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Sempre alla ricerca di posti nuovi da scoprire e far conoscere, la Val di Gares è stata una piacevole ed inattesa sorpresa.
Ci troviamo in comune di Canale d'Agordo, tra Falcade e Cencenighe, a pochi chilometri da uno dei comprensori sciistici più importanti e frequentati delle Dolomiti, il Passo San Pellegrino.
Sono sincero, arrivo qui per caso.
La Val di Gares è infatti conosciuta soprattutto tra gli appassionati di sci di fondo e proprio questo è il motivo che mi ha condotto qui: accompagno mio figlio ad una due giorni di gare che si tengono proprio in questa località.
Come gran parte degli ultimi inverni, quest anno la neve si è fatta aspettare a lungo ed è comparsa in modo tardivo e timido solo a metà febbraio, dopo un lungo periodo di freddo intenso e meravigliose giornate senza l'ombra di precipitazioni.

La Val di Gares è una valle fredda e scura, considerato che durante tutto l'anno e in particolare in questo periodo, qui il sole compare per poche ore al giorno.
Lungo la stretta strada che conduce verso la fine della vallata dove sono tracciate le piste da fondo, siamo letteralmente rapiti dalle splendide condizioni atmosferiche che ci accolgono.
Ha nevicato abbondantemente tutta la notte ed ora raggi di luce si insinuano tra le forcelle delle severe cime che circondano la valle, il gruppo delle Pale di San Martino e quello delle Pale di San Lucano.
Nuvole basse in continua trasformazione avvolgono la foresta che sembra quasi respirare.
Il mio sguardo passa frenetico da una parte all'altra della vallata.
A sinistra, il cielo si colora di un azzurro plumbeo intenso, mentre a destra, alcuni costoni rocciosi di pura dolomia, mi ricordano alcuni scorci del Parco Nazionale di Yosemite, visti e studiati negli scatti del mitico fotografo americano Ansel Adams.
Passo la successiva mezz'ora nel cercare di ritrarre questa piccola e selvaggia valle dolomitica, sapendo già in cuor mio che le emozioni e le suggestioni provate dal vivo saranno difficilmente comunicabili.





Sono costretto a casa per colpa di un grave infortunio. Stop di due mesi, i due successivi di riabilitazione e se non ci sono intoppi potrò finalmente tornare a lavorare sul campo. Il lavoro da smaltire in ufficio è davvero tanto; migliaia di immagini fatte per l'Altro Versante in estate, Catinaccio, Marmolada, Parco Nazionale dello Stelvio.
Un aspetto rende più sopportabile l'attesa: è un inverno anomalo, privo di precipitazioni importanti e quando si manifestano le temperature sono quasi sempre alte, con lo zero termico assestato ad altitudini impossibili.
L'intero arco alpino è un susseguirsi di pascoli color ocra, bruciati dal freddo e dalla mancanza di neve che durante questa stagione ha anche il prezioso compito di proteggerli.

Il conto alla rovescia per tornare alla "normalità" dura un'eternità, ma quei giorni mi concedono il tempo di ragionare, di pensare, in una sola parola il tempo, quello che  manca quasi sempre nella quotidianità ; sono giorni di riflessione e di riprogettazione su me stesso e sul mio lavoro, sulle persone che mi stanno vicino, sui pochi veri amici.
Il mio ritorno sul campo coincide con le prime intense nevicate che tardivamente si manifestano sulle Alpi. A febbraio ho programmato quattro giorni sul campo per la mia prima missione post-infortunio. La meta è il Parco Regionale delle Lessinia, nel Veneto. 
Gianluca, un caro amico veronese, resosi disponibile da tempo, sarà la mia preziosa guida.
La Lessinia è un un vasto altopiano che dominala romantica città di Verona e la pianura veneta, il cui territorio sconfina anche nel vicino Trentino.
Negli ultimi anni questa area naturale è balzata agli onori della cronaca per la storia d'amore tra un lupo maschio proveniente dalla Slovenia, chiamato Slavc  e Giulietta, femmina di lupo italico; secondo gli ultimi rilevamenti a cura della forestale del Parco, attualmente, da quell'incontro avvenuto ormai più di cinque anni fa, la popolazione sarebbe davvero vitale e addirittura frazionata in due distinti branchi.
Anche se non conosco assolutamente il territorio preparo con meticolosità questa nuova uscita: compro la cartina sul Parco, studio le zone di interesse e guardo l'iconografia presente su internet (Vedi l'immagine raccontata sulla Lessinia) e carico di aspettative mi metto in viaggio per Verona, distante da Bosco Chiesanuova, il capoluogo della Lessinia,  appena un' ora di auto.
Assieme a Gianluca facciamo un primo sopralluogo partendo dal versante orientale del Parco raggiungibile in auto fino a Passo Fittanze e poi verso il cuore dell'area protetta, sopra Bosco Chiesanuova visitando il rifugio Bocca di Selva e successivamente Conca Parpari e la foresta di Giazza.
La giornata non è delle migliori: nelle valli sottostanti il tempo è molto umido, mentre in quota aleggia una densa nebbia e tira un vento fortissimo.  Arrivati al Rifugio Bocca di Selva inizia debolmente a nevicare. Il rifugio è notissimo tra i fotografi naturalisti perchè negli ultimi anni, durante gli inverni più freddi e nevosi, come molte volte succede in Natura in modo inspiegabile, assieme ai numerosi fringuelli alpini svernano alcuni esemplari di Zigolo delle nevi, un minuto passeriforme che si riproduce tra la Scandinavia e la Groenlandia e che in Italia si può osservare solo qui. E' martedì e non ci sono tracce degli appassionati birdwatchers e fotografi che a frotte si accalcano per osservare con emozione e ritrarre questi rari uccelli. Sceso dall'auto le folate di vento che spazzano l'altopiano sono talmente forti che, complice la mia forzata inattività, quasi faccio fatica a camminare.


Mi guardo attorno ma vedo solo una coppia di fringuelli alpini che volano faticosamente contro vento.
A pranzo, davanti a dei gustosissimi gnocchi locali (fatti semplicemente con latte e farina e conditi con la ricotta affumicata), il gestore ci spiega che l'assenza di freddo e soprattutto della neve ha tenuto lontani i volatili e rispetto gli anni passati i fringuelli sono pochi e addirittura un solo zigolo delle nevi e quindi anche se mi fermerò per altri tre giorni, l'osservazione dell'unico esemplare diventa complicata.
Salendo verso San Giorgio e poi verso Conca Parpari la nevicata diventa intensa e, complice l'ora molto tarda, la visibilità è davvero scarsa: ultimi scatti sulla Foresta di Giazza sotto la neve e rientriamo.
Le previsioni parlano chiaro: per i successivi due giorni nevicherà in modo piuttosto intenso e poi il venerdì dovrebbe prevalere l'alta pressione con una giornata tutta all'insegna del cielo terso e del bel tempo.

Neve e ancora neve e lo sguardo che quando non guarda in macchina, cerca incessantemente e con poche consapevoli speranze la vita animale, so che è praticamente impossibile vederli ma nella testa l'idea ronza incessantemente e non posso farne a meno.

Tutti i dubbi che avevo alla vigilia in quei due giorni si dissolvono: dopo tanto tempo passato a casa, avevo paura di non riuscire a "vedere", le sfumature, le composizioni, di non riuscire ad interpretare la luce, ma sul campo tutte queste perplessità hanno lasciato spazio alla naturalezza dei movimenti e alla gioia di fare un lavoro così bello e appagante.
In questi due giorni tante riprese di particolari, sulla neve, altro non si riesce a fare, la nebbia avvolge l'altopiano e non svela il suo paesaggio.
Quando la nevicata e la nebbia si fanno così intense da non poter far altro, torniamo al Rifugio Bocca di Selva e speriamo di poter osservare l'unico zigolo svernante. Nell'attesa qualche suggestivo scatto ad uno stormo di fringuelli.


Sostano spesso sul tetto del rifugio e saltuariamente fanno qualche comparsata in volo sui cumuli di neve sottostanti dove possono trovare qualche briciola lasciata dai diversi visitatori.


Nel primo pomeriggio, così come le previsioni avevano azzardato, qualche squarcio nel cielo e finalmente riesco ad intravedere le linee di questo paesaggio, non ci speravo più!

Le famose vallette dell'altopiano cominciano a prendere forma, così come in lontananza riesco finalmente ad intravedere i pendii ammantati di neve del Monte Tomba e gli inconfondibili profili delle diverse casere e malghe che tanto caratterizzano il paesaggio della Lessinia. Indossiamo velocemente le ciaspe e senza esitazione ci incamminiamo lungo il sentiero che porta verso il Rifugio Prima Neve.
La variabilità del tempo concede suggestivi scorci su tutto l'altopiano: la nebbia danza tra le valli e a momenti ricopre tutto per poi alzarsi e formare delle splendide nuvole nere.
Il cavalletto si apre e chiude ogni due metri e ormai capiamo che pur essendo molto vicino non arriveremo mai al rifugio: troppe sono le situazioni interessanti da riprendere, troppa la voglia di fare qualche immagine degna del nostro progetto.




Quando ormai mi ero ripromesso di tornare per cercare di riuscire a vederlo, eccolo lì davanti alla macchina, nel parcheggio del rifugio.
Sono un pò agitato e so che non farò una grande immagine, ma mi piacerebbe ritrarlo soprattutto per me stesso, un segno che le cose dopo un periodo sfortunato possono tornare a girare nel verso giusto.
Rimane fermo immobile giusto il tempo di aprire lo zaino fotografico e cambiare l'obiettivo, lo ambiento, come spesso mi piace fare con gli animali e... click: porterò sempre con me l'emozione di quel momento.
L'ultimo giorno è spettacolare dal punto di vista atmosferico. Dopo le intense nevicate dei giorni precedenti l'alta pressione ha spazzato nebbie e umidità e finalmente abbiamo la possibilità di vedere la catena che imponente domina questo suggestivo altopiano, il gruppo del Carega, noto anche come "Piccole Dolomiti".
Ci svegliamo prestissimo e già verso le 5.30 i nostri passi fanno scricchiolare  la neve, resa gelata dalle bassissime temperature della notte.
Presi dall'emozione, sbagliamo il sentiero che porta al Rifugio Prima Neve per ritrovarci dopo circa una mezz'ora buona di cammino in mezzo al niente e in ritardo rispetto al punto di ripresa che avevamo studiato per l'alba.

Maledico la mia imperizia e frettolosamente impongo a Gianluca un passo da militare per tornare al punto di partenza e prendere la giusta direzione. Il sole ci sorprende lungo la faticosa salita ma siamo già in una posizione molto panoramica e ne sono soddisfatto: davanti a noi una moltitudine di vallate e pendii resi tridimensionali dalla prima luce e finalmente, dominante, il profilo del gruppo delle Piccole Dolomiti. Quando si fotografa il tempo passa veloce e una volta arrivati al rifugio Prima Neve ci concediamo un attimo di relax. Dal rifugio la vista è a dir poco fantastica: verso il Trentino, a Nord, l'imponente muraglia dolomitica del Brenta, a est il Gruppo del Carega, a sud gli inconfondibili profili dei Colli Euganei mentre a ovest lo spettacolo del mare dolce, il Lago di Garda.


Tutt'attorno al rifugio una distesa infinita di neve: un comprensorio sciistico davvero impressionante, con piste da fondo spettacolari e davvero ben tracciate, tanto che come appassionato di questa disciplina, mi riprometto di tornare al più presto per godermi questo spettacolo, anche dal punto di vista sportivo.
Aspettiamo un tramonto che non verrà, ma scendendo, un raggio di luce si fa strada tra le nuvole nere che ricoprono quasi interamente il cielo. 
Ancora mi sorprendo dell'imprevedibilità delle condizioni meteo e aperto per l'ultima volta il cavalletto, con stupore da bambino riprendo le acque scintillanti e dorate del lago più vasto d'Italia.


Finisco questo lungo racconto ringraziando di cuore Gianluca Benini e la sua famiglia, per la disponibilità e l'amicizia dimostrata: a casa loro, neanche per un istante, mi sono sentito un ospite.






Quando sono partito per questa missione pensavo di poter fare a meno di fotografare i casolari e le centinaia di stalle e malghe che avevo visto nelle immagini trovate in rete, segno intangibile della preziosa secolare attività dell'uomo e caratterizzanti questo territori;  dopo le prime due giornate sul campo con intense nevicate e quasi sempre circondati dalle nuvole e da un forte vento, alla sera, riguardando le immagini, mi sono accorto che anche non volendole far comparire, cercando quasi sempre di escluderle dalle mie immagini, in tante di esse, questi casolari comparivano, quasi mi volessero parlare di qualcosa di importante, quasi a dire, siamo qui da centinaia di anni!


Riflettendoci sopra sono arrivato alla conclusione che questo luogo non può essere raccontato senza le costruzioni che lo contraddistinguono, sono talmente una parte integrante del paesaggio che non documentarli finirebbe per stravolgere un qualsiasi racconto per immagini.

E se anche il lupo, tornato qui da pochi anni e presente ora con due branchi vitali, ci passa tranquillamente accanto ogni giorno e alle volte trova riparo dalle burrasche di neve che spesso si abbattono su queste valli e montagne, davvero dovremmo fare un'attenta considerazione sul significato di "paesaggio naturale".



















Come mia prima missione per "l'Altro Versante" prevista nel 2016 ho scelto di esplorare la Val Camonica, in Lombardia, per concentrarmi sulle sue montagne e soprattutto sulle sue celebri incisioni rupestri. 


Alcune migliaia di meravigliose incisioni, infatti, databili tra i 7000 e i 2000 anni di età decorano molti dei lucidi massi di verrucano lombardo che affiorano qua e là dal terreno in questa enclave delle Alpi Centrali. Figure astratte o nettamente antropomorfe, misteriose geometrie, momenti della vita quotidiana e sacra della popolazione che ha abitato queste zone per millenni e tante scene di caccia e rappresentazioni della fauna locale sono di fatto gli elementi più ricorrenti in questa straordinaria galleria all'aperto di arte rupestre. E' ovvio che l'occhio del naturalista viene immediatamente rapito dalla bellezza, dall'immediatezza e la fantasia delle rappresentazioni animali. I cervi, sopratutto, sembrano occupare un posto di prim'ordine nell'immaginario di questi artisti preistorici. Le linee poco profonde, graffiate o martellate sulla roccia, sono pressoché invisibili all'ombra e restano silenti per gran parte della giornata. Quando però sono raggiunte dalla luce giusta, e vengono appena colpite di taglio da questa è come se si accendessero... I contrasti si fanno più forti e le ombre più nette: le figure sembrano saltare fuori dalla roccia e assumere un volume proprio. C'é da restare sgomenti di fronte a cotanta "maraviglia". Esempi superbi di queste raffigurazioni si trovano soprattutto nei dintorni della cittadina di Capo di Ponte (BS) graziosamente incastrata nella valle del fiume Oglio, tra i monti "sacri" del Pizzo Badile e della Concarena. Ai piedi della severa parete calcarea di quest'ultima il Parco Nazionale di Naquane e quello dei Massi di Cemmo. Proprio su questi ultimi due si rinvengono alcune delle rappresentazioni zoomorfe più impressionanti. Serie ripetute di cervi, stambecchi, cinghiali di squisita fattura decorano una faccia di un masso gigantesco che si pensa sia precipitato tanto tempo fa dalla falesia soprastante.

La luce per riuscire a fotografare questi animali silenziosi però è una chimera. Per non più di quindici, venti minuti al giorno il sole sembra colpire questo lato del masso ad un angolo tale da poter mettere in risalto le figure animali. Ma il risultato sembra piuttosto scadente. Per non parlare del contesto: pali, recinzioni, lampioni e case non aiutano certo ad evocare la potenza assoluta di questi segni sulla roccia e l'importanza del paesaggio in cui sono state collocate. E, poi, la sacra Concarena, montagna "femmina" per i Camuni, nonostante la sua mole impressionante, svanisce nella foschia delle ore diurne. Come fare allora? Come riuscire a mettere in risalto queste figure, dando anche giustizia al contesto ambientale in cui sono state concepite e, soprattutto, al modo in cui forse andrebbero osservate?

Beh, c'è voluta un po' di fantasia e pazienza, una scaletta di legno, un buon treppiedi, un'obbiettivo decentrabile, una lampada a LED con una gelatina calda, l'ora blu, venti secondi di esposizione e... un'autorizzazione straordinaria della Sovrintendenza Archeologica della Regione Lombardia che ci ha concesso di lavorare anche dopo l'orario di chiusura! Fatti tutti i preparativi, in collaborazione con l'Agenzia Turistica Culturale di Capo di Ponte e l'aiuto di un grande fotografo e amico, Andrea Zampatti, compagno di avventure in questa missione, nonché "coautore" di queste foto, ho provato ad immedesimarmi nei contemporanei di questo artista e di ereditarne la visione, immaginando come sarebbe potuto apparire questo masso straordinario alla luce di un focolare, una notte di inverno di tanti tanti anni fa...





L'abbraccio del grande abete, Villa Welsperg, Val Canali, Parco Naturale di Paneveggio e Pale di San Martino

Carlo ci sta attendendo proprio fuori Villa Welsperg, Val Canali.
La neve sta cadendo abbondante e non ci vuole proprio dare tregua.
Sono cinque giorni infatti che siamo ospiti per la nostra missione sul gruppo delle Pale di San Martino e la neve arriva ormai quasi ad un metro di altezza.
E' quello che speravamo, una nevicata intensa ed abbondante per riempire d'inverno, quello vero, i nostri cuori, i nostri occhi, le nostre immagini. Adesso però vorremmo avere, anche se breve, una piccola tregua per poterci godere questo spettacolo naturale. Madre Natura però non ci ascolta e usciti dalla macchina per dare la mano e presentarci alla nostra guida, spazzola letteralmente il nostro viso con gelide folate e fiocchi di neve a dir poco, enormi.
Carlo, come tutte le persone che abbiamo incontrato in questi giorni, è  gentile ma soprattutto sa fare il suo lavoro. Incamminandoci lungo il sentiero che dalla Villa, sede principale del Parco Naturale di Paneveggio e Pale d San Martino, porta verso il laghetto Welsperg ci racconta con gli occhi pieni di passione, la storia di questi luoghi, della loro prorompente biodiversità, degli sforzi che il Parco sta facendo per tutelarli e farli conoscere ad un numero sempre maggiore di visitatori.
Marco, il regista, assieme alla troupe si ferma affascinato a riprendere le radici esposte e ricoperte da un muschio centenario di due vecchi faggi. Io e Carlo andiamo oltre fino ad arrivare ad una radura dove ben evidenti spiccano alcuni esemplari di abete bianco.
Sembrano antichi guardiani. Solitari, si ergono al limite di un piccolo bosco di prevalente pino nero.
La nevicata si intensifica e sotto un piccolo ombrello cerco di riprenderne le forme scure che si protendono verso un cielo color latte. E' molto difficile riuscire ad "armeggiare" con l'obiettivo decentrabile sotto una simile bufera, ma faccio del mio meglio e Carlo prontamente mi dà una mano offrendosi di tenere l'ombrello.
Ogni tanto mi guarda sorridendo. Non si trattiene più e mi invita ad andare sotto le fronde dell'abete. A dire la verità, mi era balenata l'idea di farlo, poi preso dalle mille suggestive situazioni fotografiche che stavo affrontando mi era sfuggita quella remota e curiosa intenzione.
Entro e la bufera che impazza all'esterno cessa all'improvviso. L'abete mi protegge così come avrà fatto altre centinaia di volte con gli animali selvatici che numerosi vivono in questo ambiente. Che spettacolo! Uno spazio grandissimo qui dentro, inimmaginabile dall'esterno. Un tetto di rami incrociati che sembrano volerti abbracciare. Inizio a fotografarli anche se mi rendo conto che sarà difficile trasferire in immagini le emozioni che sto provando.
Vorrei tanto stare qui a lungo. E' come essere accolti in un caldo abbraccio. Non proprio fulmineamente mi libero da questa sensazione, poi svogliatamente, metto la testa fuori e vedo Carlo ancora con il mio ombrello in mano che pazientemente mi sta aspettando.
Sono sicuro, che in quei momenti si sarà pentito mille volte di avermi dato quel consiglio. Io invece ho scoperto un mondo intimo e prezioso che, anche grazie alla passione e agli sforzi di persone come Carlo, continuerà a stupirci ed emozionarci.








Nel cuore del Monte Cucco, in Umbria, il dio Vulcano aveva una vera e propria officina ben nascosta e attrezzata di tutto punto per forgiare armi. Almeno questo è quello che racconta la leggenda.
Quando Giove gli ordinò una spada, Vulcano pensò bene di sperimentare la bontà della lama facendo in due pezzi, con un sol colpo ben assestato, la solida parete verticale calcarea di quella che oggi conosciamo col nome di Spaccatura o Balza delle Lecce. Vertiginoso slancio di roccia candida, alta fino 70 metri e punteggiata di vegetazione rara, come l’ alloro (Laurus nobilis), relitto del Terziario, e il bosso (Buxus sempervirens). 
Il torrente Gorghe, con le sue acque cristalline scorre in mezzo alla stretta valle che è ricoperta da un bel bosco misto con presenza di lecci, aceri, ornielli, carpini e querce. Un gran bel posto, uno dei luoghi da non perdere in questo parco regionale e un sito di importanza comunitaria per le sue caratteristiche naturalistiche e paesaggistiche.  
Per L’Altroversante ho voluto fotografarlo in veste autunnale quando la varietà delle specie presenti nel bosco crea una vera tavolozza di colori, dal giallo ai rossi, che contrasta col verde cupo dei lecci. L’ho trovato al meglio di sé agli inizi di novembre, di ritorno dalla missione sull’Adamello-Brenta. Le faggete avevano ormai perso le foglie, era troppo tardi, ma a quota bassa la stagione era nel suo momento magico.
Quando poi, all’inizio di febbraio, l’inverno ha deciso di mostrare, dopo mesi di latitanza, il suo vero volto con una bella nevicata, ho preso la macchina e sono salito di nuovo verso le rocce. Ha smesso di nevicare proprio mentre stavo arrivando, grandi nuvole annullavano la parte alta della montagna, ma sotto la visibilità era ottima, l’atmosfera candida e sospesa. Un silenzio ovattato aleggiava sulla vallata,  avvolgeva ogni cosa - il paesaggio, purificato dalla coltre immacolata, sembrava vivificato e disposto in una calma, paziente attesa.

Spaccatura delle Lecce


Aerea prospettiva, 10 febbraio 2015

Di ritorno da una sessione fotografica antelucana nel parco regionale del monte Cucco, in Umbria, dall’alto, improvviso, mi è apparso questo paesaggio: i tetti del paese di Costacciaro, arroccato su un cocuzzolo alle falde della montagna, la teoria delle colline marnoso-arenacee distese sullo sfondo e, in mezzo, la campagna coltivata. La prospettiva a volo d’uccello restituiva una visione d’insieme insolita e accattivante. I campi divisi da siepi, filari di alberi, boschetti. Poche annose querce camporili svettanti qua e là. Macchie regolari di grano verde appena spuntato, preludio di un risveglio primaverile ancora lontano. La temperatura era gelida, l’inverno non sembrava avere intenzione di mollare l’osso. Una nevicata leggera, fresca, era caduta nella notte, la luce del primo mattino, tersa, illuminava  di lato campagna e colline.
Il monte Catria e il monte Cucco sono due rilievi calcarei importanti dell’Appennino umbro-marchigiano settentrionale. Hanno notevole interesse naturalistico, c’è quasi tutta la fauna appenninica, una flora interessante, boschi antichi, forre, cavità sotterranee tra le più importanti. 
Forse l’elemento più peculiare è però proprio il paesaggio delle campagne e delle alte colline che preannunciano lo slancio verso le montagne. Un ambiente ancora sostanzialmente integro, rimasto pressoché inalterato nel corso dei secoli. 
Il cambiamento più evidente, legato alla fine della mezzadria è stato a carico delle “alberate umbro-marchigiane”. Fino ad alcuni decenni fa filari ininterrotti di aceri campestri e olmi antichi che venivano “maritati” alle viti, ornavano i campi e davano una connotazione tipica alla campagna, verde delle chiome di centinaia e centinaia di alberi. Una specie di bosco rado e rigoglioso, intervallato da piccoli appezzamenti coltivati seguendo il metodo della rotazione. 
Sono andati perduti verso la metà degli anni sessanta del secolo scorso, divelti uno dopo l’altro senza troppi preamboli e rimpianti dai mezzi meccanici. 

Nuove necessità hanno così distrutto, nel volgere di qualche anno, un equilibrio che si manteneva inalterato da tempo immemorabile e che ha caratterizzato il paesaggio agricolo nei territori di cultura etrusca e latina dall’inizio della sua storia.








Nella fotografia di paesaggio si utilizzano normalmente obiettivi grandangolari o focali intermedie, fino al 200 mm. Ciononostante, per ottenere delle fotografie di paesaggio particolari o per completare un servizio su una località, utilizzo a volte anche dei teleobiettivi molto spinti (400-600mm). Grazie alla compressione dei piani e al ridotto angolo di campo che li caratterizza, queste lenti mi permettono di isolare elementi forti del paesaggio e concentrarmi su dettagli e pattern, anche di soggetti grandi come un'intera montagna!


Il Bosco delle Cese, nel parco regionale del Monte Cucco in Umbria è un residuo di faggeta con esemplari vetusti. Come il nome fa intendere, questi vecchi patriarchi venivano un tempo capitozzati, tagliati cioè a un paio di metri di altezza per ottenere legname e foglie da dare in pasto agli animali. Gli alberi così trattati non muoiono, ma emettono un nuovo virgulto da cui si sviluppa, verso l’alto, un tronco giovane.
Attorno al nucleo principale del Bosco, si trovano gruppetti di giovani alberi dai tronchi contorti perché deformati dai forti venti dominanti.
Mentre mi avvicinavo durante una tormenta sono proprio questi giovani faggi che hanno attratto la mia attenzione. Il vento furioso si accaniva contro i tronchi depositando un rivolo di neve nel lato sopravento, perfetto per un bell’effetto grafico: forme nette e sinuose in bianco e nero. Anche la ricrescita di giovani piante alla base dei tronchi contribuiva in maniera non secondaria all’effetto di gradevole chiaroscuro generale.
La nebbia andava e veniva annullando lo sfondo e mettendo in risalto i soggetti principali. Le condizioni ambientali con raffiche di vento da ogni dove non erano certo ottimali, ma l’immagine c’era e allora, piantato il cavalletto, ho iniziato la serie di scatti facendo attenzione ai fiocchi candidi che finivano inevitabilmente sulla lente dell’obiettivo.
Alla fine ho deciso di trasformare l’immagine in bianco e nero, sicuramente la scelta migliore per evidenziare il carattere grafico della fotografia


Piano Grande e Monte Vettore sullo sfondo
Fine dicembre 2014

Sono come una calamita. Intendo i Sibillini d’inverno. Andarci per me è come fare visita ad una persona di famiglia e ogni occasione è buona. 
Di quel paesaggio posso dire di conoscere ormai ogni angolo, riesco ad immaginare ogni dettaglio. Penso alle condizioni meteorologiche e immagino il monte Guaidone al tramonto con le nuvole rosa che indugiano sulla vetta o Fosso Mergani con le polle d’acqua gelate, circondate dai grandi ciuffi secchi di carici, paesaggio palustre misterioso e insolito per un ambiente calcareo come quello dei Sibillini. Una ferita profonda il Fosso Mergani, scavata dalle acque sulla superficie soffice, piatta, infinita del Piano Grande. Vista dall’alto, quell’incisione curva e ramificata spezza l’uniformità dell’altipiano e aggiunge carattere, arricchisce.

Fosso Mergani dopo una leggera nevicata

Da casa controllo le previsioni, corro con l’immaginazione, decido di andare e tutto sembra scontato, prevedibile. Poi arrivo e, ogni volta, qualcosa di imprevisto succede. E sorprende, in positivo o in negativo.
Ho già fotografato i Sibillini in primavera e in estate per l’Altroversante, ma il fascino sottile di questi luoghi sta nella diversità, negli aspetti contrastanti del paesaggio visto attraverso le stagioni. Verde smeraldo in primavera, tutti i colori del mediterraneo in estate nella ormai arcinota fioritura dei campi di Castelluccio e luci e solitudine da grande nord in inverno. 
Ho deciso di tornare in questi ultimi giorni dell’anno a visitare questo cuore selvaggio dell’Umbria, proprio per fotografare un aspetto di questi monti che, secondo me, non può mancare nel nostro progetto.
L’ inverno d’altronde è la mia stagione preferita. Le perturbazioni frequenti regalano spesso luci da favola, mentre neve, ghiaccio, brina sono in grado di trasformare il luogo più ordinario in qualcosa di nuovo e sorprendente. 
Per l’Altroversante vorrei proprio questo: i Sibillini nella migliore veste invernale. Ma il riscaldamento globale sta complicando le cose, il freddo non arriva mai e la voglia di inverno vero sembra debba restare un sogno.
Il clichè si ripete: un’occhiata alle previsioni, dovrebbe arrivare la neve che finora ha latitato e le temperature dovrebbero abbassarsi con l’arrivo del vento da est. 
Carico nel camper tutta l’attrezzatura, non mancano piccozza e ramponi, voglio tentare una bella ascesa per delle riprese in quota, mi chiedo quanta neve ci sarà. 
La batteria di servizio è carica, nel gasolio aggiungo un additivo antigelo, le gomme termiche sono nuove di zecca. Tutto sembra pronto, non resta che partire.
Arrivo e le previsioni si dimostrano esatte: la neve c’è, ma poca, in compenso il vento non manca di certo. Soffia da levante e solleva qua e là improvvisi mulinelli di polvere candida, la strada è a tratti invasa da folate di nevischio impalpabile trasportato dalla forza del vento. Tale è la velocità delle raffiche che la neve viene polverizzata e, in controluce, ha l’aspetto della nebbia. Invade l’asfalto mantenendosi bassa ma, quando si solleva, il paesaggio scompare e tutt’intorno diventa bianco e indistinto, una sensazione poco rassicurante, soprattutto mentre sei alla guida. 
Non è la prima volta che mi capita d’inverno, ma stavolta la forza del vento è tale da spostare il furgone. Non c’è che dire, una vera bufera. L’inverno che è partito decisamente sottotono sembra in questi giorni voler recuperare il tempo perduto, intanto però l’ascesa in montagna è rimandata. Impossibile solo pensare di salire con queste condizioni, sarebbe un suicidio. 

Monte Argentella e Colli Alti e Bassi

Mentre il tramonto si avvicina le raffiche si intensificano e il freddo si fa intenso; sono solo pochi gradi sotto zero, ma con questo vento le dita si intirizziscono anche se protette dai guanti. 
Una bella luce rosata dipinge il monte Argentella, mi piace, decido di scendere, anche se abbandonare il calduccio del camper richiede un vero sforzo di volontà. Parcheggio il furgone in modo da sfruttarlo come parziale riparo. Anche con la fotocamera posizionata sul treppiede, il rischio di mosso c’è e poi il nevischio è dappertutto e arriva facilmente sulla lente frontale dell’obiettivo. Faccio una serie di scatti e, quando la luce se ne va,  scendo verso Visso. Passerò la notte laggiù, domani sono previste altre nevicate e con questo vento gli spazzaneve avranno un bel da fare nel tenere libera la strada. 
La notte passa tranquilla, ma al mattino trovo neve fresca. Gli spazzaneve sono già passati, c’è solo una corsia libera, ma decido di provare a salire lo stesso. Sul valico trovo condizioni simili al giorno precedente, forse peggiori. La visibilità è assai scarsa a causa della neve sollevata dal vento furioso, la carreggiata è invasa da lunghe strisce candide. Mi convinco presto a tornare sui miei passi: meglio rinunciare, ci saranno altre occasioni per tornare, ne sono sicuro.