole e guardo il risultato nel visore della macchina.
Alzo la testa per cercare altre immagini, ma il sole, spostandosi, non crea più l'effetto che tanto mi era piaciuto pochi istanti prima.
Anche i prati attorno alle casere sono una vera esplosione di colori: dal giallo dei ranuncoli al porpora delle orchis morio e tantissime altre specie. Un ultimo scatto a due casere e decidiamo di ritornare.
Ad entrambi è venuta una gran fame!

Nel pomeriggio il tempo peggiora. A tratti piove intensamente. Riuniti attorno ad una cartina distesa sul tavolo decidiamo cosa fare.
Il cielo è di un bianco latte molto luminoso. Di fare paesaggio non se ne parla. Acqua. Questa è la soluzione. L'acqua per essere ripresa ha bisogno di giornate luminose dove la luce arriva incidente, non diretta. Solo così si riesce ad enfatizzarne colori, trasparenze e vegetazione che rigogliosa cresce nelle vicinanze.
Prendiamo la strada che da Trava scende verso Villa Santina. Da qui, la cascata della Plera, nella frazione di Invillino, è vicinissima.
Parcheggiata la macchina ci incamminiamo lungo un sentiero costeggiato da un lussuregiante bosco di pino nero e in pochi minuti arriviamo alla cascata. Le condizioni sono perfette! Vegetazione dalle mille tonalità e sfumature di verde e acqua abbondante.
La Cascata della Plera, Invillino
Sono affascinato dalla bellezza misteriosa di questo posto. Dopo essere passato da un lato all'altro della cascata decido di riprenderla sul versante destro, mettendo in evidenza i muschi e le felci che, abbondanti, crescono sulla parete umida, solcata da mille evanescenti rivoletti d'acqua. Nel momento di massima concentrazione sono richiamato all'ordine da Marco e Bruno. Fotografare in compagnia è bellissimo. Ma i fotografi, usualmente, sono animali solitari. Soprattutto quelli naturalisti. Si muovono lenti in Natura. Ne ascoltano i silenzi. Cercano anche di interpretarli. Il loro sguardo è sempre alla ricerca della luce, della composizione equilibrata. Dell'ordine e del disordine. Concentrazione. 
Non sono abituato a "Luciano, spostati un pò più a destra.....attenzione! il riflesso nell'acqua!.... mmmh, hai una posizione troppo innaturale, sciolto, sciolto! 
AIUTO!
E' solo un attimo. Marco e Bruno si muovono bene. Anche loro sono delle persone interessate ed appassionate e sanno fare bene il loro mestiere. L'Altroversante, poi, è un progetto multimediale e tutti sappiamo benissimo che è nato attorno ad un concetto di fotografia ma il video sarà importantissimo.  Darà azione e movimento a tutti i soggetti che andremo a riprendere. Una sicura maggiore visibilità.
Finito questi momenti di "passione" torno alla cascata. Una volta adempiuti i miei doveri di improvvisato attore posso dedicare maggiore attenzione al mio soggetto.
Quando non so come muovermi, inizio a guardare. A frugare ogni possibile spazio che ho attorno.
Alle volte succede il miracolo. C'è l'illuminazione. Altre, nonostante gli sforzi, non succede nulla. Anche se realizzo qualche scatto  so in cuor mio che sarà solo un file che occuperà lo spazio dei miei infiniti archivi.
Non è proprio un miracolo, anzi, in questo caso, era la composizione più ovvia, ma proprio non ero riuscito a vederla. Mi sposto sul lato sinistro della cascata e utilizzo un classicissimo primo piano di fiori spontanei.
La cosa più difficile è riuscire a trovare il giusto equilibrio tra la grandezza dei fiori, ripresi nel loro insieme, e la visibilità della cascata sullo sfondo.
Anche la messa a fuoco non è semplice. Avvicinandomi alla giusta distanza rischio di non avere la sufficiente profondità di campo per avere tutti gli elementi a fuoco. Per fortuna che c'è lui! Il mio amatissimo 24 decentrabile. Pochi movimenti sulle ghiere dell'obiettivo per bascularlo quanto basta e vualà. Anche dal lato tecnico l'immagine è risolta.
Ancora qualche controllo per vedere se è tutto ok....CLICK!

Soddisfatti ripercorriamo il sentiero già parlando della giornata di domani. Ci alzeremo alle 2.00 mattina. Nonostante sia maggio inoltrato troveremo tanta, tanta neve. Farà freddo....ma tutto questo ve lo racconto nella prossima puntata... :)


Ho pensato per molto tempo da dove potevo iniziare questo fantastico progetto che mi vede orgogliosamente impegnato per cercare di dare alla montagna italiana la visibilità che merita.
Molti pensano che fare il professionista della fotografia sia un continuo girovagare per il mondo, divertendosi a più non posso perchè viaggiare è affascinante, libera ed amplia le proprie vedute, emoziona e appaga.  Ma per quanto lungo possa essere questo "euforico" periodo, esiste un momento in cui si torna e, in ufficio,  si deve necessariamente lavorare alle proprie immagini, archiviarle, didascalizzarle, proporle ai clienti e a quelli potenziali, un lavoro incredibilmente lungo, faticoso, stressante....ed è proprio in questo difficile momento che sto prendendo questa decisione, da dove inizio? Discutendo di fotografia con amici appassionati o colleghi, molto spesso ci siamo detti come, dopo tanto tempo, anche mesi, passati a non fotografare, sia difficile ritornare a farlo. Fotografare richiede allenamento. La mente, gli occhi dopo lunghi periodi di astinenza, non sono più abituati a vedere, osservare, scovare i dettagli. Ecco perchè molti appassionati, che praticano la fotografia nel solo tempo libero, molto spesso fanno fatica a fare un salto di qualità, soprattutto quando si tratta di documentare in modo completo ed organico un determinato luogo, paesaggio o specie. Il singolo scatto, (quello che comunemente viene chiamato "da concorso"), magari salta fuori, realizzare un reportage completo è invece più complicato e difficile, specie dopo un lungo periodo di buio ufficio, da dove inizio?
Poi, nella nebbia di tante indecisioni, si accende un faro che lentamente la dissolve. Un luogo a cui sono emozionalmente legato e che da sempre mi aiuta a ritrovare me stesso. Un luogo vicino a dove abito e che è stata la mia vera "palestra" fotografica. Un altopiano carsico abbracciato da una foresta millenaria. Più in basso gli abeti bianchi, in alto i faggi. Una curiosità vegetazionale dovuta al fatto che l'aria fredda ristagna nella parte più bassa dell'altopiano, mentre in alto è più mite. Un altopiano dominato immancabilmente dalla nebbia, che permane tutta la notte per poi dissolversi solo con il calore del sole, quando questo è gia molto alto sull'orizzonte.
Inizio da qui, questa avventura, anche perchè voglio mettermi alla prova, voglio cercare di trasmettere quella che è la vera anima di questo luogo. Poche parole, che faticano a descrivere il Cansiglio.

La nebbia che, alle prime luci del mattino, ancora invade la parte alta della foresta dominata da faggi secolari
Sono convinto che il mio viaggio, il mio Altroversante, debba iniziare da qui. Dalla nebbia che cela, come uno scrigno, le meraviglie di questo altopiano.
Pianifico la giornata in modo puntiglioso. Parto presto da casa. Budoia, il paesino dove abito, è ai piedi dell'altopiano, una ventina di minuti di macchina e sono già sul posto. Il bosco è perfetto, le gemme sembrano esplodere da tanto sono gonfie di verde. Su tutto permea un sottile strato di nebbia che fa intuire, più che vedere.
Pochi scatti alla ricerca di forme grafiche, di colori sfumati, poi via, veloce verso il basso, laddove le nebbie sono ancora più consistenti.
Arrivo e come ci fosse un pilota automatico, imbocco una stradina laterale  e mi porto in una posizione leggermente sopraelevata rispetto all'altopiano. Fa freddo. Molto per la stagione. Siamo a maggio e c'è appena 1°. Piazzo il mio amico fidato, lui si che è sempre al mio fianco, parlo del cavalletto eh! e compongo l'immagine. E' un attimo, uno strappo nella coperta bianco-grigia, i colori della nebbia.
Ci saranno altre occasioni per riprendere la piana del Cansiglio, oggi però, ho un'altra meta, voglio cercare di fare conoscere l'anima di questo luogo e dove cercarla se non nel posto più misterioso di questo altopiano? Mi infilo di nuovo in macchina, riprendo la strada principale che taglia in modo lineare l'altopiano e dopo pochi chilometri, volto a destra seguendo le indicazioni per la Val Menera. Poco prima dell'omonimo agriturismo, in prossimità del parcheggio del caseificio, lascio la macchina e mi incammino verso la mia destinazione, la Val Scura. Lascio alla vostra immaginazione il perchè del suo nome...

In prossimità dell'ultima casera, adibita a stalla, sento dei rumori, dapprima lontani, poi sempre più incalzanti. Conosco l'ambiente e so che animali lo possono abitare. Ma non vedere, percepire solamente, fa temere, fa riemergere antiche paure umane. Improvvisamente, nella nebbia a pochi metri da me,  si materializzano come fantasmi, una cerva ed il suo piccolo. Corrono trasversalmente lungo il pascolo. Pochi scatti, cercando di inseguire il movimento degli animali. C'è poca luce, i tempi sono lenti e l'unica possibilità che ho, è quella di realizzare un panning.
Il risultato, come spesso succede ricorrendo a questa tecnica, non è perfetto, ma, come scoprirò successivamente davanti al pc, restituisce pienamente il momento che ho vissuto. Pochi passi e sento, questa volta molto più forti, dei rumori dinnanzi a me. Sulla mia sinistra c'è un recinto. Cauto, avanzo lentamente, convinto di vedere dei cavalli o forse delle pecore. Invece no. Dalla nebbia, appare un gruppo di cerve, impaurite anche loro dal fatto di sentire e non vedere. In questo caso, sono io a rappresentare il mistero.
Mi fermo, quasi per tranquillizzarle e mi accovaccio lentamente, facendo loro qualche scatto.


E' un momento intenso, un incrocio di sguardi che sembra durare un'infinità. Le cerve, ora tranquille, si allontanano, trotterellando verso il basso.
Le seguo camminando lentamente. Più mi abbasso verso la depressione della Val Menera, per poi addentrarmi nella Val Scura, più la nebbia si infittisce.
La grande piana, che si apre ora davanti ai miei occhi è verdissima.
Questa depressione, in autunno contesa dai più poderosi maschi di cervo dell'intero altopiano, è ora tranquilla. Un paesaggio bucolico, dove le protagoniste assolute sono ancora loro. Le cerve che avevo sorpreso pochi minuti prima si sono ora riunite ad altre femmine e piccoli e stanno placidamente pascolando. Pochi scatti e vado verso la mia destinazione finale.
Una palizzata di secolari abeti bianchi, si erge a proteggere l'ingresso della Val Scura. Voglio enfatizzarne colori e forme, e la riprendo, impostando un tempo lento e muovendo la macchina dolcemente, cercando di non avere esitazioni.

I secolari abeti bianchi della Val Scura
Finalmente entro nel bosco. Pochi passi e intravedo la mia meta, il soggetto dei miei prossimi scatti. Un giovane bosco di faggi cresciuto all'ombra di secolari abeti bianchi. Un paesaggio suggestivo, nella penombra della nebbia. Non vi nascondo che avevo già in testa, le immagini che avrei voluto ottenere.

I giovani faggi della Val Scura - Pian Cansiglio crescono all'ombra dei "giganti bianchi"
Nel folto del bosco, vista anche l'ora, la nebbia si è lentamente dissolta. Guardo verso l'alto e mi accorgo che non è scomparsa. E' solo più alta. A quasi 50 metri di altezza, le "teste" dei giganti bianchi ancora la respirano. Sono affascinato, penso che raccontare questa scena valga la giornata. Mi distendo, su un tappeto umido di muschio, quà e là vivacizzato dalla delicata acetosella.
Punto il 14 mm verso il cielo. In primo piano, le fronde di un giovane faggio, oltre, la volta formata dagli abeti bianchi che svettano verso il cielo ancora denso di nebbie.
Guardo il risultato sul display e sono contento. Spero anche che riesca a trasmettere tutto il fascino nascosto di questo luogo.

Un giovane faggio si slancia verso la volta dei giganti bianchi della Val Scura. Sopra di loro un cielo ancora denso di nebbie
Sulla via del ritorno, uscendo dal folto della Val Scura, noto che le cerve ancora pascolano tranquille con i loro piccoli.