Senza voler fare torto a nessuno dei luoghi meravigliosi visitati per L'Altro Versante, io inizio a pensare che gli "altri versanti" italiani non siano distribuiti in maniera uniforme nella Penisola, ma che gran parte di essi si nasconda piuttosto sulle isole e nel Meridione. I calanchi lucani, le fiumare aspromontane, le gole e i vulcani siciliani... Ciascuna missione nelle regioni dell'Italia centro-meridionale ci ha offerto sempre il grande piacere e il senso di meraviglia di una vera e propria (ri)scoperta.
Ultimamente, io sto provando un'infatuazione acuta per la Sardegna e le sue montagne, infatti. Ciò non deve sorprendere: forse il mio sangue abruzzese si riconosce nelle asperità e nell'aspetto severo delle zone interne di quest'isola meravigliosa. Nel Maggio 2016, dopo aver concluso la mia missione nel Montiferu, massiccio basaltico nella parte occidentale della Sardegna, e rientrando verso Olbia lungo la SR 131, ho ammirato un gigantesco dente calcareo che sfilava alla mia sinistra. A occhio e croce sembrava lungo una ventina di chilometri: una lama bianchissima e isolata rispetto alle altre montagne, circondata com'era da un paesaggio ondulato e più gentile. Era il Monte Albo, una vera e propria "isola" nell'isola. Ed è stato amore a prima vista.


E così, dovendo tornare in Sardegna lo scorso giugno, ho pianificato alcuni giorni di esplorazione su questa montagna affascinante. Il punto di partenza è stato Posada, provincia di Nuoro, incantevole cittadina poco lontana dal mare, dove ho incontrato colui che mi avrebbe fatto da Cicerone per queste zone, l'antropologo Angelo Canu. Dopo un caffé veloce nel bar del paese abbiamo guidato alla volta di Siniscola e da lì alla parte più aspra e rocciosa del massiccio. Lungo la strada dovevamo raccogliere un altro amico, grande esperto del Monte Albo: Gino Ruiu, forestale e alpinista, nonché Assessore all'Ambiente del Comune di Lodé. Insieme avremo percorso un vecchio sentierio ad anello che culmina con la cima di Punta Cupetti. Camminando al cospetto di lecci millenari rimasti abbarbicati alle pareti, dove nidifica l'unica colonia sarda di gracchio corallino e riecheggia il canto del passero solitario, abbiamo risalito pian piano il ripido versante. Il sentiero attraversava commoventi distese di Santolina corsica, meraviglioso arbusto endemico dai fiori gialli che, in tutto il mondo, si trova solo qui e in Corsica. Abbiamo misurato i passi per godere il più possibile della frescura dell'ombra e di una piacevole brezza che mitigava il peso dello zaino sulla schiena.


L'arrivo alla zona sommitale, con il passaggio dall'oscurità alla luce, è stato un po' traumatico. Alle condizioni ideali della prima parte dell'escursione, si è andato sostituendo infatti un caldo intenso, accompagnato da un vento sferzante e un paesaggio accecante, dovuto alle rocce bianchissime che riflettevano la luce del tardo mattino. Davanti ai miei occhi, chilometri di calcare, campi carreggiati, massi isolati e una vegetazione stentata, prodotti da millenni di pastorizia e condizioni climatiche particolarmente dure. Qua e là si vedeva qualche alberello contorto di pero selvatico, sotto qui si affollavano delle capre per sfuggire al sole. Difficile pensare che sotto ai nostri piedi si sviluppava uno dei complessi di grotte più importanti della Sardegna, nella cui oscurità vive uno dei gioielli della fauna isolana: il geotritone del Monte Albo. Questo raro anfibio dai colori vivaci è un vero e proprio relitto biogeografico, rimasto "isolato" nelle cavità di questa brulla montagna dai suoi conspecifici sin dalla notte dei tempi.

Lentamente gli occhi si abituano alle condizioni di luce intensa e al nuovo orizzonte. In cielo una coppia di corvi imperiali segue con curiosità i movimenti di questi tre umani dispersi nel paesaggio lunare. Da lontano provengono le grida profonde di un pastore che richiama il suo gregge. A sud la foschia ha nascosto le vette del Gennargentu e a oriente le invitanti acque azzurre del mar Tirreno sembrano così vicine...  

La stretta fenditura sembra una ferita aperta sulla pelle ruvida e rugosa di un enorme dinosauro. Al suo interno, un flusso ininterrotto di lava color rubino scorre tra sbuffi di vapore puzzolente, si incanala in un tunnel di roccia e scompare alla vista per riemergere poco più a valle e proseguire la sua discesa seguendo il profilo del pendio. Un fiume rosso che scende formando una linea sinuosa, indifferente e sicuro, niente sembra in grado di fermarlo. 
Il calore è insopportabile e costringe a tenere le distanze, anche se lo spettacolo ha qualcosa di ipnotico: gli occhi non riescono a staccarsi da quel fluido denso e incandescente che proviene dalle viscere della terra. I suoni ancestrali che lo accompagnano, cupi o sibilanti, arrivano improvvisi, a intervalli irregolari, e fanno sussultare e venire la pelle d’oca.
Sono con Luciano Gaudenzio e altri amici, ci troviamo sull’Etna a oltre 3000 metri di fronte a questa bocca eruttiva in piena attività, uno spettacolo unico, che ci riporta ai primordi della Terra, affascinante e inquietante, come la Natura sa essere quando decide di mostrare la sua potenza inimmaginabile.
Sono emozionato, salire è stato faticoso per il dislivello, ma soprattutto per aver dovuto attraversare gli ammassi caotici di diversi campi di lava, residui più o meno recenti di passate eruzioni. L’emozione fa però presto dimenticare la fatica. 
Capisco di non essere per niente preparato a quanto vedo: ero venuto senza particolari aspettative e la mia reazione un po’ mi sorprende. Ma anche Luciano, che sta di fianco a me, è coinvolto, ci scambiamo brevi frasi, facciamo previsioni sul momento migliore per scattare un’ immagine che non poteva mancare nel nostro progetto. 

Ma, al di là di questo, quella che resterà impressa è l’esperienza vissuta e condivisa, un’altra delle tante, straordinarie opportunità che il progetto L’Altroversante ci ha concesso di vivere.



UN PAESE MILLE PAESAGGI - Le montagne d’Italia viste da L’Altro Versante in mostra a Trento, Palazzo delle Albere, dal 28 aprile al 20 agosto 2017.

Il 28 aprile 2017, nell'ambito del Trento Film Festival, si inaugura la mostra fotografica e cinematografica de L’Altro Versante, il primo progetto multimediale dedicato al paesaggio italiano.

Vi aspettiamo numerosi per incontrare gli autori nello splendido Palazzo delle Albere che ospiterà foto e video de L'Altro Versante fino al 20 agosto.











Sempre alla ricerca di posti nuovi da scoprire e far conoscere, la Val di Gares è stata una piacevole ed inattesa sorpresa.
Ci troviamo in comune di Canale d'Agordo, tra Falcade e Cencenighe, a pochi chilometri da uno dei comprensori sciistici più importanti e frequentati delle Dolomiti, il Passo San Pellegrino.
Sono sincero, arrivo qui per caso.
La Val di Gares è infatti conosciuta soprattutto tra gli appassionati di sci di fondo e proprio questo è il motivo che mi ha condotto qui: accompagno mio figlio ad una due giorni di gare che si tengono proprio in questa località.
Come gran parte degli ultimi inverni, quest anno la neve si è fatta aspettare a lungo ed è comparsa in modo tardivo e timido solo a metà febbraio, dopo un lungo periodo di freddo intenso e meravigliose giornate senza l'ombra di precipitazioni.

La Val di Gares è una valle fredda e scura, considerato che durante tutto l'anno e in particolare in questo periodo, qui il sole compare per poche ore al giorno.
Lungo la stretta strada che conduce verso la fine della vallata dove sono tracciate le piste da fondo, siamo letteralmente rapiti dalle splendide condizioni atmosferiche che ci accolgono.
Ha nevicato abbondantemente tutta la notte ed ora raggi di luce si insinuano tra le forcelle delle severe cime che circondano la valle, il gruppo delle Pale di San Martino e quello delle Pale di San Lucano.
Nuvole basse in continua trasformazione avvolgono la foresta che sembra quasi respirare.
Il mio sguardo passa frenetico da una parte all'altra della vallata.
A sinistra, il cielo si colora di un azzurro plumbeo intenso, mentre a destra, alcuni costoni rocciosi di pura dolomia, mi ricordano alcuni scorci del Parco Nazionale di Yosemite, visti e studiati negli scatti del mitico fotografo americano Ansel Adams.
Passo la successiva mezz'ora nel cercare di ritrarre questa piccola e selvaggia valle dolomitica, sapendo già in cuor mio che le emozioni e le suggestioni provate dal vivo saranno difficilmente comunicabili.






L’inverno sta per finire e la primavera è ormai alle porte. La natura, lentamente, si risveglia dal letargo nel quale è stata immersa nella stagione fredda e nei boschi, nelle giornate più tiepide, gli uccelli cominciano a far sentire la loro voce. 
Uno dei suoni più misteriosi ed intriganti è il tambureggiamento dei picchi. Un rumore secco e ritmato, simile a quello prodotto da un tamburo  ripetutamente percosso che si ode distinto, anche da lontano, mentre rimbalza di tronco in tronco tra gli alberi della foresta.
E’ un segnale di avvertimento: il picchio lo produce colpendo freneticamente un ramo col becco robusto per delimitare il proprio territorio, per avvertire cioè i competitori di starsene alla larga. 
Il messaggio è di importanza cruciale, perciò l’uccello sceglie con cura il ramo secco da utilizzare, ne vuole uno che abbia tutte le caratteristiche giuste. 
Questo è quanto avviene di solito, ma, come si sa, la natura è piena di sorprese. Sorpreso e divertito sono rimasto quando, nel corso di una escursione fotografica in Valnerina per L’Altroversante, ho trovato questo picchio rosso maggiore che tambureggiava con grande lena non su un banale ramo secco, ma sulla lamiera di un lampione che svettava sul bordo della strada, vicino ad un bosco e a un gruppetto di case abbarbicate sul pendio della montagna. 
Evidentemente l’uccello aveva deciso che le qualità acustiche di questo nuovo mezzo, così a portata di ala, fossero ben superiori a quanto la natura era in grado di offrire. E in effetti come dargli torto: il suono prodotto era assai netto e si diffondeva cristallino nell’aria immobile di quel mattino sereno, a grande velocità. La scatola metallica del lampione si dimostrava un’ottima cassa di risonanza.
Abbiamo la tendenza a creare limiti netti tra l’artificiale e il naturale, tra urbano/umano e naturale/selvatico, ma questi confini si rivelano il più delle volte immaginari. Ce lo dimostra il picchio rosso sul lampione, come anche tutta la schiera di creature selvatiche che decidono di vivere nelle nostre città: volpi, falchi pellegrini, gabbiani, storni... L’elenco è nutrito e potrebbe diventare ancora più lungo, sarebbe sufficiente un  pizzico in più di tolleranza da parte nostra e un ambiente urbano reso più vivibile.




Colori d'autunno - San Martino del Carso
Erano mesi che pensavo a questa missione sul Carso.
Ho ricordi bellissimi di questo territorio che, nel periodo autunnale, offre scorci di rara bellezza, legati alle splendide sfumature di rosso, giallo, arancione del Scotano (Cotinus coggygria) chiamato anche albero della nebbia per via degli eleganti pennacchi bianchi che, come sbuffi di vapore, fuoriescono dal cespuglio.
Una varietà e eleganza cromatica rara. Senz'altro uno dei più suggestivi foliage in Italia e nel mondo.
Geograficamente parlando, ci troviamo in Friuli Venezia Giulia, tra Gorizia e Trieste.
Il mare è vicino pochi chilometri, tanto più che il Carso offre suggestivi scorci sul Golfo di Trieste e sulla vicina Laguna di Venezia.
Pochi sanno però che il clima qui è continentale, tipico di una zona di media montagna, con specie vegetali e animali caratteristiche di questa fascia altitudinale.
È facile, camminando lungo uno dei tanti sentieri che lo attraversano, essere sorpresi dal canto in volo di un picchio nero che si sposta da una macchia di pini neri all'altra.
Il Carso è una continua sorpresa, anche per chi, come me, lo frequenta da tantissimi anni.
Per questa particolare "montagna", volevo scoprire un posto nuovo, rispetto a quelli che già conoscevo, un luogo che in sè potesse racchiudere, la bellezza del paesaggio, la varietà degli aspetti vegetazionali, il ricordo del passato.
Un passato che qui riemerge quasi ovunque. E in particolare nelle vecchie trincee di guerra,  sapientemente riportate alla luce e restaurate da centinaia di volontari e appassionati e dalle Pubbliche amministrazioni che, almeno per una volta, hanno intuito l'importanza della memoria unita alla valenza turistica e naturalistica di questi luoghi.
Così, dopo un paio di giorni di sopralluoghi, la mia scelta è caduta su una delle cime più combattute durante la prima guerra mondiale, il Monte San Michele, quasi 300 mt sul livello del mare.
Da qui il paesaggio è incantevole, con scorci fantastici sul Mare Adriatico e distese quasi infinite di alberi della nebbia.
Con una tale abbondanza di soggetti fotografici realizzare delle immagini non banali è sempre molto difficile, ma  anche dietro ad un'apparente confusione molte volte si cela un ordine quasi perfetto.
È ormai sera e gli ultimi raggi di luce filtrano tra i rami di un pino nero illuminando dolcemente le foglie variopinte dei cespugli che sto inquadrando.
Sul sentiero che mi riporta verso la macchina ritornano alla mente i versi di Ungaretti, che proprio a questa zona, ha dedicato una struggente poesia.

San Martino del Carso

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato


 

Da ieri il vento spira forte da sud-ovest e spinge scie di nuvole soffici come zucchero filato dalle vette più alte verso  quote medie, là dove il fitto manto di boschi si interrompe per lasciare spazio a verdi radure rigogliose, frequentate da pochi animali domestici e da una ricca popolazione di ungulati: caprioli, cinghiali e qualche cervo. 
Decido di fotografare qui al tramonto, sperando che le nuvole vengano colorate da una bella luce calda. 
Il crinale, d’altra parte, è avvolto da una fitta coltre grigia e non lascia speranze per oggi. 
Nel tardo pomeriggio, in compagnia delle guide, ci dirigiamo speranzosi verso il luogo prescelto, ma il tempo sta cambiando, il vento, teso e forte fino a poco tempo prima, cala d’intensità: mentre ci avviciniamo, delle belle nuvole che strisciavano sopra i fianchi morbidi della montagna non v’è più traccia, il sole prevale e solo grandi cumuli bianchi restano sospesi, alti e immobili, nel cielo. Le mie previsioni si sono rivelate sbagliate, non sembra questo il posto giusto stasera.
Ma ormai è fatta, non c’è più tempo per cambiare e allora con i forestali Giulio e Paolo avanziamo sul sentiero che ci porterà verso un bel poggio erboso, un luogo panoramico, da dove la vista spazia sul paesaggio ampio, avvolto dalla luce del tardo pomeriggio. 
Pazienza per le nuvole sparite, speriamo comunque in un bel tramonto e poi ci sono pur sempre gli animali. Mentre camminiamo sorprendiamo un gruppo di una trentina di cinghiali, femmine adulte con i piccoli. Pascolavano nell’erba e sono fuggiti rapidi verso l’intrico della vegetazione al nostro avanzare, con i piccoli che si intravvedono appena correre saltellando, affannati, tra le alte erbe mentre cercano di seguire da vicino gli adulti. 
“Stasera spero di vedere un cervo” dice Giulio ed io replico che mi sarei accontentato di tre lupi, così, tanto per dire. 
L’aria è mite, calma ed è bello sedere e godersi tranquilli l’attesa dopo giorni e giorni di alzatacce e lunghe scarpinate su pendii ripidi. Per prudenza e abitudine parliamo a bassa voce, poi ognuno trova un posto preferito dove sedersi e aspettare. Siamo a poca distanza l’uno dall’altro, ho montato il teleobiettivo e lo tengo pronto, penso tra me e me che un capriolo ambientato in quel paesaggio non sarebbe niente male. Rilassato, aspetto e cerco di immaginare come apparirebbe  un capriolo se sbucasse nel posto giusto. 
Il tempo scorre e non succede niente di particolare, ogni tanto sento le voci basse di Giulio e Paolo che conversano, ma non posso vederli. 
Sono le otto passate quando, all’improvviso, Giulio striscia nell’erba alta verso di me e, eccitato, sibila a voce bassa e controllata: c’è un lupo! Indica il versante opposto e scompare. Mi alzo seguendo l’istinto, ma penso che stia scherzando, non ci penso proprio che possa essere accaduto davvero. 
I due lupi sono invece proprio lì, al centro della grande radura, uno ci guarda. Incredibile. 
Sono a duecento metri da noi, non certo vicinissimi per il mio corto tele, ma perfettamente visibili nella luce calda e limpida. Scatto istintivamente mentre i due predatori si spostano, si fermano, ci guardano di nuovo e poi, dopo attimi interminabili, corrono decisi al riparo della faggeta e scompaiono alla vista. 
L’eccitazione è quella delle grandi occasioni: ancora increduli, ci scambiamo sorrisi e sguardi soddisfatti mentre commentiamo l’accaduto. Paolo li ha visti per la prima volta, per me non è certo così, ma questo incontro durante una missione per L’Altroversante assume un valore particolare, lo considero un segnale positivo e un buon auspicio. 
E poi oggi è il 27 giugno, e domani il giorno del mio compleanno. Non potevo certo aspettarmi regalo migliore.




La sveglia come al solito squilla presto, troppo presto. Un veloce caffè e si parte, ancora mezzi addormentati. Per una volta, tutti e tre insieme. Io, Luciano e Maurizio ci troviamo a camminare in fila indiana lungo la strada di montagna. Ad ogni tornante questa sembra diventare sempre più ripida e il ritmo affannato del respiro diventa quasi ipnotico, facendoci chiudere ognuno in sé stesso. Dopo due ore di passi ritmati, affanno e silenzio, siamo sull'altipiano. È ancora buio ma il cielo sereno e la poca nebbia fanno presagire un'alba cristallina e dalla luce piatta. Peccato, nonostante il grande sforzo non c'è proprio quell'atmosfera che cercavamo per questo angolo poco noto delle Dolomiti!

Il freddo è pungente e a terra un sottile strato di brina ricopre tutto. Aspettiamo la prima luce per scattare qualche immagine e io sospiro immaginando la piana davanti ai nostri occhi ricoperta di nebbia o neve: sarebbe stata una gran foto! Ma non ci si perde d'animo e tutti iniziamo a inquadrare il paesaggio davvero particolare di questa piana "appenninica" sbattuta nel cuore delle Alpi. Quando il sole sorge, il tepore dei suoi raggi è piacevole, ma la luce, ancora una volta, è piuttosto ovvia e poco attraente.

Io e Maurizio abbiamo un lungo viaggio che ci aspetta, per rientrare nelle rispettive regioni del Centro Italia, e iniziamo a pensare di mettere via l'attrezzatura e scendere all'auto. Eppure, insoddisfatti, continuiamo a scandire il paesaggio per cercare un'inquadratura che dia giustizia al luogo. E così, affetto per un attimo da "fotofobia", inizio a guardare con attenzione nelle zone in ombra, lontano dalla luce. Così mi accorgo di questa zona di doline carsiche che si estende alla base di un pendio montano. La luce rifratta e la brina che permane danno un tono azzurro alla scena, mentre la lingua di un ghiaione ha un colore più caldo. Inizio a scattare, stringendo l'inquadratura con l'obbiettivo più lungo che ho con me e le immagini iniziano a piacermi. Faccio appena in tempo a trovare la composizione giusta che il sole arriva anche qui e riempie il mio obbiettivo di luce e riflessi, facendo scomparire la fredda magia.





Luglio. Non c’è niente da fare, l’estate è in fondo alla mia lista delle stagioni. Amo l’inverno, ho dedicato un libro intero all’argomento, ma non è per presa di posizione che trovo l’estate poco interessante. Ci sono dei dati oggettivi, dei motivi incontestabili. Quando trovate cieli costantemente sereni, piatti, afa e foschia, tutti elementi che non aiutano certo a scattare foto mozzafiato, direi nemmeno decenti? 
E poi il caldo e la fatica della salita, i vestiti zuppi di sudore, che vanno subito cambiati quando arrivi in cima, per poi ritrovarseli  dopo poco esattamente come prima.
Ma l’Altroversante è un progetto ambizioso, le missioni in programma sono tante, e così è inevitabile che qualcuna debba essere fatta in questa stagione. Cerco di consolarmi così mentre guardo il cielo sereno, il velo denso di foschie che nasconde i profili dei monti verso la pianura padana dall’alto del crinale dell’Appennino Tosco-Emiliano, sul quale cammino in cerca di ispirazione. 
Ma la frustrazione strisciante non si placa.  La sensazione di trovarsi davanti ad un bel paesaggio di verdi pendii ripidi ricoperti di incredibili distese di mirtilli, ammantati da boschi rigogliosi, punteggiati da una varietà di laghi e laghetti lasciati in eredità da antichi ghiacciai e trovare il tutto sotto un cielo senza una nuvola, con una luce sempre troppo dura, eccessiva, sta facendomi perdere la fiducia. Sento la voglia di sfogarmi un po' e parlo di questo  con Roberto e Giuseppe mentre camminiamo sul crinale del Monte Prado. Sono le mie brave guide e assentono, ma senza troppa convinzione, si vede che godono del vento e della “splendida” giornata soleggiata, come  biasimarli?
Siamo arrivati in netto anticipo sul tramonto e così mentre loro si rilassano, lasciato lo zaino a terra, faccio un giro esplorativo per trovare l’angolo migliore per la sera. Qualche nuvoletta sparuta si vede sopra al profilo del Cusna, chissà che non regga fino al calare del sole e si tinga di rosa. 
Le ore passano, si fa sera e, inaspettata,  arriva la sorpresa:  il “marino”, così lo chiamano quassù, un vento da sud-sud-ovest aumenta d’intensità e nuvole sottili cominciano a formarsi sotto i nostri occhi sospinte a gran velocità lungo i pendii. Sono esili, sparute, poco più che sbuffi di vapore all’inizio, ma poi mano a mano che passa il tempo aumentano di volume, fino a diventare nebbia intensa che tutto copre, annullando il paesaggio. A questo punto il mio umore cambia, repentino, come il tempo. Siamo in prossimità del tramonto e, se la nebbia si attenuasse, le possibilità di una vera foto da Altroversante si farebbero concrete. Ora sono in attesa trepida e l’adrenalina comincia a scorrere quando vedo che la nebbia, a tratti, si dirada davvero. Il vento è forte, le raffiche improvvise e anche se il treppiede è ben piazzato, non si sa mai, meglio cercare di stabilizzarlo ancora di più. Chiedo a Roberto di aiutarmi a tenerlo fermo con le mani, e’ freddo e gli  presto volentieri i miei guanti. Il suo aiuto è prezioso e generoso, apprezzo assai la sua collaborazione. Con la coda dell’occhio mi accorgo che alle nostre spalle Giuseppe, sorridente, sta iniziando a scattare col telefonino.
Nel momento cruciale si creano varchi nella nebbia, il paesaggio appare e scompare, mentre il flusso delle nuvole cambia, mutevole come non mai. Ora appare nitida una cima, ora un’altra. Tutto è giallo e rosso, ogni foto diversa, mentre scatto veloce e i tempi lunghi d’esposizione sfumano le nuvole in movimento. Scatto e sono eccitato, controllo in fretta il monitor, scambio battute a voce alta con Roberto, anche lui coinvolto dallo spettacolo e dal mio entusiasmo, e mi chiedo, in gran segreto, se sia il caso di cambiare opinione sull’estate.


Torrioni di terra, sovrastati da massi di porfido, che svettano sopra gli alberi, sfidando le leggi della gravità. Le piramidi di Segonzano, nella Val di Cembra in Trentino, sono in assoluto uno dei luoghi più stupefacenti che io abbia avuto la fortuna di visitare in Italia. L'azione combinata dell'erosione dell'acqua su depositi morenici lasciati da antichi ghiacciai e il peso dei massi che ha compattato la terra sottostante è all'origine di queste bizzarre e affascinanti sculture naturali. Questa è la spiegazione geologica, ma certo non stupisce il fatto che fino a qualche decennio fa, le persone ne attribuissero la nascita al diavolo piuttosto: sembrava impossibile altrimenti spiegare l'esistenza di questi enormi funghi terrosi. 

Sebbene siano il vanto e il fiore all'occhiello del paese di Segonzano, che giustamente ne va fiero, queste piramidi stanno lentamente scomparendo. Il tempo che scorre, i capricci del clima, il recupero della vegetazione sono tra i tanti fattori che contribuiscono al loro degrado. Non c'è tempo da perdere, quindi, se volete vedere di persona queste meraviglie della natura italiana!

Consapevole di tutto questo, durante la mia seconda missione in Trentino, nell'Ottobre 2015, sono arrivato a Segonzano con il desiderio di creare un'immagine diversa, fresca e forte allo stesso tempo, che onorasse l'unicità di queste piramidi e facesse quasi percepire all'osservatore la vertigine di trovarsi al loro cospetto.

Muoversi in questa zona però non è affatto sicuro. Il terreno è franoso e assai instabile. È assolutamente vietato (e a ragione!) abbandonare le passerelle e le paratie costruite allo scopo di visitare l'area e che permettono di ammirare in sicurezza i torrioni, ma che non permettono di variare molto l'inquadratura e, se vogliamo, privano un po' dell'ebbrezza di guardare nel vuoto... Come risolvere tutto ciò? Devo ringraziare l'esperienza e l'intuito del caro Daniele Lira, fotografo trentino d'eccezione, alpinista e mia guida preziosa in questa missione. Egli mi ha proposto di assicurarmi con delle robuste corde d'arrampicata per permettermi di sporgermi nei pressi di una delle piramidi più famose per inserire nella composizione anche la voragine alla sua base. L'obbiettivo grandangolare utilizzato ovviamente ha accentuato questa prospettiva. Il tocco finale è stato fotografare nel momento esatto in cui i primi raggi del sole al mattino hanno raggiunto il vertice della piramide. 
Volevo una foto in cui i toni caldi dell'arenaria illuminata e del bosco autunnale contrastassero con la luce azzurra delle zone d'ombra. Essere al posto giusto nel momento giusto è una delle regole d'oro della fotografia e non ha nulla a che vedere con la fortuna: nei giorni precedenti avevo già esplorato a fondo l'area appuntando visivamente gli scorci più interessanti e l'orario migliore in cui effettuare poi le riprese.


Giovanni, l'esperto e competente guardiaparco sta guidando la jeep su una strada di cava, di pendenza incredibile. L'auto avanza lentamente in mezzo alle nuvole. Tutto intorno è nebbia. Sono preoccupato di questo inizio missione nelle Alpi Apuane, in Toscana. Le previsioni per i giorni successivi non sono assolutamente confortanti. Poco prima della nostra destinazione, due ombre attraversano veloci la rotabile e si fermano un attimo ad osservarci.
Sono due mufloni, mamma con piccolo, che dopo pochi secondi spariscono nel bianco. Parcheggiamo e a piedi ci incamminiamo verso l'Antro del Corchia, il sistema carsico sotterraneo più esteso in Europa con più di 70 km di gallerie e pozzi, scoperti grazie ad anni di esplorazione geologica. Molto più facilmente, io e Giovanni, sfrutteremo il percorso turistico aperto dal Parco circa 5 anni fa e che si snoda nel cuore della montagna per circa 2 km. Avrò il privilegio di avere tutto il percorso appositamente aperto ad-hoc solo per me e per le immagini che andrò a realizzare per l'Altro Versante.

Non ci sono parole e immagini che possano descrivere quello che si può vedere al suo interno. Anche Giovanni pur essendo stato qui diverse volte, pare a momenti rapito dalla forza e dalla bellezza che stiamo incontrando. Usciamo dopo circa tre ore, per me di frenesia fotografica, per Giovanni di paziente attesa. Fuori la nebbia sta pian, piano dissolvendosi, lasciando posto alle ultime luci che finalmente mi fanno vedere la montagna "vuota" anche nel suo profilo esterno. Rifacciamo il percorso al contrario, in discesa, e ci dirigiamo verso un punto in cui le torri del Corchia, si dovrebbero incendiare incrociando gli ultimi raggi del sole. Giovanni, mentre faccio i primi scatti, mi dice che in quei frangenti somigliano un po' alle Dolomiti...





Il paesino di Pierosara nel Parco regionale delle Gole della Rossa, Marche

Nel marzo del 2014, con la prima missione nel Parco Regionale delle Gole della Rossa nelle Marche,  ho iniziato il mio percorso per il progetto L’Altroversante. Entusiasmo alle stelle, voglia di fare e di scoprire. 
Ora, dopo due anni abbondanti, provo a guardare indietro, a fare un bilancio, anche se parziale, perché il lavoro non è ancora terminato e altre missioni mi aspettano.
Ho visitato molti luoghi, alcuni conosciuti e frequentati altri più piccoli e meno noti. 
Ho conosciuto molte persone che in quei luoghi vivono e lavorano: direttori dei parchi, funzionari, guardaparco, pastori, ricercatori. Parlando sono emersi passione, preoccupazioni, problemi e speranze che mi hanno fatto conoscere aspetti più profondi dell’ambiente dove queste persone operano, luoghi che io non conoscevo prima e che ho potuto visitare grazie a l’Altroversante.
Un’esperienza umana che mi ha arricchito e che ha reso evidente l’interazione tra uomo e natura, che da sempre ha contribuito a modellare e trasformare il paesaggio. Purtroppo non sempre nella maniera migliore, ne abbiamo parlato un po' tutti noi tre fotografi nei nostri blog. Forse troppo poco, soprattutto per quanto mi riguarda. Ritengo che, non essendo il nostro un lavoro di denuncia, il messaggio che dobbiamo trasmettere debba essere positivo; il catastrofismo ottiene sempre  il risultato di provocare indifferenza e fatalismo. Ma non si possono tacere i problemi che esistono e che sono palesi. Certe ferite inferte in luoghi incantati rimangono impresse, non si dimenticano e rendono evidente come le battaglie per la difesa dell’ambiente contro indifferenza, inciviltà, ignoranza, interessi oscuri andranno avanti per tanto tempo ancora.
Ma la bellezza prevale in tanti dei luoghi visitati, è lì  a disposizione di chi vuole coglierla ed è questa consapevolezza che deve risvegliare in noi la voglia di andare a vederla, di toccarla con mano e di difenderla, se necessario.
Quando penso ai luoghi fotografati, mi tornano più spesso in mente quelli piccoli, appartati, poco conosciuti. Non che non apprezzi la spettacolarità delle grandi montagne alpine e appenniniche, ma forse mi viene più facile connettermi con quelli mai visitati prima o di cui ignoravo perfino l’esistenza, perché risvegliano in me stupore e sorpresa e stimolano la mia voglia di esplorare. Penso alle Gole della Rossa, con le sue grotte, le grandiose pareti calcaree, le valli boscose appartate e silenziose, anche se poste a poca distanza da strade, ferrovia, cave. In Sicilia l’altipiano di Argimusco con i suoi megaliti dai profili inquietanti, il canyon di Cavagrande del Cassibile negli altipiani iblei, dove natura e testimonianze storiche si fondono in un connubio perfetto. ll Bosco di Sasseto nel Lazio, con i suoi alberi monumentali e le atmosfere senza tempo. 
Insomma il bilancio è positivo e, pur nelle inevitabili difficoltà connesse alla realizzazione di un progetto complesso e ambizioso, l’entusiasmo non è calato. 
Nuove missioni e nuove esperienze all’orizzonte quindi, per dare una visione la più completa possibile dello straordinario, variegato paesaggio delle montagne italiane. Un patrimonio comune di valore inestimabile, apprezzato il tutto il mondo, da conoscere ed amare.









L’Altro Versante ospite per il « TEDx 2016 - make it possible".

 Si è tenuto recentemente a Novara l'edizione 2016 di questo prestigioso evento, con il nostro Bruno D’Amicis tra gli speaker invitati dagli organizzatori per raccontare « dalla viva voce di chi ha affrontato una sfida e ha trasformato un’idea in realtà, quali percorsi, emozioni, sinapsi e stupori accompagnano il cammino degli audaci ».

scoprite qui il video del suo intervento
https://www.youtube.com/watch?v=QhUZj7tRVzM


Sono nella Sardegna occidentale e alla guida lungo la bellissima strada statale 292 tra Oristano e Bosa. Alla mia sinistra scorre veloce un mare splendido, selvaggio e giustamente celebre in tutto il Mondo per il suo azzurro intenso. A destra si intravedono aspri rilievi rocciosi, ma giusto appena: sono coperti da nuvole basse e nebbia. Ancora qualche chilometro e la strada poi abbandona la riva del mare e, superata Cuglieri, si inerpica velocemente verso gli ora imponenti e brulli bastioni di roccia che emergono dalla vegetazione sempreverde. Curva dopo curva, attraverso un bosco fitto e buio di lecci e agrifogli secolari ricoperti di muschi e licheni avvolto dalla nebbia: è un bosco meraviglioso, ma il Mediterraneo sembra già così lontano!


Arrivo al luogo dell’appuntamento che il cielo è ormai tutto coperto e tira un vento fortissimo. Ad attendermi presso la zona nota come Badde Urbara, dove mostruose antenne e ripetitori della RAI si stagliano contro un cielo altrimenti libero, l’amico Giuliano Schintu di Santu Lussurgiu, che mi accompagna alla scoperta del misterioso Montiferru. In realtà Giuliano è l’amico di un amico, il caro Michele Rundine, anch'egli di Santu Lussurgiu anche se oramai marchigiano d’adozione e impossibilitato ad accompagnarmi, poiché bloccato sul "continente". Anche Michele come me è fotografo di natura e membro dell’AFNI (Associazione Fotografi Naturalisti Italiani) ed è stato lui ha propormi le “sue" montagne come meta di una nuova missione per “L’Altro Versante”. La primissima in Sardegna! 

A dover di cronaca, questa poi non è nemmeno la mia prima escursione sul Montiferru, ma già la quarta da quando è iniziata la missione. In effetti, non è affatto un posto facile da fotografare. La vicinanza al mare e l’esposizione ai venti rendono il clima su queste montagne assolutamente imprevedibile. Lo raccontano i tanti alberi contorti, piegati dal Maestrale che qui ulula prepotente. O l’abbondanza di muschi e licheni, e di fitti cespugli di erica, pieni di polline che sembra polvere di cipria: elementi vegetali che tradiscono condizioni ambientali simili a quelli delle coste atlantiche. Infatti sembra di essere, non so, in Galizia, piuttosto che su un’isola mediterranea! 
Dal lato interno, la zona d'altronde ha un aspetto semi-desertico e in alcuni punti incendi e pascolo non hanno lasciato molta vegetazione. Qui sono stati effettuati abbondanti rimboschimenti con conifere improbabili a ricoprire quello che un tempo doveva ospitare la vegetazione originaria. Se però ci si dimentica di stradine, antenne e pinete il paesaggio è grandioso e selvaggio. Nonostante la fauna sia ancora abbastanza ricca, con martore, cervi, mufloni e falchi pellegrini, vien facile immaginare un tempo quando non mancavano voli di grifoni sulle falesie e avvoltoi monaci costruire il loro nido enorme sui lecci centenari. 

Ecco perché sono ancora qui sul Montiferru. Voglio ritentare la sorte, sperando finalmente in un tramonto che mi permetta di dare il giusto risalto alle sue guglie basaltiche, alle falesie scure e minacciose nate da colate laviche. Attendo una luce che renda duratura l’emozione così attesa di un'apparizione dei mufloni... Voglio onorare chi mi ha fatto conoscere questo posto. Ma la verità è che in fondo mi piace proprio il Montiferru, così indifferente e poco appariscente. Una montagna dal fascino che conquista piano piano. E così scopro di essermi innamorato del canto delle sue magnanine, dei profumi della sua macchia, delle forre profonde e buie, dei corvi imperiali che fanno acrobazie nel vento. 

Giuliano sale sulla mia auto e ci inoltriamo su una sterrata dal fondo piuttosto sconnesso, che ci porterà in una delle zone dove ho già individuato alcune inquadrature interessanti e dove voglio attendere di nuovo la fortuna. Insieme abbiamo girato già diverse località del massiccio: Michele Rundine ci aveva fornito una lista lunga e commossa dei luoghi da non perdere assolutamente. Ci sarebbero volute non una ma tre, quattro missioni per dare giustizia a così tanti posti meravigliosi. Dalle cascate di Sos Molinos al bosco di agrifogli di Silbanis. La veduta dalla Madonnina di Su Monte 'e s'ozzu e ancora lo sguardo che dalla cima di Monte Entu spazia sul mare sino a Capo Marargiu: che meraviglia! Ho anche avuto la fortuna di essere accompagnato da un'altra guida d'eccezione, il caro Gabriele Pinna, ornitologo e ambientalista oristanese della prima ora, con cui ho esplorato il versante meridionale del Montiferru. Con lui avrei voluto passare più tempo sul monte di Seneghe, percorrendo sentieri dimenticati per perdermi nei suoi boschi di leccio o tra le sughere secolari. Ogni giorno, avrei voluto attendere l’arrivo della sera nei pascoli alle falde delle montagne sperando di udire il richiamo d'amore delle ultime galline prataiole del nostro paese e, magari, ammirarne le parate nuziali. Ma anche se a noi tre fotografi de "L'Altro Versante" piace lavorare con lentezza, da "slow photography", il tempo è sempre tiranno.

Anche stasera il maltempo non sembra darci tregua. Dopo una breve, promettente schiarita, è tornata la nebbia e il Montiferru, con la sua cima più alta, il Monte Urtigu è di nuovo inghiottito nel suo mistero. La speranza di riuscire a scattare qualche buona fotografia svanisce rapidamente. Mi consolano dei simpatici venturoni con il loro verso a trombetta e una coppia di corvi imperiali incuriositi da queste due rare figure umane nel paesaggio desolato. Lentamente ripieghiamo verso l'auto e verso le nostre dimore. Pazienza, dovrò tornare ancora sul Montiferru perché sono ansioso di vedere finalmente il sole baciare finalmente questo bizzoso vulcano addormentato!





Percorrere in solitudine un bosco è sempre stata per me un’esperienza intima. Soprattutto quando gli elementi si scatenano e raffiche di vento impetuoso fanno ondeggiare rami e tronchi ammantati di nebbia. Allora è come se la foresta facesse sentire la sua voce profonda, un mugghiare, un lamento, a tratti un ringhio spaventoso, che sembra provenire dal passato remoto e ci ricorda che i nostri tempi e quelli della foresta sono distanti. Ma anche che possono ricongiungersi, entrare in contatto quando camminiamo tra gli alberi e ci inoltriamo in questo mondo di mezzo, sospeso, capace di trasportarci, come per incanto, dall’odierno al passato lontano.
Se ci soffermiamo a riflettere sul tempo degli alberi rimaniamo sconcertati: molte specie impiegano centinaia di anni a crescere, altre centinaia a vivere e ancora secoli a morire. Alcune, come le sequoie americane, i nostri stessi ulivi, i tassi superano indenni i millenni.
In una giornata di fine maggio il cielo prometteva pioggia, grandi nuvole avvolgevano la sommità del monte Coscerno in Valnerina e proprio queste condizioni speravo di trovare quando sono salito verso Macchia Cerasa o Bosco dei Cento Faggi come i locali la chiamano, una faggeta che ricopre i pendii ad alta quota di questa bella montagna solitaria. Sul suo margine esterno i venti furiosi delle tempeste hanno costretto i tronchi a crescere contorti e sinuosi, talvolta striscianti come enormi serpenti dall’aspetto inquietante: lisci, lucidi e di colore rossiccio quando sono bagnati dalla pioggia. 
Erano molti anni che non venivo quassù e ritrovare la faggeta, riconoscere alcuni degli alberi è stato come venire a trovare un vecchio, buon amico che non si vede da tanto tempo. Una sorta di tacito appuntamento, seguito da sollievo quando mi sono reso conto che non vi erano stati grossi cambiamenti, né alberi abbattuti.
Ho letto tutto quello che ho potuto sul bosco e sugli alberi e continuo a farlo volentieri ogni volta che mi si presenta l’occasione. Lo faccio per cercare di capire, di meglio penetrare il mistero del rapporto che con questo ambiente è possibile instaurare. Un rapporto le cui radici si spingono nel profondo e la cui essenza non è facile da chiarire.
Le foreste non sono un insieme di alberi, ma un mondo complesso, capace di stimolare, come pochi altri, la nostra mente. Da sempre sono stati essenziali per l’immaginazione, come dice Robert Macfarlane nel suo “Mondi selvaggi” e, oltre a suscitare in noi diversi modi di essere e di percepire, sanno stimolare gli spiriti in modo sempre diverso. Una foresta non è solo un organismo vivente che ospita tante forme di vita diverse, ma è anche depositaria del nostro immaginario collettivo. Abbiamo un bisogno assoluto, profondo di entrare in contatto con il bosco, ne va del nostro stesso benessere psicofisico.
L’uomo ha iniziato a tagliare e bruciare le foreste per ottenere legname e spazi aperti già nel Neolitico in Europa. Nel corso dei secoli, il rapporto con i boschi è stato altalenante, contraddittorio: sfruttamento delle risorse tout court e ammirazione e venerazione si sono alternati e intrecciati. Nel nostro tempo secolarizzato e pragmatico, lo sfruttamento non è certo terminato ed ha assunto le proporzioni che conosciamo.
Ogni volta che so di un albero o di una foresta abbattuta, penso con amarezza che, con loro, una parte del nostro essere è andata perduta. 



Perchè la storia di una cascata? Perchè da quando l'ho vista proprio come la state vedendo in questa prima immagine, così potente nel scendere verso valle, in un mondo di rocce nere, illuminata ad intermittenza da un sole capriccioso, sono rimasto a bocca aperta davanti alla sua selvaggia bellezza e allo stesso tempo, guardandomi attorno, ho capito il mondo mutevole e affascinante che stavo visitando.

Siamo nel Parco Nazionale dello Stelvio,nel cuore della Val Martello  in Alto Adige. Ho programmato 8 giorni alla scoperta del Parco e soprattutto del suo mondo di ghiacci e impressionanti morene. Al momento non sono stato molto fortunato. Temporali forti ed improvvisi, previsti con estrema precisione dai bollettini metereologici locali, mi hanno imposto una certa prudenza nell'affrontare i trekking impegnativi che avevo pianificato. Il territorio è esteso e ormai considero questa per l'Altro Versante alla stregua di un'esplorazione per le future missioni che farò sul territorio.
Partito di buon'ora arrivo velocemente al Rifugio Corsi e oltre  fino   al   superamento   del   gradino   di   valle. Un paesaggio quasi tibetano nell'estensione e nei verdi accesi che lo caratterizzano, se non fosse per le grigie distese moreniche che scendono dai ghiacciai  del Cevedale, della Vedretta Alta e del Gran Zebrù.
Siamo nel cuore dell'estate ed è proprio in questo periodo che la sofferenza dei grandi ghiacciai alpini è alla sua massima evidenza. Arrivando da un  lavoro appena concluso in Svizzera, fotografando i suoi principali ghiacciai, dall'Aletsch al Rodano, dall'Eiger al Titlis, anche qui in Italia trovo la penosa conferma di quanto il ghiaccio stia arretrando con torrenti e cascate impetuose visibili ovunque cada lo sguardo. Come nei giorni precedenti, il tempo inizia a cambiare e il cielo si oscura rapidamente di nuvole cariche di pioggia. Il mio obiettivo di giornata è quello di percorrere l'affascinante sentiero glaciologico che mi condurrà sino al Rifugio Martello e da qui verso le suggestive distese moreniche della Vedretta Alta, con  scorci paesaggistici incredibili su tutto il fronte del ghiacciaio del Cevedale e del Gran Zebrù.
Ed eccomi arrivato ai piedi  della cascata e all'inizio di questo racconto. Si forma con le acque di scioglimento del ghiacciaio della Vedretta Alta, dando origine all'impetuoso Rio Plima. La luce gioca con l'acqua che precipita tumultuosa nel vuoto sottostante dando origine ad arcobaleni mutevoli ed effimeri. Veloce  nella mia mente, si materializza il pensiero di raccontare questo paesaggio ponendo la cascata e le sue acque, come soggetto principale delle immagini che realizzerò.
Dovrò dunque risalire il roccione e cercare di raggiungere il punto in cui il torrente prende velocità e si trasforma. Dopo le prime immagini realizzate dal basso, riprendo il sentiero che presto diventa impegnativo. Guadagnando velocemente quota e lasciato sulla destra il rifugio Martello, arrivo ad un anfiteatro morenico che si snoda proprio ai bordi del ghiacciaio. La morena qui è quasi rosata. Le rocce presentano colori indescrivibili e non sarà certo una foto a restituire la verità della tavolozza cromatica che si può invece osservare nella realtà.

Il torrente formato dalle acque di scioglimento, dopo l'iniziale irruenza sembra scorrere placidamente sulla piana. Poi, quasi all'improvviso, scompare, trascinato verso il basso dalla forza di gravità. Decido di realizzare delle immagini cercando di avere sullo sfondo il ghiacciaio. Procedo un pò a tentoni, tra i roccioni scuri, ben levigati, alcuni molto bagnati e scivolosi.  Osservando con attenzione il punto in cui le acque cominciano la loro discesa mi accorgo che il vento soffia talmente forte che in alcuni momenti sembra sposti la cascata di metri, formando delle bizzarre nuvole di vapore acqueo. Cercando di aspettare il  momento opportuno in cui avviene questo spettacolare fenomeno, mi siedo paziente su una roccia e con un zoom-tele aspetto la combinazione giusta di luce, vento e spruzzi. Lo sappiamo, alle volte l'immagine perfetta e previsualizzata fa fatica a concretizzarsi, così dopo circa un'ora di attesa e di pochissimi scatti interessanti, riprendo il cammino,  in discesa, portandomi proprio dove l'acqua termina la sua folle corsa.




Sono passate quasi 4 ore dalla mia prima immagine della cascata, quella in cui il sole giocava con i suoi spruzzi. Nonostante il tempo passato i giochi di luce sull'acqua precipite sono ancora interessanti, forse ancor più.
Sono gli ultiimi scatti della giornata e sul sentiero del ritorno, già ripenso a quando potrò pianificare un'altra uscita in questo ambiente grandioso che mi ha letteralmente stregato.







Il Monte Coscerno e il Monte Aspra, nella media Valnerina, sono due massicci calcarei di grande interesse paesaggistico e naturalistico. Negli anni novanta del secolo scorso sono stati proposti come parco regionale: le caratteristiche c’erano tutte, ma le resistenze dei cacciatori hanno fatto sì che, dopo anni di contrasti,  il progetto venisse rigettato e il parco non vedesse mai la luce. Una battaglia persa, purtroppo.
Penso questo mentre salgo lentamente il ripido pendio che conduce in vetta al Coscerno, dove ho in mente di fotografare una bella faggeta e le interessanti specie vegetali che in primavera  riempiono di colori le praterie sommitali. 
Sono molti anni che non vengo quassù, ma ricordo, per un lavoro fatto in passato, belle fioriture di varie specie montane, che, alla luce dell’alba e con la teoria di rilievi della Valnerina come sfondo, potrebbero dare risultati niente male. 
Siamo in aprile e potrebbe essere ancora presto, ma quest’anno l’andamento climatico sembra favorevole ad una primavera anticipata, per cui un tentativo vale la pena di farlo, anche se per niente garantito.
Salgo lentamente, un po' per il peso dello zaino e un po' perché osservo con attenzione: la zona è ricca di fauna e un incontro interessante non si può mai escludere.
L’Altroversante è un progetto dedicato al paesaggio, ma quale paesaggio non migliora se al suo interno si riesce a collocare l’immagine di uno degli animali che quel luogo hanno scelto come dimora? In questi casi non c’è bisogno di una foto a pieno formato, una piccola sagoma ben inserita nel suo contesto è quanto di meglio si possa desiderare.
Quando arrivo in cima il sole non è ancora sorto, tira vento e fa abbastanza fresco e i fiori che cercavo non ci sono. È ancora presto, bisogna aspettare e tornare fra alcuni giorni.
Ammetto di essere un po' deluso ma, tutto sommato, c’era anche da aspettarselo, non è ancora il momento  giusto a questa quota. 
Dopo aver fatto un tratto della cresta, penso di scendere lungo il versante meridionale, chissà che in basso non riesca a trovare qualcosa.
Un po' perché scendo parecchio di quota e un po' per l’esposizione più favorevole, ecco apparire davanti a me una bella distesa di asfodeli fioriti. Niente di particolarmente esaltante, ma qualche scatto vale la pena di farlo. Mi fermo.
La luce è ancora buona quando il giovane capriolo arriva, brucando e avanzando lentamente nel prato fiorito. Non si è accorto di me, chinato come sono a fotografare e allora approfitto dell’occasione: riesco a fare solo qualche scatto prima che il rumore dell’otturatore lo allarmi e lo metta in fuga. 
Non è molto, ma almeno questo viaggio-sopralluogo mi ha donato qualche istante di quella gioia elettrizzante che solo l’incontro con una creatura selvatica può regalare.